Caos
Un mio amico,
professore di fisica, per spiegare in modo semplice il caos dice che questo
fenomeno si manifesta quando un numero molto elevato di particelle si muove e
interagisce nello spazio. Se applichiamo questa immagine alla politica
italiana, la definizione sembra calzare perfettamente.
Le ultime
elezioni hanno trasformato un bipolarismo imperfetto in un sistema tripolare,
con tre partiti che si dividono il 75% dell’elettorato e relegano al quarto
posto il precedente governo tecnico del professor Monti, che aveva restituito
al Paese credibilità internazionale.
E, sempre
restando nella teoria del caos, non si intravede alcuna via d’uscita dalla
grave crisi economica in assenza di un governo politico.
Ad aggravare
il quadro c’è il fatto che la dura cura imposta all’economia dal governo
tecnico con il “Salva Italia”, che ha pesato su imprese e cittadini, si è
fermata proprio nel momento in cui si sarebbe dovuti passare rapidamente alle
misure per salvare lavoro, imprese e sviluppo. Quel percorso si è bloccato
nell’ottobre 2012, quando Berlusconi lo ha interrotto dopo la condanna a
quattro anni nel processo Mediaset.
Da mesi il
Paese sopravvive in una gestione ordinaria, senza un governo stabile, e ora
deve fare i conti con l’esito inconcludente delle urne del 24 febbraio. Il Pd
di Bersani, a lungo dato per favorito dai sondaggi, esce dal voto come un
pugile frastornato: non perde davvero, ma non vince nemmeno. Alla Camera arriva
primo per appena 0,3 punti e ottiene il premio di maggioranza, ma al Senato
resta senza i numeri per governare. Il Presidente della Repubblica, che avrebbe
potuto sciogliere una Camera per tentare di riequilibrare la situazione, non
può farlo a causa del semestre bianco che precede la fine del suo mandato.
Dopo
consultazioni inutili, persino trasmesse in streaming con il M5S di Beppe
Grillo, sempre contrario a qualsiasi intesa politica, si arriva così all’ultimo
espediente: la commissione dei saggi voluta da Napolitano. Ma anche quel lavoro
non produce effetti concreti, e molti lo liquidano come una raccolta ordinata
di ovvietà.
Una delle vere
novità è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che riesce a fare del suo
gruppo di giovani il primo partito alla Camera, portando anche un numero
significativo di senatori in Parlamento. Dal punto di vista giornalistico, un
fenomeno simile avrebbe meritato ampio spazio, con interviste e inchieste
approfondite. Invece non accade: Grillo, che chiede anche l’abolizione del
finanziamento ai giornali oltre che ai partiti, evita le interviste, sfugge al
confronto pubblico, tiene riunioni riservate e guida i suoi parlamentari
attraverso blog e Twitter. Una simile gestione di cento parlamentari entra in
tensione con l’articolo 67 della Costituzione, secondo cui il parlamentare non
è vincolato da mandato. Questa norma, nata come tutela antifascista, serve a
proteggere il lavoro del Parlamento da pressioni esterne. Eppure, il movimento
di Grillo richiama a suo modo la Costituzione quando ricorda che il potere
legislativo spetta al Parlamento: da quaranta giorni i suoi eletti chiedono
infatti di poter legiferare anche senza governo.
Se non
partissimo proprio dalla teoria del caos, ci sarebbe davvero da stupirsi. Per
questo non sorprende più nemmeno che Berlusconi chieda un governo con Bersani
presidente del Consiglio: una prospettiva impensabile solo due anni fa. Eppure,
è ciò che accade con l’ipotesi delle larghe intese, presentata come unico
argine alla bancarotta del Paese. Intanto, secondo il presidente di
Confindustria, l’economia italiana ha già perso 100 miliardi di euro; il lavoro
manca, la disoccupazione cresce e presto mezzo milione di lavoratori potrebbe
restare senza cassa integrazione, a cui si aggiungono migliaia di esodati.
L’altra novità
è il ritorno di Berlusconi. Il Pdl è il partito che ha tratto il maggior
vantaggio da queste elezioni, anche se teme un possibile accordo tra Bersani e
Grillo. In quel caso, il prezzo più alto lo pagherebbe proprio lui: non il
centrodestra in astratto, ma l’uomo che per vent’anni è riuscito a sottrarsi
alle conseguenze del conflitto di interessi e del controllo esercitato
sull’emittenza privata.
Si arriva così
all’elezione del Presidente della Repubblica. Anche qui il gioco politico
riserva una novità originale, e per certi versi positiva: le “Quirinarie” del
M5S, con cui trentamila iscritti scelgono online una rosa di candidati. Se tra
i nomi compare anche Prodi, spesso criticato in passato dai grillini, significa
che il metodo ha una sua credibilità. Tanto che lo stesso Grillo concede la sua
prima intervista per chiedere a Bersani di sostenere Stefano Rodotà, già
presidente del partito di Bersani.
Mentre scrivo
è in corso lo scrutinio per il Quirinale. Bersani propone Franco Marini, ex
sindacalista della Cisl negli anni Ottanta e già vicepresidente del Senato,
candidato gradito a Pdl, Lega e Scelta Civica. Ma la sua scelta spacca il Pd e
incrina anche l’alleanza con Sinistra e Libertà di Vendola. La prima votazione
produce più di cento schede bianche e oltre cento franchi tiratori; Rodotà
ottiene quaranta voti in più rispetto ai suoi sostenitori dichiarati, mentre
Marini si ferma sotto quota 500, lontano dal quorum necessario. Intanto
crescono veleni e minacce di scissione. Renzi, il giovane sindaco di Firenze
che rappresenta circa il 40% del Pd, rilancia allora i nomi di Chiamparino, ex
sindaco di Torino, e di Romano Prodi. È un’elezione difficile, dentro una
situazione italiana altrettanto difficile. Ma siamo partiti dal caos per
spiegare il caos. Forse domani, con il nuovo Presidente, tutto potrà rientrare
nell’alveo delle regole democratiche e aprire un percorso per restituire
all’Italia il senso della propria storia.
Per ora, però,
resta solo cronaca.

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