Quando la lotta alla corruzione diventa uno strumento di guerra ibrida
Un giovane Cicerone, nel 70 avanti Cristo, davanti alla folla vibrante e indignata del Foro romano, chiese e ottenne la condanna del propretore e governatore della Sicilia Gaio Licinio Verre, accusato di corruzione per avere manovrato appalti (nel frattempo, però, il furbo Licinio era scappato). Più avanti sarebbe stato il turno di Catilina.
La Roma «Babilonia» di Salvator Rosa aveva creato le premesse della Riforma protestante, nata anche come reazione alla corruzione del clero e alla vendita delle indulgenze. Non stupisce, dunque, che una delle attività più antiche e più amate dagli uomini, la corruzione, sia sopravvissuta e imperversi anche ai giorni nostri. Allora come oggi, l’indignazione delle masse popolari contro le ruberie dei potenti fa da leva per movimenti e sommovimenti rivoluzionari. Ma negli ultimi tempi, la lotta alla corruzione è diventata centrale soprattutto nella politica internazionale. Usata non di rado come strumento di guerra ibrida, come metodo di destabilizzazione internazionale e arma reazionaria di repressione (alternata al tema interno della «sicurezza» e dell'ordine pubblico).
Sin dai tempi del Codice di Hammurabi si prova a porre rimedio con norme che provino ad arginare il fenomeno, senza grandi risultati. Perché l’istinto all’abuso di potere, all’illecito per ottenere un vantaggio indebito da un ruolo di comando, è eterno. E altrettanto radicata, se non di più, è la furia del popolo, che si sente ingannato e sfruttato dal sistema. Le accuse di corruzione, vera o presunte, portano spesso alla destituzione di presidenti e potenti. Basti pensare alla rivoluzione italiana di Mani Pulite, che ha azzerato l’intero sistema di partiti. Non di rado le campagne anti corruzione portano a strette autoritarie e reazionarie: è successo in Brasile, prima con Lula poi con Dilma Roussef, nelle Filippine, con Rodrigo Duterte e in molti altri casi.
La corruzione è una realtà ma è anche un mito tossico, come ha scritto Benjaming Fogel su Jacobin. Una potente narrazione simbolica che viene spesso enfatizzata e usata come arma di diffamazione e come feticcio moralistico da scagliare contro le élite. O semplicemente come scorciatoia per cambi di regime. L’antiberlusconismo si è nutrito a lungo di queste pulsioni, nel tentativo di sostituire le urne con l’intervento dei magistrati. Ora in Israele, la speranza di espellere Benjamin Netanyahu dal governo del Paese per via giudiziaria si sta scontrando con l’impunità che gli potrebbe garantire con la grazia il presidente Isaac Herzog (e del resto la principale accusa che è stata mossa all’Anp di Arafat e poi di Abu Mazen è stata proprio la corruzione).
Lo stesso strumento viene ora usato contro l’Europa, già martoriata da una debolezza congenita e da accuse spesso esagerate. L’ultimo caso, quello che ha investito l’ex Alta rappresentante dell’Unione Europea Federica Mogherini, il diplomatico italiano Stefano Sannino e il manager Cesare Zegretti, è emblematico. L’inchiesta è condotta dalla procura europea Eppo, insieme alle forze dell’ordine del Belgio e all’ufficio anti-frode dell’Ue, Olaf. Si parla di frode, di corruzione e sui siti è già partito il linciaggio della «renziana» Mogherini e del Pd, in generale. Un tg titolava sul «terremoto che scuote l’Europa».
L’inchiesta riguarda un bando assegnato al Collegio d’Europa, presieduto da Mogherini, per la gestione della nuova Accademia diplomatica europea. Sarebbero state violate le regole sulla concorrenza leale, nel senso che avrebbero avuto informazioni ottenute illecitamente (sui criteri di selezione) che avrebbero favorito il Collegio nell’assegnazione dell’appalto. Una vicenda più che marginale, rispetto all’impianto burocratico e politico dell’Unione europea, non certo un terremoto che scuote i vertici. Peraltro, si tratta un’accusa ancora tutta da dimostrare. L’azione della procura europea ha portato al fermo dei tre accusati, poi rilasciati nella notte.
Ma quel che conta sono le reazioni a questa vicenda. Francesca Basso ha riferito i dubbi e lo sconcerto di Bruxelles: «Nei corridoi c’è chi osserva il timing dello scandalo, proprio mentre il Belgio è sotto i riflettori perché si oppone al prestito all’Ucraina basato sugli asset russi congelati e il Seae spinge per il via libera: il discredito — è il ragionamento — non colpisce solo gli ex ma anche l’istituzione attuale». Invece, come scrive Angela Mauro sull'Huffington Post, Putin e Orbán «ci hanno fatto sopra un brindisi». Per il portavoce del governo ungherese, Zoltán Kovács, quello europeo è uno «scandalo choc». L'Unione Europea «preferisce ignorare i propri problemi di corruzione, ma fa costantemente la predica agli altri», è il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
L’inchiesta, dunque, contribuisce a quella demolizione simbolica dell’Unione alla quale la Russia e le destre sovraniste stanno lavorando da tempo, con il contributo fattivo di alcune frange di «pacifisti» radicali, particolarmente inclini a sbeffeggiare le difficoltà europee e a dar ragione a Putin e Trump. Altro mattone nel muro, insieme a quel Qatargate che sembrava destinato a far saltare in aria l’Europa e che lentamente si è inabissato. Ma non importa come finirà quell’inchiesta o come finirà questa: per lo smantellamento della credibilità e dell’autorevolezza dell’Europa è sufficiente soffiare sul fuoco del mito tossico della corruzione, vera o presunta che sia. Tallone d’Achille delle democrazie, visto che nelle autocrazie l’affarismo illecito superiore – quello dell’autocrate – è legittimato dal potere stesso, quello degli incauti inferiori, è stroncato nel silenzio e spesso nel sangue. (Corriere della Sera)
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