Nadia Toffa: «Qua mi sento a casa mia»



Doppio appuntamento con la “sua” nuova città, per questa bresciana che è diventata, dopo la liturgia – per qualcuno un po’ blasfema dell’altro ieri mattina – TaranToffa. 

Il bagno col suo popolo delle magliette, che hanno regalato un reparto nuovo di zecca per l’oncologia infantile di questa città martoriata.

Ieri però è andata in scena non la città piagnona e risentita, ma quella della rinascita, del cambiamento, del riscatto. “Nadia torna sempre” “Ci torno, ci torno e non è una promessa, è una minaccia”

Il primo pomeriggio di ieri sera era sferzato da una tramontana sferzante, il Minibar, che è stato sdoganato dal suo angolo di una piazza senza pretese, sotto una palazzina degradata dal ‘minerale’ ferruginoso della fabbrica, per diventare un appendice delle Iene di Italia1, era pieno di gente. 

Molta premura, insolita gentilezza, tanta preoccupazione, erano questi gli ingredienti dell’attesa. Tutti col libro: “Fiorire d’inverno” della Nadia tarantina. La ‘nanetta’ come la chiamava suo padre - come ricorda lei nel libro – ha sbalordito l’Italia per le sue inchieste scomode, sulla terra dei fuochi, la pedofilia e l’Ilva di Taranto.

Quel giornalismo di frontiera che è la linea marginò contro l’invasione del determinismo distruttivo dell’homo faber.


Nadia eri pomeriggio ha mostrato il suo nuovo di volto di combattente, con tutta la fragilità provocata da una malattia terribile che però non debilita il suo forte spirito. Nel suo libro parla del tumore alla testa che recidiva dopo l’operazione. 

Il suo afflato con la città nasce anche con la condivisone di questo male con i piccoli che ieri pomeriggio erano davvero i protagonisti, ed è come se da questi piccoli eroi tarantini, lei stessa assuma quella linfa vitale per combattere il male del secolo scorso che abbiamo portato nel nuovo millennio. Abbiamo certamente un compito ora, di portare con noi questo simbolo di forza e di amore e TaranToffa sarà sempre punto di riferimento di una città migliore. 

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