Stella viene catturata e fatta a pezzi da un buco nero, risponde l'astrofisico Venosi
Di Erasmo Venosi
Lo
studio di una ricerca internazionale di astrofisica (36 scienziati provenienti
da 26 Istituzioni provenienti da tutto il mondo) è stato pubblicato sulla
prestigiosa rivista Science, venerdì scorso.
Ha partecipato alla ricerca
l’Osservatorio di Bologna. Una ricerca/osservazione, iniziata nel 2005 e
relativa al processo di fusione di due galassie ha portato, a registrare i
segnali di un raro fenomeno, noto come “evento di distruzione mareale “(Tidal
Distruption Event; TDE) che, si verifica quando una stella viene catturata e
fatta a pezzi da un buco nero supermassico. In letteratura solo due casi, come questo
sono riportati, quindi i TDE sono eventi rari.
Perché si chiamano “buchi neri
supermassici”? Un buco nero supermassico ha una massa, che può arrivare a
miliardi di Soli. Ogni Galassia ospita
enormi buchi neri supermassici. La nostra Via Lattea non fa eccezione e il nostro
buco nero è pari, a 4 milioni di Soli (equivalenti a 1300 miliardi di Terra
!!!).
Buco nero che, cresce ingoiando il gas che gli orbita intorno. Evidente
che un buco nero non è osservabile direttamente e solo attraverso le radiazioni
emesse dal gas, che gli ruota intorno e quando è fagocitato. S’intercetta la radiazione che, ha nella
banda dei raggi X una ben determinata “firma” (frequenza). In origine gli
astrofisici stavano seguendo una coppia di Galassie (in sigla ARP 299) distante
144 milioni di anni luce dalla Terra e, che stanno fondendosi l’una con
l’altra. Arp 299 è senza ombra di
dubbio una delle galassie, in formazione a più alto contenuto di energia di
tutto l'universo nelle nostre "vicinanze", dunque un importante
riferimento per i ricercatori che stanno cercando di spiegare come si sono
formate le galassie dopo il Big Bang.
All’inizio sembrava un’esplosione di una “Supernova”
(una stella che esplode). I buchi neri sono oggetti astronomici, in cui la
forza attrattiva di gravità è così immensa che nemmeno la luce può sfuggire.
L’esistenza dei buchi neri è provata, in via indiretta osservando le quasar,
che consentono di vedere la luce emessa dalla materia che cade nei buchi neri.
I quasar sono gli oggetti più luminosi dell’Universo e sono alimentati dai gas che,
cadono nei buchi neri supermassici. La maggior parte dei buchi neri si è
formata quando stelle molto grandi (dieci volte la massa del Sole) esauriscono
il loro combustibile, iniziano a raffreddarsi e quindi a contrarsi. La gravità prevale e la stella collassa
attraverso un’esplosione (la supernova) realizzando un buco nero. Hawking
sviluppo suoi studi sui buchi neri, affermando che emettono calore e alla fine
scompaiono. Un processo che dura miliardi di anni. Numerosi sono i passi fatti
avanti nella conoscenza dell’Universo, ma molti sono gli interrogativi cui non
si dà risposta. Limiti fisici, tecnologici, di elaborazioni teoriche
rappresentano veri e propri ostacoli.
Un esempio è rappresentato dal valore
finito della velocità della luce che, ci impone un limite d’indagine
rappresentato dalla distanza massima percorsa dal Big Bang a oggi. È pertanto limitata
la porzione di spazio accessibile alle osservazioni. Altre limitazioni sono di
tipo tecnologico e riguardano gli strumenti. Infine i limiti di conoscenza del
modello standard di interpretazione dell’Universo. Il modello standard della
fisica delle particelle descrive lo stato dell’Universo fino a un determinato
valore dell’energia (250 mld di elettronvolt) raggiunta dopo un
millimiliardesimo (10 – 12) secondi dopo il Big Bang. Non sono state
elaborate teorie fisiche adatte a interpretare le condizioni fisiche in epoche
precedenti
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