Negoziati di Islamabad un’Illusione Diplomatica
Il flop dei negoziati tra Stati Uniti e Iran ha scoperchiato una pentola ad alta pressione, vicino al punto di ebollizione.
Scintille ovunque, aria satura di tensione, e il mondo che trattiene il fiato. Washington, privata della tregua sperata, è costretta a rivedere ogni mossa già scritta nei suoi piani bellici.
Gli Stati Uniti bramano un cessate il fuoco non per umanità, ma per necessità tattica: hanno bisogno di tempo per rifornire le truppe di nuove scorte di missili, bombe e droni; riorganizzare e ruotare unità scosse fino alle ossa dagli attacchi iraniani; rendere nuovamente agibili le basi nel cuore del Medio Oriente e nel Golfo Persico colpite dagli attacchi iraniani.
Senza la tregua, l'elefantiaca macchina da guerra americana rischia il collasso logistico.
E adesso quali saranno i prossimi stakeholder? Senza intese da stringere, Washington è spinta in avanti come un velociraptor in caccia. La decisione di bloccare lo Stretto di Hormuz è una lama a doppio taglio: calpesta l’export iraniano, ma scatena una risposta che può chiudere l’intero Golfo in una morsa. Se gli Stati Uniti serrassero il rubinetto esterno e l’Iran serrasse lo stretto, il traffico energetico resterebbe congestionato.
Ma l’Iran non è un corpo inerme, può affidare il suo petrolio a flotte di petroliere amiche e aggirare i divieti. Gli Stati Uniti non possono sostenere a lungo un blocco totale. Economie intere imploderebbero, governi vacillerebbero e le alleanze si incrinerebbero. I compratori, disperati per gas, petrolio e fertilizzanti, sarebbero pronti a pagare qualsiasi pedaggio per avere libero transito. Chi oserà fermarli senza provocare un diluvio di malcontento internazionale?
Le opzioni sul tavolo di Washington, con suggeritore Israele, sono brutali e limitate.
Campagna di terra: mandare centinaia di migliaia di soldati significherebbe scatenare un’orgia di carne e acciaio. 450-500mila uomini sul suolo iraniano in cambio di vittime, devastazione e, alla resa dei conti, un regime ancora in piedi. Un massacro che non produrrebbe conquiste decisive, solo colossali costi umani.
Distruzione totale: pioggia di missili, bombe e sciami di droni per trasformare città e infrastrutture in ceneri. Il paese verrebbe ridotto a un paesaggio lunare, ma il cuore del sistema iraniano, protetto e disperso nel vasto territorio, potrebbe rimanere intatto. Hanno preparato duplicati, riserve, vie di sopravvivenza: la devastazione materiale non garantirebbe la resa politica.
Armi nucleari tattiche: la soglia più oscura. Usare testate tattiche significherebbe rompere tabù e sconvolgere l’ordine mondiale. Condanna globale, isolamento, e il probabile incentivo per l’Iran a spezzare il TNP "Trattato di Non Proliferazione" e cercare la sua arma definitiva. Anche sul piano freddo degli obiettivi strategici, il risultato sarebbe incerto. Distruzione senza garanzia di vittoria politica.
L’unica via sensata è paradossalmente, la resa politica. Un compromesso secondo le condizioni di Teheran. Accettare l’accordo proposto dall’Iran significherebbe per Washington evitare una disfatta umiliante, conservare una parvenza di dignità e salvare la faccia. Per Teheran sarebbe la consacrazione del trionfo: vittoria sancita su carta.
Ma il teatro delle trattative è stato malgestito fin dall’inizio.
Washington ha imposto richieste inaccettabili. Ha negoziato ammantato di presunzione senza guardare la realtà. Il team negoziale, privo di diplomazia esperta e di conoscitori profondi dell’Iran, ha camminato su un campo minato con gli occhi bendati. Il risultato: un vicolo cieco che ora spalanca la porta a un’escalation brutale.
Siamo al bivio. Senza un accordo, la spirale potrebbe portare a un conflitto regionale che si propaga come incendio cosmico, trascinando attori nuovi e amplificando la catastrofe. Con un compromesso, si potrebbe inchinare la testa davanti al peggio evitato. Ma la scelta finale è intrisa di orgoglio, errori e calcoli che possono segnare la storia: o il mondo si salverà con una tregua firmata al tavolo, o brucerà nella furia di un confronto la cui portata resta, oggi più che mai, insondabile.

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