Arrestati i caporali per il rogo dei braccianti in Calabria


 Benvenuti nell’inferno degli schiavi del sud, dove stranieri hanno sostituito gli italiani nel lavoro delle braccia che non vuole fare più nessuno.

In quel minivan ci sono i resti dei braccianti carbonizzati: si chiamavano Amin Fazal Khogjani, di 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, di 19, Safi Iayjad, di 27, e Waseem Khan, di 29.

Bruciati vivi dai loro sfruttatori dai loro sfruttatori nella stazione di servizio di Amendolara, nel Cosentino.

Tre erano afghani e uno pachistano. Erano venuti in Italia a lavorare per aiutare le loro famiglie. A ucciderli sono stati due «caporali» della zona, i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni. 

La polizia li ha arrestati ieri, grazie anche alla testimonianza dell'unico superstite della strage, Mohammad Taj Alamyar, un afghano di 35 anni, che è riuscito a fuggire dal minivan in fiamme.

«Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti» 

La strage di Amendolara è l'esito più efferato e raccapricciante di un fenomeno molto diffuso, e di solito invisibile, anche perché nella maggior parte dei casi riguarda migranti poveri e «invisibili», spesso ancora più ricattabili perché irregolari: lo sfruttamento sistematico dei braccianti agricoli. È il sistema su cui si basa troppa parte del lavoro agricolo nel nostro Paese.

Lo ha ben descritto questo fenomeno Alessandro Leogrande nel suo viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud.  “Un bracciantato nel nuovo secolo non proviene più dalle altre province pugliesi, dalla Calabria, dalla Basilicata, dalla Puglia e dal Molise. Non è fatto da italiani, da meridionali. Si compone per buona metà di africani, in passato c’erano anche magrebini, ma si sono emancipati e rifiutano il lavoro duro nelle campagne”

Una sostituzione che è passata anche da paesi neocomunitari come polacchi, rumeni, bulgari, slovacchi e lituani.  Poi arriviamo agli asiatici. Questi invisibili, come li definisce il compianto Leogrande, fanno comodo alle aziende perché il sindacato fa più fatica e spesso sono costretti i lavoratori a ribellarsi da soli finendo bruciati vivi dai loro caporali. 

Spiega Agostino Gramigna sul Corriere della Sera:

Secondo i dati del sindacato, solo il 30 per cento dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate (la logica dei contratti nel comparto agricolo stagionale). Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite, tra azienda e braccianti.

Come spiega una sindacalista della Flai Cgil «ci sono le aziende che pagano direttamente i lavoratori e quelle che pagano i caporali che poi pagano i braccianti». I caporali controllano la filiera. Un potere che deriva dalla lingua. I migranti-braccianti non parlano l’italiano, loro sì. Aziende agricole e caporali dunque si cercano. Spesso però sono i secondi che si propongono: «Avete bisogno di manodopera? Ve ne posso portare una decina».


Il caporale offre il pacchetto completo. Porta i braccianti nei campi, procura l’alloggio, fornisce la colazione e i pasti. Tutti servizi che si fa pagare. E che decurta dalla busta paga (come è successo, stando alla testimonianza del sopravvissuto, nel litigio tra le vittime di Amendolara e i caporali). L’interesse, se così si può dire, è di tutti: il caporale che guadagna dalla intermediazione, l’azienda che riesce a ottenere manodopera a basso costo (in nero) e i braccianti che lavorano.

Sulla scena ci sono altri attori. Intanto l’onnipresente criminalità organizzata (le ‘ndrine come si chiamano in Calabria) che fa affari e, come spiega una sindacalista «ha un certo occhio nel selezionare i caporali». Dall’altro lato ci sono le associazioni e i sindacati che fanno proselitismo: lo scopo è portare i braccianti dalla loro parte, che significa diritti e tutele. Li avvicinano nei campi, nelle mense della Caritas, vicino ai super dove fanno la spesa, o all’uscita della moschea di Schiavonea.

La fotografia della piana di Sibari è uno scatto locale. In realtà il sistema è più largo. Di recente, racconta ancora la sindacalista, «siamo stati contattati da un migrante pachistano per un incidente sul posto di lavoro. Il fatto era avvenuto a Modena. Gli abbiamo suggerito di denunciarlo ma ha rifiutato: "Ho paura per la mia famiglia. Ho dovuto lasciare Modena. Sono finito qui perché altri pachistani me l’hanno ordinato”». La paura ha due forme certe. Dei connazionali che gestiscono il flusso dei migranti a partire dal loro Paese d’origine. E paura di aprire appena la bocca: molti di loro sono irregolari.

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