Le mie vacanze di natale di tanti anni fa in un villaggio ai piedi del Gran Sasso d’Italia di Giuseppe Lalli
ASSERGI (L’Aquila) - Quando frequentavo le scuole
elementari, al paese, all'approssimarsi delle festività natalizie, la maestra
ci faceva preparare per tempo il presepe in classe, insieme all'albero di
Natale. All'addobbo dell'albero e alla collocazione delle statuine sul presepe
provvedevano le bambine sotto la supervisione della maestra, mentre noi
bambini, nelle giornate precedenti, andavamo a raccogliere nel bosco il muschio
e il vischio, e a tagliare un piccolo abete (in quel tempo di minore sensibilità
ecologica, si faceva). Era una piccola festa. Insieme alla prima neve, che in
genere scendeva copiosa fin dai primi di dicembre ad imbacuccare le cime delle
nostre montagne, segnava l'inizio dell'inverno e di un periodo dell'anno che,
complice la spensieratezza infantile, mi appariva pieno d'incanto. Prima delle
vacanze, le maestre, in sinergia con il parroco del paese (erano altri tempi!),
ci facevano imparare a memoria le poesiole che molti di noi avrebbero poi
recitato in chiesa la sera dell'Epifania, il 6 gennaio, accanto alla statuina
del Bambin Gesù e alla presenza dei fedeli accorsi per il tradizionale bacio
del Bambinello.
Ricordo che un anno, in terza o quarta classe, vinsi
una piccola gara per aver fatto il miglior tema di Natale, e la maestra,
l'indimenticabile Signora Irma Castri Vespa, come premio mi fece
scegliere tra un piccolo mappamondo e una confezione di datteri. Stetti molto
in dubbio, ma alla fine preferii il frutto esotico, che non avevo mai
assaggiato e che immaginavo chissà quanto dovesse essere prelibato. Restai
deluso, perché il gusto fu inferiore alle attese e il palato lo dimenticò
subito; e così realizzai che il mappamondo mi sarebbe stato molto più utile.
Forse presentivo già d'allora ciò che più tardi avrei appreso dal poeta francese Charles
Baudelaire, cioè che i più bei viaggi sono quelli che si fanno sulla carta
geografica a cavallo della
fantasia.
Durante le vacanze capitava spesso che le strade del
paese fossero ricoperte di neve. Allora, nei tratti in pendenza - vicino alla
piazza della Chiesa, alla “Porta del Colle”, alla “Piazzetta Forno”
o lungo “la Costa” - con i coetanei ci ingegnavamo a fare le “scivolarelle”. La
frase di rito per dare inizio all'operazione era sempre la stessa: “Quatrà,
volem accordà na sciuflarèlla?” Battevamo con i piedi per lunghi tratti la
neve ancora fresca e poi, con gli scarponcini, cercavamo di lisciarla fino a
renderla scivolosa e compatta. Quando volevamo essere più professionali, alla
sera riempivamo d'acqua alcuni recipienti di latta recuperati in una vicina
discarica di immondizia a cielo aperto (“u carvonàr”) e la gettavamo sul
percorso designato, al fine di trovare il giorno dopo la neve gelata e già
predisposta a diventare una duratura “scivolarella”; rendendo però difficile il
percorso alle persone anziane, che a volte ce ne dicevano di tutti i colori.
Per scivolare meglio ricorrevamo a volte ai bandoni di latta.
Molto divertente era il trenino: tutti attaccati, in piedi o seduti, fino alla
fine della discesa, con molta allegria e qualche rovinosa caduta.
Rammento anche che una volta, nel cortile vicino alla
cantina di casa, con un mio amichetto ci costruimmo artigianalmente degli sci
con i legni delle botti e con attacchi a dir poco improvvisati. Una delle mete
preferite per sciare, o per meglio dire, in questo caso, per... scivolare, era
una località poco lontana dal centro abitato, di fronte all'edificio
scolastico: si chiamava “la Césela”, una discesa piuttosto lunga dove si
esercitavano anche giovani molto più grandi di noi, muniti di sci veri, anche
se molto meno tecnologici di quelli attuali. Capitava spesso che nell'atmosfera
rarefatta di quei giorni invernali risuonassero nell'aria le grida dei maiali
che stavano per essere uccisi. Noi bambini accorrevamo curiosi e spesso davamo
una mano, come potevamo, a reggere le zampe del porco. Faceva un certo effetto
lo spettacolo del sangue che imbrattava il candore della neve...
Perdurava, ancora allora, una simpatica tradizione:
quella della “ciùcela vecchia” e della “ciùcela gnòva”. Il
pomeriggio dell'ultimo giorno dell'anno si andava, noi bambini, in giro per le
case in cerca di qualche dolce o frutto (“ciùcela vecchia”) e si
ripeteva la stessa cosa la mattina del giorno dopo, primo giorno dell'anno
nuovo (“ciucela gnòva”). A pensarci bene, era la versione antica
dell'attuale “dolcetto-scherzetto” che usano i bambini nella festa di
Halloween. Chiudeva le vacanze il giorno della recita, la sera del 6 gennaio.
Come già detto, recitavamo in chiesa, vicino
all'altare e a fianco del Bambinello, le poesie imparate a memoria a scuola nei
giorni precedenti. L'attesa era grande per queste piccole esibizioni. Due scene
mi sono rimaste impresse nella mente. Quella di una bambina un po' più piccola
di me, forse della prima elementare, che doveva recitare una celebre poesiola
che iniziava con queste parole: “Suonate, squillate, campane beate del Santo
Natale...”. Con aria simpatica, la bimba si presentò sulla pedana, di
fronte al microfono, con le braccia lungo i fianchi e la testa protesa in
avanti, gridando: “Suonate !,.. sgguillàte! Campane...”. La gente
rideva divertita, il prete la interruppe suggerendole la pronuncia esatta (si
dice “s-q-u-i-l-l-a-t-e); ma lei, per nulla imbarazzata, ripartì sicura:
“Suonate!,... sgguillàte! campane...”. Non ci fu verso di
correggere l'imperfezione fonetica, che denunciava, nella bambina ancora poco
abituata alla lingua letteraria, il carattere già abbastanza napoletaneggiante
del nostro dialetto.
L'altra riguarda invece l'esibizione di una ragazza
già grandicella della quinta classe, che non era del paese. Spigliata e con
ottima dizione, con voce stentorea, recitava con l'espressione e l'attitudine
dell'attrice in erba. Anche a scuola ricordo che veniva complimentata da tutte
le maestre. Era dovuto alla sua bravura, ma anche al fatto che era la figlia
del comandante della stazione dei carabinieri del paese. Perfino Don
Demetrio, parroco esemplare e molto rimpianto, pareva non indifferente a
queste piccole attenzioni...sociali. Al rientro a scuola, il tema da svolgere
in classe era sempre lo stesso: “Descrivi come hai trascorso le vacanze di
Natale”. Io, molto raccontavo e molto inventavo...
Di maestre ce n'erano di molto brave, come la mia, la
signora Vespa, dianzi nominata, madre di un noto “volto”
televisivo, che meriterebbe ben altra e circostanziata memoria. C'era poi,
verso la fine della sua carriera d'insegnante, la maestra Sara Lalli,
che per via di stretti ed intrecciati legami parentali io chiamavo “zia Sara”.
Donna ligia al dovere e fortemente motivata, si concedeva giusto il tempo di
sorbire un caffè preparato dalla bidella, Anna Fedele (“Nnafitèla”)
a metà mattinata, e subito la si vedeva rientrare in classe, lasciando le sue
colleghe a scambiare qualche altra chiacchiera. Ce n'era anche un'altra, di
maestra, che invece alle chiacchiere indulgeva volentieri. Una volta che stavo
cantando insieme a tutti gli alunni delle altre classi, mi disse seccamente:
“Perché canti se sei stonato?”. Mi sarebbe tanto piaciuto, rincontrandola,
dirle: “E tu perché hai fatto la maestra se non ne avevi la vocazione?”.
Piccole glorie e piccole miserie di un piccolo angolo di provincia, che la
memoria riannoda, il sentimento accarezza e l'intelligenza riporta alla sua
reale dimensione. Segue, come giusto corollario, una simpatica poesia
dialettale di Angelo Acitelli, dedicata a quello sport povero ed
improvvisato, di cui ho parlato, praticato dai bambini all'interno delle mura
del villaggio: Assergi, ai piedi del Gran Sasso d’Italia.
SCIUFELARELLA
Nfosse, rabbelàte, (Bagnato, sporco,)
ma tante divertìte. (ma tanto divertito.)
Accordéie le sciufelarèlle, (Giochiamo a scivolarella)
co' le scarpe resolàte, (con le scarpe risuolate,)
da “nna-porta” pe' nnabbàlle, (da una porta per la discesa)
co' la nèva e le jelàte, (con la neve e la gelata)
da sore o co' na spénta, (da solo o con una spinta,)
sciufelènne sott'u-mure, (scivolando sotto il muro)
tra i strilli de' la gènta (tra le sgridate della gente)
e na mazza sott'u-cure. (e una tavola sotto al sedere.)
ne-n penzéie all'òssa rotte (non pensavi alle ossa rotte)
se caschéie alle conétte. (se cadevi alle cunette.)



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