Di Roberto De Giorgi Continua il racconto scritto del 1999:

"Guardando alla situazione determinatasi negli anni '80, si capisce come la spinta propulsivadata a Taranto dall'Italsider sia andata progressivamente scemando dalla fine del decennio precedente, man mano cioè che la domanda, e quindi la produzione d'acciaio, diminuiva. Si è arrivati così a circa 80.000 persone attualmente( 1999) iscritte all'ufficio di collocamento. Il Centro Siderurgico non ha infatti funzionato come veicolo per l'acquisizione di tecnologie e di know-how in direzione di una specializzazione e di una conseguente competitività per le piccole imprese su altri mercati. "
"Al contrario, queste sono state chiamate, a causa della particolare domanda irregolare, ad avere in misura rilevante, diremmo quasi come carattere dominante, una versatilità produttiva che le ha portate a rispondere alle esigenze dell'Italsider, adattando a questo la propria struttura produttiva e i propri tempi di lavorazione, costituendo il famoso "indotto".
".La mancanza di capacità di cooperazione, l'assenza di un "ambiente" idoneo a favorire l'imprenditorialità, la mancanza di trasferimenti d'informazione, l'endemico scarso spirito imprenditoriale (motivato forse dal "chi te lo fa fare" rimasto nel frattempo il concetto base) e l'abitudine ormai consolidata negli anni a lavorare su commesse (con l'Arsenale prima e con l'Italsider poi) sono elementi che, uniti agli altri già evidenziati, servono a spiegare le cause delle forti difficoltà in cui ha versato e tutt'oggi versa la piccola industria tarantina che ha seguito la congiuntura della siderurgia, dopo aver seguito in passato quella dell'Arsenale senza essere ancora del tutto entrata nel post-industriale, nonostante varie premesse e datate analisi socio-economiche.
In questo periodo, dalla fine degli anni '80, si registrano numerose dismissioni industriali e costanti perdite di posti di lavoro che durano ancora oggi (vedi caso Belleli). Con l'avvento normativo della Legge 223 del 1992, che istituisce l'indennità di mobilità, si offre un percorso di ricollocazione "solo teorica" per centinaia di lavoratori che transitano dalla Cassa integrazione straordinaria, per le varie crisi aziendali, in una situazione di trattamento previdenziale che solo per alcuni consente di arrivare alla pensione, per altri, i più giovani, determina solo la perdita di prospettiva.
Sono questi i lavoratori che saranno impegnati nei lavori socialmente utili a partire dal '95 dopo essere entrati in una corsia parallela rispetto ai lavoratori edili che avevano la proroga della CIGS speciale edile; difatti anche loro usufruiranno, dal 1993, di alcune proroghe del trattamento di mobilità determinato dalla Legge 236 di quello stesso anno.
I lavoratori socialmente utili agitavano nella città gli striscioni delle loro proteste. Non c'era giorno che passasse senza manifestazioni, che si svolgevano un po' dappertutto.
L'animosità e la rabbia trovavano spesso giustificazione nei comportamenti degli enti che non garantivano chiarezza e trasparenza nelle decisioni politiche e organizzative.
Fin qui il racconto di un intervento industriale che dagli anni '60 ha rappresentato uno sviluppo distrorto della città dal punto di vista sociale. Abituare all'assistenza ed al non lavoro determina una realtà ancora oggi presente. Chi oggi eredita quel mondo chiede asssistenza e non lavoro ( vedi Cobas) continuando in quella mentalità. In questi ultimi anni nasce anche la questione ambientale, oggi più che mai l'imbroglio industrialista ha mostrato il lato vero e non più sostenibile. ( continua )
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