Il caso Tortora interroga tutti noi non la magistratura


Stiamo vedendo su HBO Portobello, il racconto firmato da Marco Bellocchio sulla tragedia che colpì uno dei più amati conduttori della Rai, Enzo Tortora.

Ne avevamo dato cenno in questo articolo Marco Bellocchio riporta Enzo Tortora in TV .  Sono sei puntate che escono il venerdì. La quarta puntata andrà in onda il 13 marzo e il 22 marzo, alla vigilia del sabato pre-elettorale del referendum ci sarà la quinta puntata.

Il caso Tortora ha segnato una delle pagine più buie per la giustizia italiana, evidenziando il pericolo di un sistema in cui la parola di un pentito poteva condannare un innocente prima ancora del processo.

Siamo in un sistema allucinante, una gestione la più rabberciata e approssimativa di sempre, poi ci pensò Falcone a riportare in una corretta linea i collaboratori di giustizia soprattutto con un concreto riscontro delle informazioni. Insomma, il caso Tortora aveva smosso davvero la legge e la magistratura cambiò registro sulla gestione dei pentiti.

Il pentitismo ai tempi del caso Enzo Tortora (primi anni '80) rappresentò invece una fase critica e controversa del sistema giudiziario italiano, caratterizzata da un uso acritico e spesso spregiudicato delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in particolare contro la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il caso Tortora è considerato il simbolo di un "tritacarne mediatico-giudiziario" basato su testimonianze false e calunnie. 

Ecco i punti chiave del pentitismo nel contesto del caso Tortora:

  • L'abuso dei collaboratori di giustizia: L'accusa si basava principalmente sulle testimonianze di pentiti camorristi, tra cui Giovanni PandicoPasquale Barra (detto "'o animale") e Giovanni Melluso (detto "Gianni il bello"), i quali, per ottenere benefici di legge e sconti di pena, inventarono il coinvolgimento di Tortora nel traffico di stupefacenti.
  • Il "Premiato Pentitificio Pastrengo": Enzo Tortora e i radicali definirono ironicamente in questo modo il reparto dei Carabinieri che raccoglieva le testimonianze, sottolineando come le accuse venissero considerate verità assolute senza adeguati riscontri.
  • Accuse basate su mitomania: Oltre ai pentiti di camorra, si aggiunsero le testimonianze di persone in cerca di celebrità o con disturbi mentali, come il pittore Giuseppe Margutti, che mirava ad acquisire notorietà.
  • Contraddizioni e ritrattazioni: Nonostante le gravi accuse, le dichiarazioni dei pentiti erano piene di contraddizioni (tra cui la presunta agenda con il nome di Tortora che si rivelò poi appartenere a un'altra persona) e, progressivamente, molti di loro ritrattarono, ammettendo di essersi inventati tutto.
  • Conseguenze giudiziarie: Nel settembre 1985, basandosi esclusivamente su queste dichiarazioni, Tortora fu condannato a 10 anni di carcere, per poi essere assolto con formula piena in appello nel settembre 1986 e definitivamente scagionato in Cassazione nel 1987.
  • Impatto normativo: La vicenda contribuì a evidenziare i rischi del "pentitismo" e portò, negli anni successivi, a una maggiore necessità di verificare le dichiarazioni dei collaboratori con riscontri esterni. 

Ma non c’era solo l’anomalo uso dei pentiti, in realtà c’era un massiccio intervento negativo dell’opinione pubblica.


Lo scrivente ricorda in quel periodo, negli ambienti di sinistra, il giudizio negativo sulla trasmissione di Portobello sconfinava sul giudizio contro il liberale Enzo Tortora finendo col credere alla sua presunta aderenza alla camorra.  Questo spiega in parte quello che è accaduto, il venir meno di un appoggio di massa, manifestazioni davanti al carcere che sciogliessero il cappio della magistratura.  Fu esatto il contrario. Solo Enzo Biagi lo difese pubblicando in prima pagina su Repubblica del 24 giugno del 1983 con un articolo dal titolo "E se Enzo Tortora fosse innocente?" . Un atto di coraggio di un giornalista sempre attento a dire il vero.

La fame di notizie che si ricercavano erano soprattutto gossip sullo stato dell’uomo, la verità sull’appartenenza alla  camorra, la stampa deviò dal suo ruolo, cadde nel tranello dei falsi pentiti.

Quindi di questo errore giudiziario dobbiamo sentirci colpevoli tutti.

È scorretto utilizzare la vicenda Tortora, come fatto spesso da alcune parti politiche, per mettere in discussione la credibilità della magistratura. Bisogna considerare il contesto storico di cinquant'anni fa, quando si combatteva la Camorra guidata da Cutolo, nell'epoca descritta da “Mani sulla città” di Rosi e caratterizzata dalla mafia degli appalti pubblici. In quegli anni si svolse una maxi-retata seguita da un maxiprocesso che coinvolse 800 persone e utilizzò per la prima volta i pentiti, elementi che confluirono nel caso Tortora. 

Si tratta di una storia molto articolata che non può essere ridotta a facili semplificazioni. 

Roberto De Giorgi

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