Dove finiscono le barche dei migranti?
Con un operatore umanitario esperto del settore marittimo e del sistema delle attività di soccorso in mare che vuole rimanere anonimo, abbiamo commentato i dati, drammaticamente sottostimati, delle morti per naufragio, dalle più recenti a quelle avvenute a inizio anno, lungo la rotta delle migrazioni sud-nord del Mediterraneo centrale.
Andando poi a indagare in generale anche il sistema dei salvataggi e quindi tutto ciò che accade dietro uno sbarco sulle nostre coste dopo l’intervento lodevole di Guardia Costiera e/o Guardia di Finanza emergono dei dubbi.
Su questo versante non abbiamo raccolto solo una testimonianza, ma
attraverso di essa anche quelle di tanti altri colleghi e colleghe attivi in
varie organizzazioni ed istituzioni: tutte convergono verso un unico punto di
grande perplessità o dubbio riguardo la sorte delle imbarcazioni utilizzate dai
migranti stessi, sollevando dubbi non solo sui rischi ambientali, ma in
generale anche sulla gestione complessiva degli sbarchi.
“In estrema sintesi” ci racconta “le perplessità che avevamo avuto noi, sia qui in Sicilia che tra i nostri partner sociali in Calabria e in Puglia è la seguente: in questi anni, più o meno dal 1985, data dei primi sbarchi, ad oggi, abbiamo sempre visto arrivare i migranti a bordo di imbarcazioni a vela, a motore, barchini, gommoni e quant’altro.
Nell’ultimo
anno, in controtendenza totale con il passato, abbiamo notato invece che a
ripetizione i migranti-naufraghi sono arrivati e arrivano sulle nostre coste
accompagnati dalla Guardia di Finanza e dalla Capitaneria di Porto, ma in
assenza delle imbarcazioni sulle quali avevano viaggiato.”
Il testimone poi aggiunge, entrando più nel dettaglio delle perplessità, che ” sorge un dubbio che penso sia più che legittimo: dove sono andate a finire le barche? Ce lo poniamo per due ordini di motivi: il primo è che le barche, se lasciate alla deriva, rappresentano un grave pericolo per la navigazione, il secondo è un altrettanto grave rischio di inquinamento ambientale.
Non solo si tratta di barche quasi tutte in vetroresina, ma soprattutto di barche che contengono molto carburante, quello necessario per lunghi viaggi senza soste lungo il percorso, un contenuto, insomma che va ben oltre quello dei serbatoi interni, per non parlare delle taniche di olio-motore. D’altra parte queste barche non arrivano nemmeno a schiantarsi lungo le nostre coste: in Sicilia e in Calabria, con un vento prevalentemente di grecale, avrebbero dovuto giungere a riva tutte le barche lasciate in mare. Le capitanerie di porto nei loro comunicati affermano di prendere a bordo i migranti perché le condizioni meteomarine non consentono loro di restare su quelle barche.
Ovviamente noi prendiamo atto di questo e intanto li ringraziamo
per la loro attività eccezionale, perché in effetti fanno tanto, però rimangono
le nostre perplessità. Se fosse così, infatti, le barche prima o poi dovrebbero
arrivare a riva, ma in questi ultimi anni così non è stato.”
Si arriva poi a parlare del momento drammatico del salvataggio; secondo varie testimonianze spesso vede come protagonisti i migranti stessi, che una volta ricevuti i giubbotti si tuffano per raggiungere la barca di soccorso.
Questo è il momento più critico, che non si dovrebbe
verificare perché, come spiega il testimone, “stiamo parlando di entrare in
acque fredde con tutte le criticità che questo comporta per i migranti stessi,
che oltretutto devono lasciare a bordo quelle poche cose che portano con sé. Diciamo
che anche questa scelta” prosegue l’intervistato “dovrebbe rimanere nell’alveo
delle scelte estreme e non essere una pratica comune”.
Questa metodologia, peraltro, concernerebbe almeno una barca su dieci. Venendo ai dati è ormai inutile procedere alla conta, perché si può parlare solo, purtroppo, di stime e in ogni caso anche una sola vita umana persa è sempre di troppo. Lungo la rotta Tunisia – Libia nei soli primi mesi del 2026 si contano centinaia di morti certi e fino a 1.000 e oltre dispersi solo nel mese di gennaio.
Parliamo di un evento tragico che passerà alla storia nei giorni del ciclone Harry, durante il quale nei centri di detenzione libici, ma anche in Tunisia dei criminali hanno indiscriminatamente aperto la porta per il tragico viaggio, pur sapendo a cosa andavano incontro le persone, spesso donne con bambini e molti minori. Purtroppo non si contano più i morti per freddo prima ancora dell’arrivo a Lampedusa. Considerato che la stima, limitata al solo ciclone Harry, arriva a ben oltre le mille persone naufragate, nei primi cinque mesi del 2026 si può verosimilmente affermare che in fondo al mare siano finite dalle 2.000 alle 3.000 persone.

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