Cancun: cambiare l'economia per salvare l'ecologia di Giorgio Nebbia
| Le otto o novemila persone, ministri, sottosegretari, lobbysti, ambientalisti, scienziati, contadini, eccetera, che si sono ritrovati a Cancun nel Messico per discutere del clima planetario, spente le luci, hanno fatto o stanno facendo le valigie o gli zaini per tornare a casa. Ormai ogni anno si svolge questo turismo internazionale nella speranza di accordi per rendere meno ostile l'ambiente e il clima futuro. Questa di Cancun era una riunione, la sedicesima, ma non certo l'ultima, per cercare un accordo su come limitare il riscaldamento planetario. I termini dei problemi discussi a Cancun sono noti e ripetuti fino alla noia. Varie azioni umane "economiche" stanno determinando un lento graduale aumento della temperatura media dell'atmosfera e della superficie dei mari e dei continenti, con conseguenti spostamenti delle zone calde e delle zone fredde, aumento della piovosità in alcuni paesi e dell'aridità in altri. La causa comune va cercata nell'aumento della concentrazione nell'atmosfera di gas a "effetto serra", quelli che intrappolano sulla superficie terrestre una frazione dell'energia solare superiore a quella che il pianeta restituisce agli spazi interplanetari; tale aumento dipende contemporaneamente dall'aumento dell'uso dei combustibili fossili e della produzione di merci e servizi, e dalla diminuzione della superficie delle foreste, distrutte, anch'esse, per ottenere materie prime necessarie per l'aumento delle merci e dei servizi. La capacità di assorbimento dei gas serra da parte dei mari e delle foreste, non è sufficiente a compensare l'aumento dell'immissione di tali gas nell'atmosfera. La crescita merceologica, unica vera fonte della felicità umana dei poveri e dei ricchi, in questo modo sta alterando le condizioni ambientali che consentono di godere tale crescente quantità di merci e servizi: l'umanità, insomma, sta distruggendo lentamente le basi naturali del proprio benessere, e l'ambiente si vendica spazzando, con le siccità e le tempeste, i beni prodotti. Nonostante che alcuni neghino il rapporto fra attività merceologiche e alterazioni del clima, da alcuni anni a questa parte un numero crescente di governi del mondo si sta spaventando e convincendo che qualche provvedimento va preso; nel 1997 a Kyoto, in Giappone, i membri delle Nazioni Unite decisero di rallentare l'aumento della concentrazione di gas serra nell'atmosfera, ma da allora si discute chi debba farlo e come e quanto e quali effetti tale rallentamento avrebbe sulla crescita economica nei paesi poveri e in quelli industrializzati. Il "successo", si fa per dire, di questa sedicesima riunione di Cancun, alla vigilia del 2012, anno in cui scadrebbero gli impegni del "protocollo di Kyoto", consistono in un più diffuso impegno di tutti per "fare qualcosa". Se i paesi che emettono maggiori quantità di gas serra con le loro fabbriche e città, gli Stati Uniti e la Cina, cominciassero a limitare le loro emissioni da adesso in avanti, per esempio di un 25-40 % rispetto alle emissioni del 1990, entro qualche decennio forse la temperatura media terrestre (oggi di poco più di 15 gradi) potrebbe aumentare di "soltanto" un paio di gradi. Badate bene che si sta parlando non della diminuzione delle emissioni di gas serra, ma soltanto di emetterne un po' di meno ogni anno per tutti gli anni futuri, per cui anche così la loro concentrazione nell'atmosfera e i relativi peggioramenti del clima continueranno sempre ad aumentare. L'unico vantaggio è che le crisi sono spostate in avanti nel tempo e si spera che nel frattempo qualcosa succeda. Comunque una diminuzione delle emissioni annue di tali gas richiede sia un mutamento dei cicli produttivi verso un minore uso di carbone, petrolio e gas, sia un cambiamento dei consumi. Il minore uso dei combustibili fossili disturberebbe i venditori di queste fonti energetiche, ma farebbe felici i venditori di centrali nucleari e di centrali solari e eoliche, che promettono elettricità senza gas serra. Un cambiamento e una diminuzione dei consumi rallenterebbe la crescita economica e non andrebbe bene per i fabbricanti di alimenti, macchinari, frigoriferi, televisori, eccetera. Una spirale senza fine: più merci, più consumi, più produzione, più uso di energia, peggioramento del clima: che fare ? Una qualche soluzione potrebbe consistere nell'indurre i paesi poveri, nei quali si trovano le maggiori estensioni di foreste, in Africa, in Asia, nell'America Latina, a tagliare di meno i loro boschi, a sfruttare di meno le risorse che tali foreste nascondono nel sottosuolo, a smettere di distruggere le foreste per coltivare al loro posto prodotti agricoli destinati all'esportazione nei paesi ricchi. Molti prodotti alimentari a basso prezzo, i nuovi biocombustibili che i paesi industriali importano per le centrali elettriche al posto dei prodotti petroliferi, vengono da coltivazioni che si stanno estendendo sui suoli che una volta erano coperti da quelle foreste che, uniche, sono capaci di "portare via" un po' di gas serra dall'atmosfera. La riunione di Cancun ha deciso che i paesi membri, ma quali esattamente non è chiaro, diano 100 miliardi di dollari all'anno ai paesi poveri che si impegnano a "non" distruggere, con le motoseghe o col fuoco, le loro foreste e a coprire con nuove foreste le loro terre erose, e a quelli che nel frattempo saranno devastati da cicloni e alluvioni. Insomma, se si vogliono davvero diminuire i futuri danni dei cambiamenti climatici, occorre affrontare radicali cambiamenti economici, quelli di cui ha parlato il Papa nella "giornata del ringraziamento" | ||
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