Papi· On pubblica “Euforia” e racconta la generazione “sempre ON”
L’artista e personal trainer Papi · On e il concetto di “Euforia”: sei brani tra disciplina del corpo, crono-fobia e quella promessa di presenza che cambia la gerarchia delle priorità
Il rumore del mondo non è mai stato così assordante, eppure
c’è chi sceglie di sintonizzarsi su una frequenza diversa: quella del proprio
battito cardiaco.
Euphoría, in greco, indica una condizione favorevole. Nel
lessico contemporaneo, però, l’euforia è diventata un modo elegante per
richiamare l’urgenza, la sovraesposizione, l’idea che spegnersi non sia
previsto. O, al contrario, viene spesa come premio, come promessa, come
anestetico. Ha assunto la funzione di nome comodo per quello che rincorriamo
quando il ritmo ci supera, quando il lavoro invade le ore, quando persino
l’amore viene misurato a disponibilità e reattività. Papi· On, artista e
personal trainer bergamasco, parte da questa etimologia ormai stravolta per il
suo primo album, intitolato proprio “Euforia”, con l’obiettivo di trasformare
quell’espressione in materia concreta: energia che spinge e che ha un costo, in
termini di sonno che salta, di tempo che stringe, di confini da difendere, e un
passaggio che cambia la gerarchia delle cose, la paternità.
Registrato presso il 1901Studio di Bergamo sotto
la direzione tecnica di James & Kleeve e realizzato con il contributo
del Nuovo IMAIE, il disco è un concept dal sapore pop rock che lavora sui
contrasti: la ruvidità delle chitarre e il motore ritmico sorreggono la voce in
un viaggio che è, prima di tutto, una fuga dalla prigionia dell’ordinario. Un
album che racconta cosa significa restare “accesi” oggi, tra appetito di vita,
cronofobia, intimità da proteggere e un prima/dopo inciso dalla nascita di un
figlio.
Da personal trainer, abituato per mestiere a stare dentro
corpo, resistenza, disciplina, Papi· On trasferisce la stessa attenzione nella
scrittura e nel suono: sei brani che alternano abrasioni melodiche e aperture
più ariose, tra il bisogno di correre e la necessità di proteggere qualcosa e,
soprattutto, qualcuno.
“Euforia” nasce da un’urgenza comunicativa e da
un’educazione sentimentale al rock vissuto in casa dell’artista come sottofondo
identitario, ascoltato in famiglia per anni, prima ancora di diventare una
scelta stilistica. Non un genere, ma un modo di reagire. Da lì prende forma un
suono fisico, che alterna riff affilati e testi a presa diretta, con
un’immagine centrale che è anche un simbolo grafico: il punto tra Papi e On,
dichiarato come spazio di pensiero, equilibrio e privacy.
Il nome d’arte fa il resto: Papi· On nasce infatti dal
diminutivo di “papà” e dialoga con “Papillon”, cioè con l’idea di evasione
dalla prigionia della routine. “On” è la condizione permanente. E in
quell’interruttore sempre su, “Euforia” trova la sua centratura: non
l’esaltazione facile, piuttosto la febbre di chi si muove per non spegnersi.
Le sei tracce che compongono il disco raccontano una
giornata intera, con i suoi picchi e i suoi avvallamenti. Nella scrittura
convivono due estremi: l’infanzia di chi, a sei anni, cerca l’infinito in un
oratorio, e l’età adulta di chi si ritrova a gestire ansie, insonnia, pensieri
ricorsivi.
In brani come “L’infinito” e “È un segreto”, Papi· On scava
nel silenzio per trovarvi un battito cardiaco che sia, finalmente, sincero. Lo
fa affrontando la cronofobia, quella "Time Compression"
psicologica che studi recenti attribuiscono all’accelerazione tecnologica: oggi
riceviamo più stimoli in un'ora di quanto un uomo del secolo scorso ricevesse
in una settimana, alimentando un senso di inadeguatezza e la sensazione che il
tempo non basti mai per processare la realtà. È la cosiddetta "Follia del
Presentismo", dove schiacciati da notifiche e reperibilità costante non
riusciamo più a pianificare il futuro o metabolizzare il passato, lasciando che
il tempo scivoli via senza lasciare traccia.
Questa "ansia temporale", che secondo i più
recenti dati sulla salute mentale (OMS, 2024) colpisce ormai circa il 25% della
popolazione, non è solo paura di invecchiare, ma il timore che ogni istante non
vissuto in modo memorabile sia un istante sprecato.
E in questo contesto frenetico, dove i genitori sono spesso
ridotti a terminali di una performance lavorativa senza tregua, compressi tra
l’incudine della produttività e il martello della reperibilità digitale, Papi·
On propone una controtendenza squisitamente umana, basata sulla presenza e sul
limite.
Insegnare ai figli la bellezza della vita non significa
mentire loro edulcorandola o nascondendone le ombre, ma dimostrare come si
possa «stringere i denti e sopravvivere» senza smettere di correre verso il
sole. La sua “Euforia” si rivolge a chi, tra una muta stretta sulla pelle e
cento giorni senza luce, sceglie di non abbassare l’interruttore della
meraviglia.
Nell’era che corre per dimenticare, Papi· On corre per
ricordare a sé stesso e a sua figlia che il vero traguardo non è il successo di
facciata, ma il coraggio di restare accesi. Anche quando fuori piove, anche
quando la notte scende a zero gradi.
A seguire, tracklist e track by
track del disco.
“Euforia” – Tracklist:
“Euforia” – Track by Track:
Ancora qui. Il disco si apre dove il «silenzio infinito»
viene squarciato dal «rumore del cuore». Un’overture di riappropriazione che va
oltre la dedica per riconoscere un’àncora di salvezza in un deserto di
incertezze e allucinazioni esistenziali. Papi· On ammette che «sarebbe potuto
impazzire» senza quella presenza specifica, quella della figlia, lasciando che
la voce tremi mentre il cielo «si spegne». È un pezzo che si snoda tra il peso
delle «schegge» sottopelle e la leggerezza di un viaggio a piedi nudi sotto le
stelle, offrendo una promessa di stabilità che si traduce in un porto sicuro
capace di difendere, di fare da scudo contro tutto e tutti.
L’infinito parla del peso dell’infanzia, dei pensieri precoci, della paura del tempo che scorre, delle domande spirituali («cercavo Dio e mi sono perso»). Ma parla anche una risposta improvvisa, spostata sugli occhi di chi si ama: l’infinito come esperienza, un’esperienza che passa per le mani che si stringono. È il salto liberatorio verso un luogo dove il tempo non esiste più e dove, finalmente, è permesso essere sé stessi.
15 Settembre. La data che, per l’artista, segna un prima e
un dopo. La paternità viene raccontata tra immagini domestiche e vertigini che
superano le dimensioni dell’universo: il primo respiro, la sensazione che la
vita non sia più solo tua, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di
proteggere. Un passaggio di testimone dove il timore di un «ciao papà» che
sancisce l’autonomia si scioglie nella promessa di non lasciare mai quel
«foglio bianco», offrendo una presenza che è, al contempo, scudo e testimonianza
di una magia che «esiste davvero».
Io sono euforia è notte, velocità, cuore esposto, un
fuoco che non si spegne. Un'attitudine istintiva, quasi animale, che trasforma
il «cuore nudo» in un motore cinetico capace di «correre più forte della vita».
Qui l’artista opera un vero e proprio «disinnesco del dolore», trasfigurando
ciò che per il mondo è «follia» nella propria, personalissima, «poesia».È il
brano che dà il nome al disco e lo sintetizza: essere “ON” come stato naturale,
con tutto ciò che comporta.
È un segreto. L’ossessione, il corpo che non dorme perché
«incastrato negli incubi», il respiro controllato, le cose non dette che
diventano una maschera necessaria per «ingannare la verità». Qui, il segreto è
una «forma di sopravvivenza» che porta con sé lo sforzo logorante di chi
«stringe i denti» e adotta un «respiro quadrato, come un soldato» per
proteggere gli altri da una verità che «investe come una marea». Questo
conflitto interiore, descritto da Papi· On come un «veleno» che scorre
sottopelle, trova sfogo solo nell'atto creativo: scrivere una canzone diventa
l'unico modo per «dare un nome» a quell’ombra e trasformare un grido solitario
in una forma di liberazione, cercando un «silenzio» che finalmente curi.
Into the Wild è un finale in fuga. L’immaginario è quasi cinematografico, sospeso tra immersione, rischio e istinto primordiale. L’artista trascina l’ascoltatore in una «gabbia di squali», dove la lotta per la sopravvivenza rivela la natura animale dell’essere umano, ma lo fa con l'intenzione dichiarata di «rinascere». Il brano chiude l’album spalancando una porta: andare via per ritrovare spazio, cercare un luogo che sia proprio, quel «posto mio» che Papi· On individua come necessità primaria, non come capriccio. Un pezzo che si consuma tra il brivido di cento giorni senza luce e la voglia di toccare il sole. E qui, in questo scenario selvaggio, l'amore diventa un istinto che «porta via», un'ascesa verso un luogo dove «tutto è presente» e dove la volontà di trovare la propria dimensione supera ogni concezione dogmatica del divino
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