Giorgio Nebbia: «Quarantanni dopo i 'Limiti della crescita' altro che bio e rifiuti zero, bisogna ripartire dai libri di ecologia»
Dura analisi del noto ambientalista e politico sul dibattito seguito agli anni settanta
«In Italia la parola “sostenibilità” è diventata slogan di pubblicità commerciale»
Luca Aterini
I limiti alla crescita - impropriamente ma comunemente conosciuto come i limiti dello sviluppo
- viene dato alle stampe pochi mesi prima della celebre Conferenza
delle Nazioni Unite sull'ambiente umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972. A
40 anni di distanza, ci troviamo di nuovo ad aspettare un'altra
importante Conferenza Onu, quella sullo Sviluppo sostenibile, prevista
per giugno. Professor Nebbia, sembra però mancare un forte perno di promozione culturale, come lo fu I limiti alla crescita...
«Una risposta viene osservando che la Conferenza di Stoccolma del 1972 aveva come titolo: "L'ambiente umano"; l'attenzione era rivolta a come far sì che l'ambiente fosse in grado di soddisfare i bisogni, non solo merceologici, umani. La conferenza di Rio, venti anni dopo, era intitolata "Ambiente e sviluppo"; l'uomo era scomparso e l'attenzione era rivolta a conciliare l'ambiente con lo sviluppo della produzione e dei consumi. Il 1992, del resto, arrivava poco dopo l'invenzione dell'idea di "sviluppo sostenibile". La conferenza del prossimo giugno ha come titolo: "Lo sviluppo sostenibile"; sono scomparsi sia l'uomo sia l'ambiente. Il libro "I limiti alla crescita" invitava a rendersi conto che la crescita, della popolazione, della produzione e dei consumi, avrebbe portato a disastri umani, e di questo non sembra esserci più traccia».
Il ruolo dell'Italia, in particolare nella persona di Aurelio Peccei, fu determinante per la pubblicazione de I limiti alla crescita (con la fondazione del Club di Roma, il think tank che ha commissionato la redazione dello studio). Come giudica il ruolo attuale del nostro Paese nella promozione internazionale di un dibattito attivo attorno al tema della sostenibilità?
«Peccei ha contribuito a dare una forma leggibile, provocatoria, al pensiero che circolava negli anni sessanta sui limiti della Terra, sul considerare la Terra come una navicella spaziale (Spaceship Earth) da cui soltanto si potevano trarre i beni necessari per la vita (umana e non umana) e entro cui soltanto potevano essere immesse le scorie della vita e delle attività umane. In Italia la parola “sostenibilità” è diventata slogan di pubblicità commerciale, senza che chi la usa si renda conto che non si può sfruttare le risorse della terra oggi, illudendosi di lasciare le stesse risorse alle generazioni future».
Nello studio pubblicato da lei e dal prof. Piccioni ("I limiti dello sviluppo in Italia. Cronache di un dibattito 1971-74", vedi link), riassumendo le conclusioni de I limiti alla crescita, è scritto che «se
continua la crescita della popolazione […] crescono malattie, epidemie,
fame, guerre e conflitti. Se si vogliono evitare situazioni
traumatiche, la soluzione, secondo i Limits to growth nella sua edizione
originale come anche nelle varianti scritte a venti e trenta anni di
distanza, va cercata in un rallentamento del tasso di crescita della
popolazione mondiale, della produzione agricola e industriale e del
degrado ambientale, insomma nella decisione di porre dei “limiti alla
crescita”, della popolazione e delle merci e nel raggiungimento di una
situazione stazionaria». Come conciliare questa esigenza con quella
della diminuzione delle disuguaglianze nello sviluppo materiale di aree
e società diverse del pianeta?
«Duemila
milioni di persone vivono senza lavoro dignitoso, senza abitazioni e
servizi igienici decenti, spesso senza cibo sufficiente, prive di
conoscenze e informazioni, esposte a violenza. E’ necessario dedicare la
produzione di beni materiali, per soddisfare i bisogni essenziali di
tali persone: materiali da costruzione, pozzi per l’acqua, processi di
conservazione degli alimenti, servizi e macchinari medici, anche se del
tutto diversi da quelli dei ricchi, usando le risorse e le conoscenze
locali; una ingegneria al servizio dei poveri, ciò che inevitabilmente
comporta uno sfruttamento delle risorse naturali globali. Questa
inevitabile contraddizione, necessaria per attenuare tante situazioni di
ingiustizia e violenza dei poveri, può essere sanata a livello
planetario soltanto con un drastico ridimensionamento degli
insostenibili consumi dei paesi ricchi, in modo che diminuisca il loro
peso nello sfruttamento del patrimonio, limitato, di risorse globali. La
cura delle malattie dei poveri sarà comunque anche una cura per le
malattie dei ricchi, insoddisfazione, violenza, inquinamento, paura del
futuro».
Nel vostro volume vengono riportate le parole di Giovanni Berlinguer, il quale ha avuto modo di argomentare che «la
politica ecologica non è soltanto un nuovo problema, bensì una nuova
dimensione di molti problemi - forse, di tutti - della nostra politica»; riteneva anche che «il
capitale universalizza lo sfruttamento, lo proietta alle basi naturali
della vita, minaccia l’esistenza delle future generazioni». In un
contesto globale in cui il capitalismo finanziarizzato destabilizza
grandemente gli equilibri democratici, come giudica lo stato della
riflessione ecologista all’interno della politica (ed in particolare
della sinistra) italiana?
«Negli anni
settanta, quando Giovanni Berlinguer scrisse quelle parole, sembrava
ancora che la politica potesse aspirare a governare la transizione verso
un mondo meno violento, in armonia con i vincoli posti dalla natura.
Negli stessi anni, poco dopo la pubblicazione del libro “I limiti alla
crescita”, il fratello, Enrico Berlinguer, segretario del Partito
Comunista Italiano, aveva proposto una politica di austerità nella
pianificazione delle città, nei consumi, nei rapporti di lavoro.
Arrivarono i ruggenti anni ottanta e quelli successivi e l’ecologismo è
diventato, a mio parere, la proposta di qualche piccolo rimedio ai
guasti ambientali nella logica della politica liberista; qualche
pannello solare pagato con soldi pubblici, un po’ di riciclaggio di
alcuni rifiuti, conditi con la fallace illusione dei rifiuti zero,
dell’inquinamento zero. Tutto ben lontano dalle leggi dell’ecologia,
quella vera, che animarono i progetti politici, le speranze della
contestazione ecologica degli anni sessanta e settanta».
«La
crisi del modello socialdemocratico e il declino dell’attenzione per i
possibili limiti non tanto della crescita, quanto della crescita in un
mondo di risorse limitate, hanno frattanto causato la scomparsa di quel
poco di cultura per le previsioni, per lo studio del futuro, che aveva
caratterizzato gli anni sessanta e che aveva aiutato alcuni governi a
“pianificare” le proprie scelte economiche e sociali». Da questo
brano estratto dalle conclusioni del vostro documento traspare un
tiepido pessimismo. Il tema della sostenibilità è molto più diffuso
nella società rispetto a qualche decennio fa, ma sempre troppo ristretto
entro elite intellettuali e pronto ad essere snobbato dalle istituzioni
governative in presenza di temi più “urgenti”, come quello della crisi
economica. A 40 anni da I limiti alla crescita, come si augura possa avvenire una nuova impennata del dibattito e ancor più nell’azione, un nuovo “rilancio ecologico”?
«L’avere
proposto la rilettura del dibattito dimostra che crediamo nella
possibilità di un cambiamento. Forse la grande crisi mondiale che stiamo
vivendo può suscitare qualche progetto di politica differente; dopo la
grande crisi del 1929 il New Deal di Roosevelt partì con opere di difesa
del suolo, di rimboschimento, di lotta alle frodi e all’evasione
fiscale, di valorizzazione dei prodotti agricoli. Il nostro libro
vorrebbe essere un invito a rileggere le pagine scritte nella breve
primavera dell’ecologia che andò dal 1965 al 1975, “disinquinate” dal
chiacchiericcio sulla sostenibilità, sulle merci “bio” e “ecologiche”.
Bisogna ripartire dai libri di ecologia, quella vera, quella del primo
anno di biologia e riscoprire le leggi della vita che sono leggi di
solidarietà e di collaborazione fra esseri viventi, compresi gli esseri
umani. Apparirà così che l’appropriazione privata, nel nome del “di
più”, dei beni della Terra che sono beni collettivi, è insostenibile in
quanto ne degrada la qualità “ecologica”, cioè la possibilità di goderne
da parte degli altri membri della comunità umana».

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