Covid, tra varianti da controllare e speculazione sui vaccini
Di Erasmo Venosi
Un’unione europea malata di libertà d’azione, per individui e imprese non ha reintrodotto limiti agli spostamenti. Ancora non si è compreso, che sconfitta del virus, ripartenza dell’economia e fine delle restrizioni sono intimamente collegate
Varianti sudafricana e brasiliana preoccupano congiuntamente ai problemi di Pfizer e Astrazeneca. Poco però viene fatto, per un aspetto importantissimo, il sequenziamento dei genomi ai quali è legata la efficienza dei test molecolari.
Appare infine scelta superficiale e strumentale l’uso di qualsiasi test genico senza distinguere, che solo quelli di ultima generazione sono equiparati, in termini di sensibilità ai tamponi molecolari. A livello globale un’OMS che non ha nemmeno fissato una nomenclatura unica, per le mutazioni del virus. Esiste una nomenclatura concordata, per le diverse varietà di altri virus, come l’influenza, ma non ancora per la SARS-CoV-2. In sua assenza, varie convenzioni di denominazione stanno proliferando. Ad esempio, un team di ricercatori che ha identificato una variante in Sudafrica l’ha denominata 501Y. V2.
Al contrario, Public Health England sta chiamando una variante identificata alla fine dello scorso anno VOC 202012/01 (VOC sta per “variante di preoccupazione”), e i numeri includono un riferimento al mese e all’anno di scoperta. Altri gruppi utilizzano il nome B.1.1.7 per la stessa variante. IL COG-UK (Consorzio britannico di genomica Covid 19) ha sequenziato la metà degli oltre 400 mila genomi di Sars Cov 2 archiviati su GISAD, un database online senza scopo di lucro per la condivisione di genomi virali.
La “ lettura “ del genoma che possiamo considerarlo come un insieme di 30 mila lettere in ordine (ogni modificazione dell’ordine è una mutazione ) l’OMS ha raccomandato di dare priorità nel sequenziamento alle persone che hanno ricevuto il vaccino anti-Covid e poi si sono contagiate, a chi lavora in strutture a rischio, dove si ha una stretta interazione con animali suscettibili al virus o dove ci sono pazienti immunodepressi, specialmente se ricevono una terapia a base di anticorpi monoclonali.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha inviato delle linee guida ai laboratori europei, per comprendere quanto la variante inglese sia diffusa e letale. Tre giorni fa nel Regno Unito 1820 morti e nell’ultima settimana 300 mila casi. Il monitoraggio delle varianti, inglese, sudafricana e brasiliana diventa fondamentale per isolarle e bloccare la diffusione.
Quest’attività strategica da noi, in Italia non esiste e in verità in gran parte degli stati europei. Il Regno Unito ha sequenziato circa 107 mila campioni virali. Nel nostro paese sono stati analizzati meno di 500 genomi virali e la variante inglese è risultata presente, in 82 persone.
Non esiste modo per conoscere la diffusione della variante inglese in Italia perché non esiste un’istituzionalizzata sorveglianza molecolare, né un coordinamento nazionale sulla raccolta dati, relativi alle diverse varianti. Su quest’aspetto l’UE è colpevolmente all’anno zero. Il sequenziamento del genoma del virus ha permesso di conoscere che, delle tre varianti, quella inglese è quella che porta delle alterazioni strutturali meno importanti a carico della proteina spike. La variante sudafricana e quella brasiliana invece hanno in comune alcune mutazioni, che riguardano la posizione 484 e in vitro, tale mutazione è a legata a forme di evasione immunitaria. Le due varianti inoltre condividono anche una terza mutazione. L’interazione tra queste mutazioni è molto complessa e oggetto di studi. Abbiamo tantissimi dati epidemiologici, ma quasi nulla di sorveglianza genomica.
E’ incontestabile che ogni infettato, rappresenta un’occasione per il virus di adattarsi all’ospite aiutato da qualche mutazione. Il sequenziamento è anche importante, per un aspetto strategico della pandemia, i test molecolari si basano su diverse sequenze e diversi geni del coronavirus. La diffusione di nuove varianti potrebbe rendere meno sensibili i test nell’individuazione dei positivi. Infine emerge l’aspetto cinico della logica, che orienta le multinazionali e l’insufficiente comprensione, che la lotta contro il virus è tutta da vincere.
L’unica arma totale è il vaccino.
Noi siamo passati da 80 mila vaccinati al giorno a 15 mila a causa dei ritardi nelle forniture. Ritardi che sembra siano dovuti a questioni di prezzo di vendita. La Unione Europea una dose la paga 11,91 euro, 16,01 gli Stati Uniti e 23 euro Israele. La capacità produttiva della Pfizer e di Moderna, che producono gli unici vaccini autorizzati, è quella che è, qui nascono i problemi che costano vite e ricchezza prodotta.
Inoltre è emerso un grande problema denunciato dal Fauci israeliano, Nachman Asch, l’efficacia della prima dose del vaccino Pfizer è inferiore al 50%, ma bisogna aggiungere che con il vaccino Pfizer la massima immunità si verifica a una settimana dalla seconda somministrazione che avviene dopo 28 giorni.
Il problema del ritardo delle consegne
Sul vaccino Pfizer Ema aveva scoperto, che alcuni lotti erano di qualità inferiore a quella che emergeva dalla sperimentazione clinica. Esemplificando: il contenuto di Rna messaggero non era in quantità sufficiente a garantire l’efficacia del vaccino. Ema ha sollecitato Pfizer a risolvere i problemi per questo è stata bloccata la produzione nello stabilimento belga che produce le dosi per tutta l’Europa, proprio ai fini di un suo potenziamento. Siamo in ritardo e con prospettive non proprie chiare. Sarebbe davvero importante contare sul vaccino italiano che ha superato la fase clinica n 1.

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