Lo spettro della carestia è alle porte

 


Appello urgente alle organizzazioni mondiali. Il mondo è sul ciglio di un baratro che potremmo evitare. Se lo Stretto di Hormuz non riapre entro poche settimane, non parleremo più di crisi, parleremo di carestia.

Non per colpa della natura, ma per scelta politica. Questo non è un incidente: è la conseguenza diretta di decisioni volte alla guerra.

La chiusura dello Stretto ha già interrotto il flusso vitale di fertilizzanticarbammide, ammoniaca, fosfati — e delle materie prime energetiche che li rendono possibili. L’agricoltura moderna non resiste senza fertilizzanti; senza azoto, grano, riso e mais non riusciranno a nutrire miliardi di persone. Le scorte sono crollate, i prezzi sono impazziti, le rotte marittime sono paralizzate. Ogni giorno in più di blocco significa sementi perse, stagioni di semina mancate, campi che rimangono aridi perché privi del nutriente fondamentale.

Gli effetti non sono astratti, decine di milioni di esseri umani in Africa e Asia meridionale — Sud Sudan, Somalia, Etiopia, Ciad, Repubblica del Congo, Mali, Yemen, Bangladesh, Egitto — sono già sull’orlo del baratro. Se i fertilizzanti non raggiungeranno i loro paesi prima della finestra di semina di giugno-luglio, le carestie diventeranno inevitabili. Le Nazioni Unite e gli indicatori di mercato mostrano una tendenza in peggioramento; meno petrolio, meno GNL, meno fertilizzanti, raccolti ridotti — una catena alimentare interrotta dall’uomo.

La responsabilità politica è chiara e pesante. Questa non è solo la colpa di un generico “conflitto”, è il risultato di scelte deliberate. L’apertura o la chiusura dello Stretto è un atto politico con conseguenze globali. Se la linea adottata rimane la stessa — isolamento, coercizione, blocco navale — migliaia, poi milioni, saranno condannati a morire di fame. Non è teoria, è proiezione basata su dati di trasporto, mercato e agricoltura che molti fingono di ignorare.

La strategia che oggi parrebbe “vantaggiosa” per pochi, è invece una sentenza per i più vulnerabili. Chi dichiara guerra, o prosegue un blocco commerciale, deve essere considerato responsabile delle vite che condanna. Non si tratta di fatalismo storico, si tratta di scelta morale e politica. Si può riaprire lo Stretto. Si può negoziare un corridoio sicuro per le forniture agricole e le materie prime essenziali. Si può evitare che intere popolazioni vengano sacrificate sull’altare di interessi geopolitici.

Questo è un appello a chi detiene il potere, fermate questa follia prima che diventi il crimine più grande del nostro tempo. Alla comunità internazionale chiedo di intervenire immediatamente per garantire il transito sicuro dei fertilizzanti e del carburante necessari per la semina. Alla stampa chiedo di guardare oltre le frame politiche e contare i morti che una chiusura prolungata provocherà. Alla cittadinanza del mondo, chiedo di non accettare come inevitabile una fame indotta dall’uomo.

La carestia che si profila non è destino, è prevenibile. Può ancora essere evitata se la volontà politica si sposta dalla guerra alla vita. Se ciò non avverrà, la Storia segnerà i responsabili, e le opinioni pubbliche di milioni di affamati saranno il giudice più severo.

Analista Geopolitico

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