Un giorno ci rivedremo
Racconto di Daniela Lelli
E’
una splendida giornata di primavera, il cinguettio di due uccellini che saltano
da un ramo all’altro richiama la mia attenzione, li osservo divertita e ammiro
con orgoglio il mio piccolo giardino: il prato di un verde intenso, il roseto
già pieno di boccioli e il pesco in fiore.
Ho
voglia di uscire, di andare a fare una lunga passeggiata, sento suonare il
telefono, vedo l’ora, è sicuramente mia zia che come tutte le mattine, per più
di mezz’ora mi racconta sempre le solite cose, non ho voglia di ascoltarla, non
stamattina, ho altro da fare.
Chiudo
casa e mentre scendo le scale, suona il cellulare, mia sorella Sonia, come mai?
Ci sentiamo così raramente che mi meraviglio.
«Ciao
Sonia come va?»
«Claudia,
la mamma sta molto male, sta morendo.»
L’ascolto
in silenzio e dopo averla salutata chiudo il telefono, è come se avessi
ricevuto un colpo allo stomaco; ho pensato tante volte a questo momento, a come
avrei reagito.
Non
sento e non vedo i miei genitori da tanti anni, mi ero convinta che tutto ciò
che riguardasse loro non mi sarebbe più interessato, ma ecco che la notizia mi
sconvolge, vorrei rimanere indifferente a tutto, lasciare che gli anni passati
rimangano lì, dove ho cercato, dopo tanto dolore, di serrarli, in un angolo
remoto della mia mente.
Rientro
a casa e senza pensarci su tanto, preparo un borsone con l’occorrente per stare
fuori qualche giorno, i miei genitori abitano a trecento chilometri di
distanza.
Entro
in macchina come un automa e lungo il tragitto mi sforzo di non pensare a
niente, ma non è possibile, loro hanno fatto parte fondamentale della mia vita,
a causa loro, dei loro errori, della loro indifferenza, la mia vita ha cambiato
il suo naturale percorso.
Ricordo
ancora con dolore come non sono mai stata una bambina spensierata, come la
continua assenza di mia madre mi pesasse enormemente. Lei ha preferito seguire
mio padre in tutto e per tutto, come se fosse stato il suo unico bambino da
accudire e proteggere, lasciandoci crescere da una donna dispotica. Spesso la
notte, sola nel mio letto, piangevo e invocavo silenziosamente una mamma
inesistente.
Negli
anni ho imparato a chiudermi in un mondo tutto mio, fatto di sogni, di desideri;
il più grande era quello di poter andare via da quella casa. Ho sempre sognato
un principe, l’uomo che mi avrebbe portata via, che mi avrebbe amata di un
amore assoluto, speciale.
Il
mio principe lo avevo trovato, ma per il mio solito destino avverso, nel
momento che stava per raggiungermi, ha perso la strada. Ci amavamo in modo
unico, meraviglioso, ero molto speciale per lui e lui era l’unico a cui avevo
permesso di conoscere la vera Claudia, l’unico a cui avevo donato il mio cuore.
Questo
mi ha impedito di riuscire ad amare un altro uomo. La mia sensibilità, il mio
essere speciale, come diceva lui, mi aveva tenuta legata al suo cuore per
sempre.
Un
turbinio di episodi e pensieri affollano la mia mente, penso a quello che non
sarebbe mai dovuto succedere a una bambina di undici anni e a tutto quello che
ne è seguito: un grande senso di colpa che vivo ancora oggi, quel senso di
colpa che mi ha portato negli anni a vivere continue paure e insicurezze.
Finalmente
smetto di pensare, sono arrivata all’ospedale di Cosenza, mia sorella mi viene
incontro e mi racconta tutto: mia madre era malata da diverso tempo e da ieri
era entrata in coma.
Sonia
non si aspetta che le chieda come mai non mi ha avvisata prima, ci guardiamo in
silenzio, lei sa benissimo come la penso in merito ai miei genitori, anzi credo
si sia meravigliata nel vedermi qui.
Saliamo
in reparto di terapia intensiva, rimango più di cinque minuti ferma dietro la
vetrata, osservo mia madre lì, attaccata al respiratore, gli occhi chiusi, un
viso cereo. Dopo aver infilato un camice monouso, gambaletti e cappellino,
entro nella stanza e mi avvicino al suo letto. Rimango a lungo a osservarla, ha
il viso tumefatto, quasi irriconoscibile a causa di mesi e mesi di cortisone,
solchi che segnano il suo viso sono la testimonianza degli anni passati, le sue
mani inermi, poggiate sul lenzuolo sono invecchiate, rugose.
Mi
siedo sulla sedia proprio di fronte a lei, la osservo, mi sforzo di ricordare
il calore delle sue braccia, ma i ricordi sono così lontani che non riescono a
riaffiorare nella mia mente.
Dopo
averla contemplata a lungo, poggio la mia mano sulla sua e inizio a parlare
come se potesse ascoltarmi.
«Vorrei
dirti tante cose, vorrei dirti tutto quello che tu sai già, accusarti del fatto
che non mi sei stata vicina, del fatto che hai accettato tutto quello che mi è
successo con apparente indifferenza, chiederti perché non mi hai difesa. Invece
no, non voglio parlare di tutto questo.»
Il
suo corpo inerme poggiato sulle bianche lenzuola scatena in me una profonda
tenerezza, poggio la testa sulla sua spalla immobile, in questo momento vorrei
entrare nel suo mondo e parlare di tutto ciò che non ci siamo mai dette, poter
fare con lei tutto ciò che non ho mai fatto, chiudo gli occhi e forse mi
addormento, non so, entro in un mondo ovattato.
Comincio
a camminare, rimango affascinata dai tanti colori che mi circondano. Alla fine
del percorso mi ritrovo in un mondo magico, meraviglioso, una luce accecante
illumina un immenso prato fiorito, uno scoiattolo mi passa davanti e si ferma a
osservarmi per nulla spaventato della mia presenza, il rumore del ruscello, che
scorre poco lontano, richiama la mia attenzione.
La
vedo là, seduta su di una pietra, la vedo come la ricordavo, con il suo bel
viso non ancora segnato dal tempo, mi chiama con una voce dolce, soave, una
voce non sua, mi tende le braccia, un gesto che non ricordo. Mi avvicino, mi
siedo al suo fianco, mi lascio abbracciare, il suo calore mi riporta indietro
negli anni, mi porta a ricordare quei momenti piacevoli che erano stati
completamente annullati dalla mia mente perché sopraffatti da quelli
spiacevoli, sopraffatti da un dolore indescrivibile.
«Claudia,
mi dice, come stai? Come posso aiutarti?»
Quanti
anni sono che avrei voluto sentire queste parole? E così mi ritrovo a
raccontarle tutto quello che ho passato in questi anni: la mia eterna
solitudine, un grande amore finito che mi ha portato a vivere nei ricordi, la
mia incapacità di perdonare. Piango, piango disperatamente fra le sue braccia
tutto il mio dolore, la mia solitudine.
«Piangi
pure tesoro mio, mi dice, sfogati, vedrai che dopo ti sentirai meglio, tu non
sarai mai più sola, io sarò sempre al tuo fianco e non disperare, mai dire mai
nella vita, smettila di essere così dura e severa con te stessa. Perdonami
Claudia, vorrei aver fatto tutto quello che dovevo per te, ma tante cose
neanche io sono riuscita ad accettarle, sappi che tu non eri colpevole di
niente, eri una bambina indifesa, sono io che avrei dovuto difenderti,
proteggerti, ma non l’ho fatto, ne ho avuto paura. Nonostante tutto quello che
ti era successo tu continuavi ad essere una bambina dolce ed io,
inconsapevolmente, non accettavo il tuo essere, avrei preferito accuse dirette,
avrebbero smosso le mie paure, la mia apparente indifferenza.
Soffrivo,
Claudia, soffrivo soprattutto perché ero incapace di aiutarti, pensavo alla
gente e a proteggere un padre che non era mai stato tale per te.»
Le
lacrime scendevano silenziose sul mio viso e finalmente l’abbraccio anch’io, la
stringo forte e le dico quello che non avrei mai pensato di poterle dire.
«Mamma
non ti preoccupare, ora è tutto passato, come hai detto tu, da questo momento
in poi saremo sempre vicine, il tuo amore riuscirà a cancellare tutto il dolore
che ho dentro.»
Rimaniamo
a lungo abbracciate ad osservare l’acqua del torrente che scende da una piccola
roccia, suonando una dolce musica come a cullare i nostri pensieri.
Un
suono acuto mi riporta indietro, mi allontana piano piano da quel mondo magico,
apro gli occhi, guardo il monitor, piatto, guardo mia madre, il suo ultimo
respiro lo ha fatto tra le mie braccia e stringendola a me le sussurro:
«Stai
tranquilla mamma, finalmente ci siamo dette tutto quello che avremmo voluto
dirci da tanti anni, finalmente il tuo abbraccio ha riempito il mio cuore.»
Entrano
il medico e un’infermiera, non osservo il loro sguardo, so già dov’è andata,
finalmente in un posto tranquillo, lontano dai suoi rimpianti, dalle sue paure,
dai suoi sensi di colpa, è andata dove con pazienza mi attenderà, attenderà
quella figlia che non ha mai vissuto, che non ha mai ammesso a se stessa di
amare, ora tutto ciò lo sa, tutto ciò la rasserenerà.
Esco
dalla stanza, un abbraccio silenzioso a mia sorella Sonia, uno sguardo a mio padre
seguito da un lieve cenno di saluto. In questi momenti il silenzio è l’unico
amico, non esistono parole per colmare tutta la confusione che avvolge il tuo
essere. Hai bisogno del silenzio per capire.
Prima
di andare via, un ultimo sguardo attraverso la vetrata, l’espressione di mia
madre è serena e sembra mi dica: ho trovato finalmente la mia pace!
Io
con un sussurro le dico: “tranquilla mamma, ti ho perdonata sai, vedrai prima o
poi ci rincontreremo.”
Esco
dall'ospedale, alzo lo sguardo in direzione della sua camera, un senso di pace
avvolge tutto il mio essere, so che ha smesso finalmente di soffrire, sento che
il mio perdono è arrivato al suo cuore.
Mi
avvicino alla macchina e mentre sto per sedermi, la mia attenzione viene
attratta da una figura ferma, immobile sul marciapiede di fronte. La luce del
sole mi acceca impedendomi di vederne i lineamenti, riparo gli occhi con le
mani riconosco la figura che mi sta osservando, il mio cuore si ferma per un
attimo, dalle mie labbra un sussurro, Andrea. Lui si avvicina e con il suo
inconfondibile e dolce sorriso mi dice:
«Sapevo
che prima o poi saresti tornata, ti aspettavo da tempo. Sei andata via senza
darmi il tempo di chiederti perdono. Ti ho cercata, ma inutilmente, e da quel
momento ho incominciato ad aspettare, ho incominciato a sperare in un tuo
ritorno, ho incominciato a vivere sognando questo momento ed è questo che mi ha
dato la forza di andare avanti.»
Mi
stringe le mani come a darmi forza e coraggio, coraggio di credere di nuovo in
lui, nelle sue parole. I suoi occhi parlano, come hanno sempre fatto.
Rivolgo
lo sguardo verso quella finestra chiusa
«Grazie
mamma; sai, ho iniziato a perdonare e continuerò a farlo, ho capito che è
l’unico modo per riprendere il mio percorso di vita interrotto, è l’unico modo
per riprendermi, per restituire l’innocenza a quella piccola e fragile bambina
ormai diventata donna.»


Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente