Il cessate il fuoco di Trump è galleggiare


 Il cessate il fuoco decretato da Trump non è una vittoria: è una via di fuga dall'orlo del baratro. 

di Maurizio Compagnone analista geopolitico
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Il 21 aprile 2026, la proroga annunciata del cessate il fuoco con l’Iran ha rappresentato un atto di pragmatica rinuncia, non di trionfo. 

Dietro le parole c’era la consapevolezza che un assalto su larga scala avrebbe scatenato un’apocalisse economica e umana. Lo stretto di Hormuz avrebbe potuto chiudersi come una bocca di lupo chiusa su un quarto del petrolio mondiale, e con essa si sarebbero spenti mercati, catene di approvvigionamento, vite umane. 

Ho sempre saputo che una guerra contro l’Iran sarebbe stata una missione suicida per l’Occidente. Il mito dell’invincibilità militare americana si sgretola sotto il fuoco del Golfo Persico. Trump sognava una vittoria-lampo; il teatro reale gli ha invece restituito l’ombra del Vietnam. 

Continuare avrebbe significato scavare la fossa politica ed economica del Paese, estendere una guerra che avrebbe divorato consensi, casse e futuro. Prenderlo in giro per questa ritirata è miope. La saggezza ha battuto l’orgoglio. Ma attenzione: tregua non è pace. È soltanto l’intervallo prima di un possibile inferno più vasto. 

Le pretese fondamentali delle parti sono inconciliabili. 

Per Teheran, l’arma nucleare e il controllo dello stretto non sono merce di scambio; sono colonne della propria esistenza e deterrenza. La linea dura al potere parla apertamente di potenziale nucleare militare e di mobilitazioni di massa. Un milione di uomini arruolati è tanto simbolo, quanto minaccia. 

Il piano in dieci punti presentato dall’Iran, rivendicazioni di sovranità sullo stretto, ritiro totale delle forze statunitensi dal Golfo, non sono richieste negoziabili ma proclami di vittoria. Dall’altra parte, Stati Uniti e Israele non accetteranno mai un Iran atomico né un pedaggio imposto sul traffico marittimo mondiale. È uno stallo ontologico: dominio contro sopravvivenza. 

Questo non è solo un conflitto di armi, è un conflitto pianificato. Le élite transnazionali hanno imparato a usare il caos come strumento; false flag, guerre per procura, escalation controllata per rimodellare regioni e mercati a proprio vantaggio. La guerra diventa allora caratteristica del sistema stesso, non l’eccezione. In un tale quadro, la pace permanente è una meteora, fulgida ma effimera, impossibile da catturare. 

L’Iran ha pagato decenni di sanzioni, inflazione e privazioni; le sue istituzioni hanno temprato la popolazione e la leadership a resistere. 

Nel frattempo, l’Occidente sbarra i denti e sente il sangue economico che cola via. 

Ogni giorno di tensione chiude i rubinetti dell’energia e stringe la morsa sul mondo. Se lo stretto di Hormuz venisse ostruito, anche solo minacciato, l’effetto sarebbe immediato e feroce; prezzi del petrolio in fiamme, catene alimentari spezzate, fertilizzanti introvabili. Le navi ferme dal 19 aprile raccontano più di qualsiasi dichiarazione ufficiale; nessun armatore sfida l’artiglieria che fischia vicino alle sue fiancate. 

La strategia del blocco e delle sanzioni è una clava,  ferisce, ma al contrario di quanto si speri, è l’economia occidentale a sanguinare più copiosamente. 

L’Iran, abituato ad assorbire pressioni, ha più tempo e più mezzi politici per sopportare l’assedio; l’Occidente ha catene di approvvigionamento, mercati e opinione pubblica che crollano velocemente. Trump ha gridato di voler «distruggere» i siti nucleari, ha invocato trionfi e inviato soldati; ma la realtà strategica è più fredda: il conflitto prosciuga risorse, erode consenso e trascina l’economia verso la palude. 

Il collasso è un domino: lo stretto chiuso significa energia che manca, fertilizzanti che scarseggiano, raccolti che falliscono. Le infrastrutture moderne sono un tessuto sottile; un taglio energetico lo lacera, e la lacerazione si propaga a trasporti, sanità, ordine pubblico. Se elementi clandestini e team di sabotaggio, e credo che siano attivi, colpiscono infrastrutture critiche, la crisi smette di essere incidente e diventa progetto: accelerare la rottura per imporre nuovi assetti politici ed economici. 

Quando la crisi raggiungerà il punto di non ritorno, i governi avranno davanti lo stesso copione: emergenza, razionamento, restrizioni. 

Abbiamo già visto la capacità di controllo messa in scena dal lockdown; la prossima emergenza energetica userà lo stesso schema per imprimere nuove regole. Razionamento dell’energia significa blackout produttivi, caduta delle rese agricole senza fertilizzanti, fallimenti di catene logistiche, rabbia e disordini nelle strade. 

Questa tregua annunciata è solo una pausa per respirare prima del prossimo round. 

Non vi è soluzione semplice perché il conflitto è radicato in motivi di sopravvivenza, orgoglio e interesse strutturale. O si cambia l’architettura che ha fatto del caos uno strumento geopolitico, spezzando interessi consolidati, oppure assisteremo a ricorrenti esplosioni, ognuna più violenta della precedente. Il punto di domanda resta: chi avrà il coraggio di dire che la guerra è la posta in gioco, e chi avrà la volontà di demolire il sistema che la alimenta?

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