La forza lavoro dei migranti
Notizia di oggi: 80 morti in mare nel Mediterraneo.
di Andrea De Lotto
Un giovane immigrato che è arrivato qua e sente la notizia
si sente passare un brivido lungo la schiena, gli torna in mente quel viaggio,
a come magari sia stato vicino a morire, di come abbia pregato su quella barca,
di come abbia pianto vedendo Lampedusa.
I miei studenti vengono da tutto il mondo, insegno loro
l’italiano, lo raccontai in un’intervista diversi anni fa.
Una buona fetta è arrivata in barca, qualcuno dalla Tunisia,
la maggior parte dalla Libia. Diversi, soprattutto dal Bangladesh, sono
arrivati in aereo a Tripoli. Fatico ad immaginarmi quel momento. Scendi da un
aereo, dove probabilmente ti hanno spiegato prima del decollo come affrontare
possibili emergenze, le uscite di sicurezza, il salvagente da gonfiare, il
fischietto eventuale. Magari qualcuno ha pensato… quasi quasi me lo porto
dietro. Invece scendono dall’aereo: per chiunque un aeroporto, un aereo, è
simbolo di viaggio comodo, veloce, sicuro, quasi di lusso. Invece arrivano in
una terra che li aspetta come i pescatori accolgono i tonni in una tonnara.
Dentro la rete.
Non hanno bagagli nella stiva, forse uno zainetto, credo che
nessuno controlli le dimensioni del bagaglio: due magliette, due mutande, un
paio di pantaloni di ricambio, il carica batterie. Punto.
Non ho mai osato chiedere cosa succede in quel passaggio
dall’aeroporto ad una di queste case dove vengono letteralmente chiusi dentro
ad aspettare. Di quel periodo raccontano in classe, in fondo ci possono anche
ridere sopra, ora, è superato: tre, quattro, ma anche sette mesi ad aspettare.
A non fare NULLA. Spesso non hai neppure il telefono. Mangi pane e acqua o poco
più e aspetti, stivati dentro, un paio di bagni per 50 persone. Uscire?
Impossibile, sarebbe troppo pericoloso. Qualcuno invece è stato in galera,
abbassa gli occhi, fa un gesto con le mani, come a dire: “Terribile, lascia
stare.” Ma c’è stato anche chi ha voluto raccontare di quel periodo, aveva
voglia di farlo: in galera sono botte, ogni mattina, botte con un bastone, come
fosse il buon giorno e il solito messaggio: “Dopo chiamiamo a casa e ti fai
mandare dei soldi”. Avanti, avanti, fino a che capiscono che hanno spremuto a
sufficienza. Anche noi un limone spremuto lo buttiamo. Certo nell’umido, siamo
civili.
Insomma, in un modo o in un altro, una notte si ritrovano
nella barca. Non è la prima persona che mi racconta che li ha sorpresi la
guardia costiera libica e sono dovuti tornare indietro. Al secondo o terzo
tentativo ce la fanno. Superano quella linea immaginaria, come fossero tra due
calamite, passata quella, passano a gravitare verso l’Italia, e da lì si tratta
di riuscire a fare l’ultimo tratto. La maggior parte di loro sono arrivati con
la loro imbarcazione fino a Lampedusa, altri sono stati tratti in salvo da ONG
o marina militare italiana, poco cambia per loro, bacerebbero chi li ha
raccolti, per loro sono gioia e lacrime.
Bene, una volta arrivati, chiunque penserebbe: “E’ fatta!”
Diciamo invece SI e NO. Guardandoli nei volti, ascoltandoli, stando con loro,
sudando insieme di fronte a queste lettere scritte su un quaderno un po’
sgualcito, con matite che sembrano scalpelli, si capisce presto. Lui o lei ha
superato il trauma, o almeno così sembra, quest’altro o altra invece se lo
porta dentro; la tristezza lo avvolge, come una di quelle bruttissime coperte
termiche che li fa sembrare usciti da Star Treck.
Ma veniamo al mio carissimo Abubakar (cambio il nome, non
vorrei mai…). Viene dalla Costa d’Avorio, giovane, alto, forte, parla sempre
con una mano davanti alla bocca, gli dico sempre di toglierla, che non si
capisce. Stupido che sono, ha dei denti grossi che sporgono un po’ in fuori, la
vergogna esiste in tutto il mondo.
Abubakar impara piano piano, fatica, anche se sa il
francese, l’italiano gli costa una gran fatica. Vive in uno di questi grandi
centri di accoglienza alla periferia di Milano. Da un po’ di tempo mi dice che
cerca lavoro, così lo metto in contatto con un mio amico che fa questo
servizio, legato ad una parrocchia, lo fa con grande scrupolo, serietà,
generosità. Così tre mesi fa il mio amico mi dice: “Avrei trovato da Mac
Donald, lo hanno conosciuto, ma vogliono che impari meglio l’italiano, lo
rivedranno ai primi di Aprile, cerca di insistere perché migliori.” Così parlo
con lui, cerco una seconda scuola che gli permetta di accelerare, gli do
compiti in più, arriva prima della nostra lezione e lavoriamo in due. Lui è
contento, ma i progressi sono lenti, questo è indubbio. Certo lui mi ha fatto
vedere che sognerebbe di fare il saldatore, mi ha mostrato anche due video, lo
faceva al suo Paese. Gli dico di aver pazienza, che cominci da qualche parte,
poi si migliorerà, si cercherà un corso di formazione, ma che intanto impari
bene l’italiano e inizi con questo primo lavoro.
Certo dentro di me penso: sono qui che col BDS, ma anche
prima, boicottiamo Mac Donald per la pessima qualità del cibo, gli allevamenti
a dir poco intensivi che ci stanno dietro, per le paghe da fame che danno, e
adesso pure Israele di mezzo. Ma penso a lui e dico: ma sì, che cominci, è pur
sempre meglio di niente.
Così due giorni fa è tornato; non è Abubakar a dirmi come è
andata, me lo scrive il mio amico: nulla da fare.
E io penso: questo giovane parte a 17 anni dal suo paese nel
cuore dell’Africa, raccolgono tutti i soldi della famiglia per pagare la
traversata, fa un viaggio pazzesco, rischia più volte la vita, ci mette quasi
un anno ad arrivare qua e finalmente si ritrova a Milano. Certo ci sono tanti
giovani come lui, ma la tua famiglia è lontana, i tuoi amici, la tua terra, i
tuoi sapori, profumi. E sai che per anni non li potrai sentire, vedere, ci
vorranno anni per avere quei documenti che ti permetteranno di andare a
trovarli. Ma tieni duro, non perdi il sorriso.
E noi? Prepariamo questa forza lavoro, queste braccia, le
prepariamo per essere servite in tavola, a puntino, perché siano trangugiate da
un sistema che è lo stesso che li fa morire in mare. Coloro che guidano questo
circo folle, questo sistema criminale, assassino, questa “roulette russa” dove
una buona fetta muore prima dell’arrivo alla casella. Arrivare dove? Ad entrare
nel tritacarne dove sarai sfruttato dagli stessi che hanno, indirettamente ma
con perfetta consapevolezza, lascito morire i tuoi fratelli e le tue sorelle.
Le aziende occidentali li aspettano: “ma per favore che
sappiano bene questa lingua! Non siamo mica qui a perdere tempo!” Come un tempo
si vendevano gli schiavi, incatenati su un palchetto, li si guardava, misurava,
si guardavano i muscoli, la dentatura. Qui si fa lo stesso, ci si aggiunge
anche il saper la lingua. “Cerchiamo forza lavoro qualificata!”
“Scusate -dico- avete ragione… dai Abubakar, la prossima volta andrà meglio, adesso prendiamo il libro. Anzi, aspetta, prima vieni che parliamo di qualcos’altro…”

Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente