Perché gli Stati Uniti mostrano tanto interesse al Venezuela?


E perché Washington è così coinvolta negli affari venezuelani? La prima cosa che vi viene in mente è il Petrolio, ma è proprio così oppure c’è un fattore strategico più importante?

Io credo che il motivo dell’interesse USA non riguarda l’oro nero, l’America è autosufficiente.

Dalla rivoluzione dello shale oil nel 2007, la produzione statunitense è letteralmente esplosa: è passata da 146 miliardi a oltre 3 trilioni di barili nel 2023, con un incremento sbalorditivo di oltre il 2.000%. Di conseguenza, gli Stati Uniti sono il principale produttore mondiale di gas naturale, davanti a Russia e Iran messi insieme. Quindi l’argomento “vogliono il petrolio” che sentiamo dall’esflirtazione del presidente Maduro non regge più. Se l’oggetto del desiderio non è più l’oro nero, quali sono gli interessi veri degli USA?

E’ qualcosa di più tecnologico, i cavi e i server. Il dollaro computazionale ha sostituito il petrodollaro.

Il mondo sta passando da un’economia basata sui combustibili fossili, a un’economia basata sulla potenza di calcolo, la stessa potenza che alimenta l’intelligenza artificiale. Stati Uniti e Cina sono attualmente impegnati in una guerra fredda tecnologica per determinare chi produrrà la prima super-intelligenza: un’intelligenza artificiale, in generale è in grado di superare gli esseri umani in ogni ambito. Chiunque la padroneggerà controllerà, letteralmente, il futuro del mondo.

E voi direte, cosa c’entra il Venezuela in tutto questo?

La storia è fatta di tanti puzzle basta inserirli al posto giusto. Il suo ruolo ricorda tragicamente quello svolto nel XIX secolo. A quel tempo, le giovani repubbliche latinoamericane come la Gran Colombia (oggi Venezuela, Colombia ed Ecuador) cercavano l’indipendenza dalla Spagna. Ma per finanziare le loro guerre e costruire i loro stati, si rivolsero alle banche inglesi. I prestiti erano esorbitanti, le economie fragili e, inevitabilmente, i debiti non pagati.

L’Inghilterra e la Germania ne approfittarono per imporre blocchi, bombardare i porti e riprendere piede nel continente americano, il che spinse Theodore Roosevelt a far rivivere la Dottrina Monroe: “L’America per gli americani”. Gli Stati Uniti si posizionarono quindi come protettori del continente, garantendone al contempo il controllo economico strategico.

Gli europei cercarono di riconolonizzare l’America Latina attraverso il debito. E questo schema storico sembra ripetersi oggi, non più con l’Europa, ma con la Cina. Pechino utilizza lo stesso metodo strategico di indebitamento, in particolare attraverso il finanziamento di progetti ferroviari. Ma, anche in questo caso, questi progetti non sono mai stati realmente realizzati. Di conseguenza, i paesi coinvolti si trovano nell’impossibilità di ripagare i propri debiti.

Gli Stati Uniti temono che il Venezuela possa subire la stessa sorte dello Sri Lanka. In quest’ultimo caso, lo Stato aveva contratto ingenti prestiti dalla Cina e, non riuscendo a rimborsarli, la Cina si era impadronita di un porto strategico .

Oggi il Venezuela è così dipendente da Pechino, che quasi tutte le sue risorse naturali sono in realtà conquistate dalla Cina. Due secoli dopo, la storia sembra ripetersi. La Cina, nuova potenza economica, sta usando la stessa arma: il debito. Finanzia progetti infrastrutturali in Venezuela, come le ferrovie, ma in realtà questi progetti stanno aggravando la dipendenza finanziaria del Paese. Il rischio per Washington è che Caracas subisca la stessa sorte dello Sri Lanka: incapace di ripagare il proprio debito, la nazione asiatica ha dovuto cedere un porto strategico a Pechino.

È questa minaccia che spinge gli Stati Uniti ad agire, non l’avidità di petrolio, ma la paura di vedere la Cina stabilire una presenza duratura nella loro sfera di influenza storica.

In breve: il Venezuela non è il nuovo Eldorado del petrolio, ma un campo di gioco geopolitico nella guerra globale per il controllo tecnologico. E mentre il mondo guarda i barili, le vere battaglie si combattono negli algoritmi.

Analista Geopolitico


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