Scorie nucleari , quanti motivi per dire no al deposito centralizzato di confinamento
di Erasmo Venosi
Le notizie intorno alla lista dei territori candidati ad ospitare le scorie nucleari è stata riportata da vari giornali. Le zone adatte sarebbero sparse su tutto il territorio italiano con particolare riferimento al Viterbese, alla Maremma, all’area di confine tra la Puglia e la Basilicata, le colline emiliane, alcune zone del Piacentino e del Monferrato. A noi appaiono come indiscrezioni giornalistiche d’adattamento dei territori ai criteri definiti nel documento del Gruppo di Lavoro misto Regioni-Stato, costituito con decreto del Ministero dello Sviluppo del 25 febbraio 2008. Saranno stoccate scorie, combustibile esausto, materiale radioattivo prodotto nella ricerca, nell'industria e nel settore sanitario. La stima è che, con lo smantellamento delle centrali, i rifiuti d’origine nucleare ammonteranno a 200.000 metri cubi, compresi 1400 Kg di plutonio. Le proposte del Gruppo Stato-Regioni, fatte proprie da SOGIN non sono nuove, visto che riprendono gran parte del contenuto della Relazione della Commissione Bicamerale sui Rifiuti del 1999. Consistono nella creazione di due strutture: un deposito superficiale definitivo dei rifiuti a bassa attività (elementi radioattivi che diventano non più pericolosi dopo 300 anni), e una struttura per l'immagazzinamento temporaneo dei rifiuti ad alta attività (la pericolosità cessa dopo alcune centinaia di migliaia d’anni). Il deposito superficiale è costituito da una serie di locali in cui sono depositati i contenitori d'acciaio (una lega di nichel, cromo e molibdeno), contenenti rifiuti inglobati in matrici cementizie, dotate di particolare resistenza e durabilità. Il deposito fonda la sua affidabilità sul sistema delle multi barriere: la prima barriera di confinamento è costituita dalla matrice di cemento e dal contenitore metallico. Ulteriori materiali sono interposti tra la prima barriera e i contenitori. Il principio che governa lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, è che, una volta condizionati (ovvero cementificati se rifiuti di seconda categoria e vetrificati se di terza), non possano venire in contatto con l'ambiente animale o vegetale (biosfera), per tutto il periodo in cui i rifiuti sono pericolosi. Considerato che l'acqua è l'unico mezzo che può portare all'esterno i rifiuti nucleari, attraverso il trascinamento o lo "scioglimento" in essa (solubilizzazione), le barriere hanno, in pratica, la finalità di evitare che rifiuti e acqua vengano in contatto, in qualsiasi condizione, comprendendo quindi gli incidenti. La disposizione in serie delle barriere deve comunque assicurare una linea di contenimento nel caso scompaia, o s’indebolisca la barriera antecedente. Al termine uno spessore d’alcuni metri è frapposto tra il rifiuto radioattivo e l'esterno. Un sistema di monitoraggio dovrebbe assicurare la sicurezza radiologica nel senso dell’efficienza delle barriere. Un’ulteriore barriera, di riserva, è costituita dalle caratteristiche geomorfologiche e idrogeologiche del sito. Il deposito avrà una vita di circa 300 anni. La struttura d’immagazzinamento è costituita da un edificio di 240.000 mc, con capacità iniziale pari all'attuale inventario italiano dei rifiuti di terza categoria. La struttura è costituita da un edificio in calcestruzzo, diviso in tre aree con esigenze diverse di schermaggio, confinamento e termoregolazione: area rifiuti vetrificati, area combustibile irraggiato e area rifiuti di terza categoria.
Nessun Paese al mondo ha costruito un deposito centralizzato e unico di confinamento geologico! Le osservazioni che facciamo riguardano tre aspetti. Il primo è relativo alla qualificazione delle barriere. Il secondo è tenere conto, nell’identificazione dell'area, degli aspetti legati alle modificazioni che produrranno i cambiamenti climatici, il terzo aspetto è il sistema di monitoraggio. Non credo che generi gran fiducia constatare che la centrale di Caorso , fu costruita all'interno dell'area golenale del Po. Inoltre, Scansano Ionico, un'area con un profilo geologico sicuramente adatto (uno spessore di argilla di 600 m, uno starato di salgemma di 250 m, e poi ancora 100 m di letto di argilla e ancora sale), ma risulta sismica e soggetta ad alluvioni. Ulteriori riflessioni riguardano la fase del monitoraggio e controllo della radioattività, e il caso della Maddalena, di alcuni anni fa, appare emblematico e istruttivo di ciò che si deve fare e di cui parleremo in un successivo articolo .
Le notizie intorno alla lista dei territori candidati ad ospitare le scorie nucleari è stata riportata da vari giornali. Le zone adatte sarebbero sparse su tutto il territorio italiano con particolare riferimento al Viterbese, alla Maremma, all’area di confine tra la Puglia e la Basilicata, le colline emiliane, alcune zone del Piacentino e del Monferrato. A noi appaiono come indiscrezioni giornalistiche d’adattamento dei territori ai criteri definiti nel documento del Gruppo di Lavoro misto Regioni-Stato, costituito con decreto del Ministero dello Sviluppo del 25 febbraio 2008. Saranno stoccate scorie, combustibile esausto, materiale radioattivo prodotto nella ricerca, nell'industria e nel settore sanitario. La stima è che, con lo smantellamento delle centrali, i rifiuti d’origine nucleare ammonteranno a 200.000 metri cubi, compresi 1400 Kg di plutonio. Le proposte del Gruppo Stato-Regioni, fatte proprie da SOGIN non sono nuove, visto che riprendono gran parte del contenuto della Relazione della Commissione Bicamerale sui Rifiuti del 1999. Consistono nella creazione di due strutture: un deposito superficiale definitivo dei rifiuti a bassa attività (elementi radioattivi che diventano non più pericolosi dopo 300 anni), e una struttura per l'immagazzinamento temporaneo dei rifiuti ad alta attività (la pericolosità cessa dopo alcune centinaia di migliaia d’anni). Il deposito superficiale è costituito da una serie di locali in cui sono depositati i contenitori d'acciaio (una lega di nichel, cromo e molibdeno), contenenti rifiuti inglobati in matrici cementizie, dotate di particolare resistenza e durabilità. Il deposito fonda la sua affidabilità sul sistema delle multi barriere: la prima barriera di confinamento è costituita dalla matrice di cemento e dal contenitore metallico. Ulteriori materiali sono interposti tra la prima barriera e i contenitori. Il principio che governa lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, è che, una volta condizionati (ovvero cementificati se rifiuti di seconda categoria e vetrificati se di terza), non possano venire in contatto con l'ambiente animale o vegetale (biosfera), per tutto il periodo in cui i rifiuti sono pericolosi. Considerato che l'acqua è l'unico mezzo che può portare all'esterno i rifiuti nucleari, attraverso il trascinamento o lo "scioglimento" in essa (solubilizzazione), le barriere hanno, in pratica, la finalità di evitare che rifiuti e acqua vengano in contatto, in qualsiasi condizione, comprendendo quindi gli incidenti. La disposizione in serie delle barriere deve comunque assicurare una linea di contenimento nel caso scompaia, o s’indebolisca la barriera antecedente. Al termine uno spessore d’alcuni metri è frapposto tra il rifiuto radioattivo e l'esterno. Un sistema di monitoraggio dovrebbe assicurare la sicurezza radiologica nel senso dell’efficienza delle barriere. Un’ulteriore barriera, di riserva, è costituita dalle caratteristiche geomorfologiche e idrogeologiche del sito. Il deposito avrà una vita di circa 300 anni. La struttura d’immagazzinamento è costituita da un edificio di 240.000 mc, con capacità iniziale pari all'attuale inventario italiano dei rifiuti di terza categoria. La struttura è costituita da un edificio in calcestruzzo, diviso in tre aree con esigenze diverse di schermaggio, confinamento e termoregolazione: area rifiuti vetrificati, area combustibile irraggiato e area rifiuti di terza categoria.
Nessun Paese al mondo ha costruito un deposito centralizzato e unico di confinamento geologico! Le osservazioni che facciamo riguardano tre aspetti. Il primo è relativo alla qualificazione delle barriere. Il secondo è tenere conto, nell’identificazione dell'area, degli aspetti legati alle modificazioni che produrranno i cambiamenti climatici, il terzo aspetto è il sistema di monitoraggio. Non credo che generi gran fiducia constatare che la centrale di Caorso , fu costruita all'interno dell'area golenale del Po. Inoltre, Scansano Ionico, un'area con un profilo geologico sicuramente adatto (uno spessore di argilla di 600 m, uno starato di salgemma di 250 m, e poi ancora 100 m di letto di argilla e ancora sale), ma risulta sismica e soggetta ad alluvioni. Ulteriori riflessioni riguardano la fase del monitoraggio e controllo della radioattività, e il caso della Maddalena, di alcuni anni fa, appare emblematico e istruttivo di ciò che si deve fare e di cui parleremo in un successivo articolo .

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