Lo stabilimento siderurgico non può diventare un super laminatoio

REFERENDUM ILVA

Il prof. Federico Pirro commenta la posizione di AltaMarea

Anche se la sentenza del  Tar di Lecce farà (probabilmente) rinviare il referendum sull'Ilva del 27 marzo 2011, le conclusioni scaturite dagli incontri delle 13 associazioni  che aderiscono ad Altamarea riportate su questa testata giovedi 30 settembre a pag. 8, in un articolo a firma di Michele Tursi, meritano un'approfondita riflessione e sollecitano alcune considerazioni di merito.

In primo luogo è significativo che sia emerso nel dibattito il timore che - cito testualmente – "l'intero movimento ecologista tarantino resti travolto dai no e da una valanga di astensioni", il che lo farebbe indietreggiare, dopo la forte crescita degli ultimi anni. Affermando ciò, Altamarea dimostra di 'voler fare politica', prendendo le distanze di fatto da chi, invece, continua a ritenere il referendum la soluzione a problemi di grande complessità. In realtà, la preoccupazione diffusa fra le associazioni ambientaliste è propria di chiunque valuti lucidamente la situazione determinatasi con la fissazione della consultazione referendaria:

all 'indomani dell'atto del Sindaco, infatti, molte dichiarazioni di amministratori locali, sindacalisti, consiglieri regionali, docenti universitari, dirigenti politici, parlamentari - sia pure con sfumature sull'importanza o meno del referendum - hanno innalzato un autentico muro di no all'ipotesi della chiusura dello stabilimento, o della riduzione della sua capacità produttiva: un vero e proprio sbarramento che, sottolineando invece la necessità di procedere sulla strada del costante miglioramento della ecosostenibilità della fabbrica, ha fatto comprendere alle più lucide intelligenze politiche di Altamarea che il referendum - qualunque ne sia la data - e il suo esito rischiano di apparire o prefigurare una scelta in qualche modo 'av v e nturista'.  Incide, com'è intuibile, nel determinare l'assoluta indisponibilità alla chiusura totale o parziale dell'i mpianto della stragrande maggioranza della classe dirigente locale la piena consapevolezza che non si possono scardinare gli equilibri socioeconomici della città e della provincia, in mancanza di (concrete) alternative occupazionali a breve e medio termine che non siano le semplici petizioni di principio di chi continua  a parlare di sviluppo dell'agricoltura, del turismo, del terziario, in un momento in cui anche la tavola rotonda  promossa da questa testata e pubblicata venerdi 1 ottobre a pag.14-15 sulle condizioni dell'agricoltura locale ha dimostrato quanto, al momento, quelle petizioni appartengano al mondo di una pur generosa utopia.

Il movimento di Altamarea, allora, si dichiara - sia pure non all'unanimità - contrario alla chiusura totale d e ll 'impianto, propendendo invece per la dismissione della sua area a caldo. Allora, intanto è da apprezzarsi - a parere di chi scrive - che non si chieda la chiusura dello stabilimento che determinerebbe, ove mai fosse giuridicamente possibile, un'autentica catastrofe sociale per Taranto e la sua provincia con gravissimi effetti di varia natura, nessuno escludibile a priori.

Circa poi la soluzione proposta - e cioè quella di chiudere l'area a caldo - è opportuno sottolineare che essa determinerebbe un crollo di competitività dell'impianto che, a quel punto, avrebbe costi di produzione del bene finito assolutamente incompatibili con un suo  posizionamento competitivo sul mercato, oltre a determinare un esubero strutturale di alcune migliaia di addetti diretti e indiretti. Allora, sarebbe più comprensibile - ancorchè ni ent 'affatto condivisibile - affermare che si vuole la chiusura totale del sito, e non quella della sua area a caldo.

Lo stabilimento, insomma, non può diventare un superlaminatoio, non sarebbe conveniente produrvi beni intermedi che per gli utilizzatori finali sarebbe preferibile importare dall'estero, con un pesante aggravio peraltro della nostra bilancia commerciale.

Pertanto, è bene ribadire ancora una volta che non v'è altra strada da percorrere - come sottolinea da tempo anche la Regione e come hanno affermato con forza Istituzioni locali e partenariato sociale  - che quella del costante, progressivo, sistematico miglioramento dell'ec osostenibilità dell'impianto. E a tal fine anche le proposte avanzate da Altamarea - gemellaggi con città che hanno affrontato e superato problemi simili (anche se con esiti diversi), costituzione del "Cantiere per la città dei due mari", un convegno internazionale il prossimo anno, un concorso internazionale di idee per la riconversione dell'area industriale di Taranto - se diventassero occasioni autentiche di confronti veri, scientificamente fondati, fra tesi anche diverse ma tutte convergenti s ul l 'obiettivo di migliorare l'ecosostenibilità della produzione siderurgica - obiettivo che peraltro si propongono di raggiungere anche i soggetti promotori della Piattaforma siderurgica nazionale - potrebbero essere realmente utili per far crescere culturalmente la città che è - e deve continuare ad essere - una capitale industriale del Paese e del Mediterraneo. Una capitale che potrà anche nutrire l'ambizione di diventare con il concorso di tutti i suoi stakeholders e con altri grandi investimenti per il miglioramento del suo ecosistema un modello di livello mondiale di sviluppo industriale ecosostenibile.

PROF. FEDERICO PIRRO  Università di Bari

 

QUANDO APRIAMO UN DIBATTITO ED UNA PROPOSTA VERA SULLA GREEN ECONOMY SENZA GIRARE INTORNO ALL?ILVA? SE NON SI INVESTE SUL FUTURO ECOSOSTENIBILE DE LL'ECONOMIA NON C'E' FUTURO PER NULLA

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