Il SIULM Marina: Ecco i “privilegi” della vita militare!


 Il Siulm Marina ha ritenuto opportuno attendere qualche giorno per rispondere, a “bocce ferme”, al servizio televisivo “Il paradiso dei generali italiani”

Programma che ha offerto una narrazione fuorviante e distorta della condizione militare, rappresentata come una sorta di eden caratterizzato da privilegi e vantaggi per il personale e per le loro famiglie.

La prima e inevitabile riflessione riguarda la peculiarità dell’indossare oggi un’uniforme: ciò comporta la partecipazione a missioni operative all’estero, spesso in contesti instabili e ad alto rischio, mettendo in pericolo anche la propria vita: quale altro dipendente statale può vantare un simile “privilegio”?

Indossare un’uniforme significa, oltre a lavorare senza orari definiti garantendo una reperibilità costante, affrontare frequenti trasferimenti della sede lavorativa su tutto il territorio nazionale, una situazione che, non di rado, comporta il trasferimento forzato delle famiglie, oppure una vita da pendolari, lontani dai propri affetti.

Essere imbarcati su una nave in navigazione o impiegati in missioni all’estero significa, tra le tante difficoltà, anche non poter rientrare in patria neppure in occasione della perdita improvvisa di un familiare. È questo un privilegio? In tali circostanze, altri lavoratori pubblici usufruiscono legittimamente di tre giorni di permesso retribuito. 

La lista potrebbe proseguire a lungo, a fronte di alcuni limitati benefici, come la possibilità di usufruire di strutture ricreative a costi calmierati, oggi peraltro non molto diversi da quelli di analoghe strutture civili e certamente lontani da contesti esclusivi o di lusso.

Al riguardo è doveroso evidenziare che l’accesso a tali strutture è subordinato al versamento di una quota associativa obbligatoria, comunemente denominata “quota enti/circoli”, trattenuta mensilmente e dovuta indipendentemente dall’effettiva fruizione dei servizi e delle strutture stesse.

Si tratta, pertanto, di un sistema di autofinanziamento che nulla ha a che vedere con privilegi o benefici gratuiti, ma che si fonda sul contributo diretto del personale. Rappresentare tali servizi come concessioni privilegiate, senza precisare che gli stessi sono sostenuti anche attraverso quote obbligatorie versate dai militari, significa offrire una lettura parziale e fuorviante della realtà. 

A fronte di tali presunti “privilegi”, il trattamento economico e previdenziale del personale militare risulta, in molti casi, inferiore rispetto a quello di altri dipendenti pubblici.

Sul piano retributivo, nonostante gli interventi normativi di riordino delle carriere, permangono criticità legate a un sistema non pienamente adeguato alla specificità della funzione militare: in numerosi casi, infatti, le retribuzioni risultano ancora inferiori rispetto a quelle percepite dai militari delle principali nazioni alleate, a parità di impiego e livello di rischio.

In ambito previdenziale, il personale militare è soggetto a limiti di età funzionali alle esigenze operative dello strumento militare, che comportano l’uscita obbligatoria dal servizio intorno ai 60 anni: tale condizione determina una penalizzazione dell’assegno pensionistico fino al 30–35%, una criticità più volte evidenziata anche in sede parlamentare, ma tuttora irrisolta.


A ciò si aggiunge l’assenza, a differenza di altri comparti del pubblico impiego, di un sistema pienamente operativo di previdenza complementare dedicata, nonostante le previsioni normative e gli impegni assunti nel tempo. 

Questo è il quadro effettivo: una realtà fatta di dedizione, sacrificio e senso di responsabilità, ma anche di criticità strutturali che non possono essere ignorate o banalizzate attraverso narrazioni parziali, focalizzate su aspetti marginali o su presunti benefici che, nella realtà, sono spesso sostenuti direttamente dal personale.

Le Forze Armate chiedono di essere raccontate per ciò che realmente sono: uno strumento essenziale dello Stato, fondato sull’impegno quotidiano di donne e uomini che operano spesso in condizioni difficili, lontano da ogni forma di privilegio.

Perché dietro ogni uniforme non c’è un vantaggio, ma una responsabilità. E dietro ogni servizio, troppo spesso, un sacrificio invisibile.

Un’informazione libera ha il dovere di raccontare tutto questo. Non solo ciò che fa più rumore.

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