Alzheimer, la scienza apre nuove strade: dalla riabilitazione digitale agli ultrasuoni sul cervello
Le nuove frontiere della ricerca puntano a migliorare la
vita dei pazienti e a svelare i meccanismi alla base della malattia
di Francesca Cerati Sole24 ore 21 settembre 2025
I punti chiave
- La
riabilitazione digitale: il progetto europeo “Mi-Ricordo”
- Ultrasuoni
per riaccendere i circuiti della memoria
- Alla
radice della malattia: colesterolo e vescicole extracellulari
- Una
sfida che intreccia presente e futuro
Il 21 settembre, in occasione della XXXII Giornata mondiale
dell’Alzheimer, il dibattito internazionale si concentra sempre più su un tema
finora sottovalutato: la riabilitazione. Non solo diritto e sostegno sociale,
ma anche e soprattutto campo di sperimentazione scientifica avanzata, capace di
aprire scenari inediti per chi convive con la malattia.
La riabilitazione digitale: il progetto europeo “Mi-Ricordo”
Una delle novità più promettenti arriva dal progetto europeo
Mi-Ricordo, coordinato dall’Università Liuc insieme alla Fondazione Don Gnocchi
e ad Astir. La piattaforma digitale permette di svolgere esercizi di
riabilitazione cognitiva direttamente a casa, con programmi adattati alle
capacità residue di ciascun paziente.
I primi test in Italia hanno mostrato un miglioramento
significativo di memoria, linguaggio e funzioni esecutive, con un’aderenza alla
terapia superiore all’80% (contro il 62% dei metodi tradizionali). Inoltre, i
benefici si sono mantenuti a un anno di distanza, con effetti positivi anche
sul carico dei caregiver.
«Il valore di questo progetto sta nell’incontro tra
tecnologia, ricerca scientifica e attenzione alla persona - spiega Valeria
Blasi, neurologa e ricercatrice presso la Fondazione Don Gnocchi - Mi-Ricordo
ci permette di sperimentare nuovi strumenti che supportano i pazienti nel
percorso riabilitativo rispettando la loro identità culturale e il contesto
familiare».
Per Emanuela Foglia, ricercatrice della Scuola di Ingegneria
industriale della Liuc, «sarà una fase di vera e propria co-creazione, con
adattamenti culturali e sanitari nei diversi Paesi, e una valutazione
multidimensionale della piattaforma per migliorarne efficacia e sostenibilità».
Ultrasuoni per riaccendere i circuiti della memoria
Dal fronte delle neuroscienze arriva un’altra innovazione
che sembra uscita dalla fantascienza: la stimolazione transcranica a ultrasuoni
focalizzati a bassa intensità (LItFUS). Al San Raffaele di Roma sta per partire
una delle prime sperimentazioni cliniche al mondo su pazienti con diverse forme
di demenza.
«In questi ultimi anni l’armamentario terapeutico e
riabilitativo delle demenze si è arricchito del contributo delle tecnologie di
stimolazione transcranica non invasiva - spiega Paolo Maria Rossini, direttore
del dipartimento di Neuroriabilitazione del San Raffaele - La novità degli
ultrasuoni è la possibilità di concentrare energia in strutture profonde come
l’ippocampo, con precisione millimetrica e senza rischi di danno cellulare».
Rossini ricorre a una metafora: «È un po’ come quando da
bambini usavamo una lente d’ingrandimento per concentrare i raggi del sole in
un punto preciso: allo stesso modo gli ultrasuoni focalizzati possono
“accendere” aree cerebrali silenziate».
Alla radice della malattia: colesterolo e vescicole
extracellulari
Se la riabilitazione e le tecnologie offrono soluzioni per
migliorare la vita oggi, la ricerca di base punta a svelare i meccanismi che
causano l’Alzheimer. All’Istituto Neurologico Besta di Milano sono in corso due
studi che guardano al cuore della patologia.
Il primo indaga il ruolo delle vescicole extracellulari,
minuscole strutture che trasportano segnali tra cellule. «Comprendendo meglio
il loro ruolo potremmo capire come contribuiscono alla diffusione della
malattia e individuare nuovi bersagli terapeutici» afferma Marcella Catania,
ricercatrice al Besta.
Il secondo studio si concentra invece sul metabolismo del
colesterolo. «Stiamo valutando l’impatto dell’enzima PCSK9, coinvolto nella
neurodegenerazione e nella neuroinfiammazione - spiega Paola Caroppo, neurologa
del Besta - «Questa ricerca potrebbe aiutarci a identificare nuovi biomarcatori
e a chiarire il ruolo del colesterolo nella progressione dell’Alzheimer,
aprendo la strada a strategie terapeutiche mirate».
Una sfida che intreccia presente e futuro
La Giornata mondiale Alzheimer 2025 restituisce un quadro
chiaro: accanto al sostegno sociale e alla riabilitazione tradizionale, la
ricerca scientifica sta sviluppando strumenti innovativi – dalla riabilitazione
digitale agli ultrasuoni cerebrali, fino alla biologia molecolare – che
potrebbero trasformare radicalmente la gestione e la comprensione della
malattia.
Come ricorda Paola Barbarino, Ceo di Alzheimer’s Disease
International: «Troppo spesso a chi riceve la diagnosi viene detto solo di
tornare a casa e mettere in ordine le questioni di fine vita. Ma con il giusto
supporto si può vivere bene per molti anni. È tempo che i sistemi sanitari
offrano percorsi di riabilitazione per la demenza, come avviene per altre
condizioni croniche».
Se oggi non esiste ancora una cura definitiva, il futuro
dell’Alzheimer passa da qui: tecnologie, ricerca e medicina di precisione, con
un obiettivo comune, ridare tempo e dignità a chi convive con la demenza.

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