Armenia: Monasteri e Khachkar
Il giorno 8 Ottobre dell’anno
del Signore 451 si inaugurò un imponente Concilio Ecumenico che per numero di
partecipanti sarebbe stato superato solo dal Vaticano II più di un millennio e
mezzo dopo.
Il concilio di Calcedonia,
città fondata dai greci e ora quartiere di Istanbul
(Kadikoy), era stato convocato per definire dottrinalmente le due nature (umana
e divina) del Cristo contro l’eresia monofisita che, esaltandone la natura
divina, giungeva a negarne l’umanità. Il Concilio stabilì la retta dottrina, fu
un successo di Papa Leone (che si ricorda anche per la leggenda secondo cui
avrebbe fermato da solo le orde unne di Attila ad Aquileia), ma, purtroppo, non
riuscì a stabilire l’unità dei Cristiani. Vescovi egiziani, siriaci, etiopici
non riconobbero le decisioni mentre l’Armenia,
che era stata invasa dai Persiani, non mandò nessun vescovo e non aderì al
dettato conciliare.
Da quella data in poi la
Chiesa armena andò prendendo le distanze dalle altre Chiese e quando Giustiniano, un secolo dopo, tentò un
controllo più aggressivo del regno la spaccatura si approfondì
irrimediabilmente, unendo motivazioni dottrinali e rivendicazioni
indipendentiste. La Chiesa armena è quindi autocefala; dottrinalmente non è
lontana, non si proclama e non è assolutamente monofisita, né dal cattolicesimo
né dall’ortodossia (in passato si è tentato più volte una riunione) e ha
sviluppato un apparato liturgico imponente e suggestivo. Penso sia importante
tenere a mente queste scarnissime informazioni quando si visitano i monasteri
armeni; sono tantissimi e hanno rappresentato per la storia di questo paese un
momento fondamentale per la conservazione, l’approfondimento, lo sviluppo della
cultura e dell’identità collettiva della popolazione.
Nei giorni che ho soggiornato
nel Caucaso ne ho visitati molti e
naturalmente non è il caso di descriverli a uno a uno, ma due particolarità
vanno subito tenute presenti: i monaci non appartengono, come in occidente, a
ordini con gerarchie separate ma rispondono, come quello che noi chiamiamo
clero secolare, alle gerarchie territoriali e al Katholikòs; inoltre se i
monasteri possono dare l’impressione di essere architettonicamente simili tra
di loro, in realtà a fronte di queste similitudini si articolano profonde differenze.
Le due cose sono collegate perché, al contrario che in occidente dove esistono
caratteristiche artistiche legate ai singoli ordini (arte benedettina,
cistercense, francescana ecc.), il monastero armeno appare espressione di una
omogenea rappresentazione del mondo e della fede. Ciò che subito colpisce sono
i colori. Tutti i monasteri sono realizzati con pietre vulcaniche nere e rosso
scuro; il che dà un’impressione di austera bellezza; pochissime chiese hanno
un’illuminazione artificiale e le candele, la semioscurità, la luce che penetra
da un oculo posto sulle sommità delle cupola e dal portone d’ingresso donano a
queste costruzioni una bellezza ascetica. Nessuna statua, rarissimi dipinti con
notevole predilezione per la figura di Maria; sembra così esprimersi una
religiosità forte, solida e con una grande sensibilità per un “sacro”
profondamente altro, eppur vicinissimo.
A queste suggestioni vanno
aggiunte alcune caratteristiche architettoniche. La pianta è sempre a croce
greca orientata sull’asse est-ovest con l’altare rivolto a est, è costante un
ambiente centrale delimitato da quattro colonne-pilastri su cui si elevano
archi talvolta a tutto sesto, talaltra leggermente a sesto acuto. Mi sono
chiesto la ragione per cui sono sempre e solo quattro i pilastri e penso che la
soluzione mi sia venuta a Norawank
nella Chiesa di Surb Astvatsatsin dove in un ambiente quasi sotterraneo (questa
chiesa è stranissima, con una ripida scalinata esterna che percorre in
diagonale la facciata ai due lati dell’ingresso conducendo al piano superiore,
dov’è l’altare) gli archi non sostengono la cupola ma il tetto dell’ambiente
sovrastante; qui in corrispondenza di ogni campata sono scolpiti i quattro
simboli degli evangelisti, quindi probabilmente il motivo per cui tutte le
chiese posseggono questa struttura è da rintracciarsi in un fondamento
evangelico (cosa che il mio amico Roberto, da buon teologo, aveva subito
compreso senza vedere i fregi).
Su questi archi insiste sempre
una cupola divisa in spicchi dal numero variabile e all’apice si trova l’oculo,
all’esterno la cupola non è mai visibile rotonda ma sempre coperta da elementi
che la trasformano in un cono o piramide. Mi soffermo un attimo sull’oculo. E’
incredibile come il nostro occhio abituato, o accecato, dall’illuminazione
artificiale sia comunque immediatamente suggestionato dall’illuminazione
naturale. Le chiese sono abbastanza buie, anche come detto per le pietre usate,
la luce che arriva dall’alto ha quindi un’importanza enorme e ho voluto
visitare San Giovanni
Illuminatore, bella chiesa del X secolo, nel monastero di Hagadzin in due momenti
diversi. In un caso, col cielo coperto, entrava un chiarore diffuso che si riverberava
sulle pareti senza che la luce s’imponesse con forza, anzi una sorta di aerea gentilezza
sembrava caratterizzare tutto l’edificio, ma quando il sole brillava nel cielo
senza nuvole la luce entrava con un fascio netto, deciso, tagliente e illuminava
con irruenza la parte della chiesa che colpiva.
Se nel primo caso sembrava
quasi di assistere a un alleggerimento dell’edificio, nel secondo c’era qualcosa
di caravaggesco, metafisico, qualcosa che non poteva non evocare l’inizio del
Vangelo di Giovanni (“In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la
luce splende nelle tenebre” 1,4-5). L’altare non è mai posto sotto la cupola ma
al fondo del braccio contrapposto all’entrata e, particolare di notevole
interesse liturgico, non è mai a livello del terreno ma sempre sopraelevato,
quando addirittura posizionato in un altro ambiente a cui si accede dietro una
parete divisoria. In tal modo risulta netta la separazione tra celebrante posto
in alto e che dà le spalle ai fedeli e i partecipanti al rito in basso e sempre
in piedi, o in ginocchio, ma mai seduti non essendovi banchi. Ho avuto modo di
assistere al rito solenne a Echmiatsin,
la residenza del Katholikòs, e colpisce il continuo canto che caratterizza il
rito, ma anche in questo caso il rito ha modellato l’architettura perché queste
chiese posseggono un’acustica straordinaria.
Al Monastero di Geghard, ponendosi al
centro dell’ambiente, in corrispondenza all’oculo, il canto si spande per tutta
la chiesa con una potenza e anche dolcezza che ha del commovente: non è solo
forza, vi è in questo caso come un delicato e armonico crescere su se stesso
della voce, un potenziarsi che ha dell’ineffabile, un’asciutta capacità di
evocazione dell’Altro. Spesso le facciate delle chiese ricordano quel ruolo di
cerniera tra oriente e occidente al quale si è già accennato. A Saghmosawank, realizzato
nel XIII sec., il portale contiene in sé motivi orientali (stelle che
richiamano quelle di David, un arco carenato) all’interno di una facciata in
cui si presentano elementi, come l’arco a tutto sesto, che sembrano rimandare alla
contemporanea arte europea. Mentre nella chiesa di Surb Karapet a Norawank l’ingresso è
sormontato da una Madonna in trono con bambino che ricorda direttamente le
sculture romaniche ma con in più un ricchissimo motivo floreale che avvolge le
figure e che sembra evocare l’arte persiana. Si potrebbero aggiungere
moltissimi altri elementi ma mi preme sottolinearne uno che non ha
giustificazioni estetiche.
Spesso nelle pareti posteriori
delle chiese vi sono come delle nicchie che percorrono in tutta la sua altezza
l’edificio: sono elementi antisismici che alleggeriscono la struttura dandole
elasticità; rendono bene l’idea dell’ingegno armeno e del problema dei
terremoti che hanno devastato a più riprese queste regioni. Un caso a sé per
l’importanza e la storia del sito è quello di Khor Virap, vero e proprio
monastero-fortezza a ridosso della frontiera turca e di fronte all’Ararat. Su
queste colline vulcaniche il monastero è solo l’ultimo atto di una storia quasi
trimillenaria. Se la chiesa Astvatsatsin
risale al XVII sec. il sito era già utilizzato in epoca urartea (dal IX-VIII
sec. a.C.), divenne poi la capitale del regno armeno col nome di Artaxata. Qui si combatté la battaglia
decisiva tra Lucullo e Tigrane II nel 68 a.C. (partecipò alla campagna, secondo
Appiano e Plutarco, un comandante di cavalleria di nome Pomponio, forse quindi qualcuno
della mia famiglia era già stato in Armenia!), fu presa nel I sec. d.C. dal
generale romano Corbulone e rimase
capitale dal 189 a.C. al 428 d. C.: è difficile pensare un luogo dove la storia
sia più presente.
Alcune riflessioni, in
chiusura, sui Khachkar,
le croci di pietra. Sono un prodotto tipico dell’arte armena e se ne vedono
tantissimi, di tutte le dimensioni e tutti impressionanti, alcuni con il bordo
superiore ripiegato su se stesso come protezione contro le intemperie (sono i
più recenti); in essi si rende particolarmente percepibile quell’incontro con
motivi orientali a cui spesso si è fatto cenno. Nel blocco di pietra
rettangolare è incisa una croce che, nelle quattro estremità, tende a
biforcarsi dando vita a motivi floreali o ispirati all’uva. Sotto la croce
possono esservi altri motivi come rosoni o altre foglie che si dipartono dal
basso. E’ un certosino lavoro di intaglio con decorazioni labirintiche, una
ricerca dell’ornamento che vuole mostrare come dalla croce fiorisca la vita,
come l’eternità (simboleggiata dal rosone o dal cerchio posto sotto la croce)
si manifesti nella Croce stessa. I tappeti persiani con motivi floreali hanno
un aspetto simile, ma qui è il simbolo del Cristianesimo ad essere fons vitae. E mentre nelle
rappresentazioni della Passione spesso sotto la Croce si trova il Cranio (Golgota), qui è dall’eternità che
promana la salvezza attraverso la Croce. Con i suoi ghirigori nella pietra, i suoi
intarsi, i suoi giri, il suo intrecciarsi in percorsi senza fine e
continuamente ripiegantisi su se stessi, il suo fiorire debordante da ogni
limite, l’ornamento del Khachkar ci narra qualcosa di noi e del labirinto che
in noi è e che noi siamo.
[continua] Nicola F. Pomponio







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