La Babele non è una disgrazia, è strumento di potere.


Chi meglio di un uomo in completo disordine mentale, una figura ingombrante e imprevedibile sul proscenio globale, può diventare il detonatore perfetto per una riorganizzazione mondiale?

 Nell'ultimo mese due narrazioni si fronteggiano. Una dipinge Trump come il paladino dell'antiglobalismo, un ariete intenzionato a spezzare la spinta dei BRICS e a preservare l'egemonia americana; l'altra lo denuncia come traditore delle promesse fatte in campagna elettorale e come figura in declino, sempre più succube di interessi esterni (N.d.R. Netanyahu).

Entrambe lambiscono verità parziali, ma perdono il nucleo strategico; l'azione apparente dell'"antagonista" serve gli interessi delle élite che fingono di combattere.

Le oligarchie transnazionali hanno bisogno della Confusione per rimescolare le pedine del potere geopolitico. In un mondo dove i centri di resistenza economici, industriali, valute alternative e alleanze regionali come i BRICS, minacciano l'ordine stabilito, l'instabilità diventa la via maestra per ricostruire architetture monetarie e finanziarie favorevoli ai vincitori. 

Il disordine sociale, invece, è il laboratorio dove si sperimentano nuove ingegnerie politiche, sociali, precarizzazione amplificata, fratture nello stato sociale, compravendita dell'opinione pubblica. Mettere in scena un leader che appare nemico del sistema ma in realtà è plasmabile e narcisisticamente prevedibile significa avere lo strumento ideale per produrre shock geopolitici utili a riorientare capitali, mercati e alleanze.

È un paradosso strategico: l'antiglobalismo e la guerra ai BRICS sono retoriche apparentemente inconciliabili, ma possono coesistere come facce di uno stesso disegno. Il potere sovra-nazionale è capace di generare simultaneamente consenso e dissenso, fabbrica avversari, amplifica le loro parole, li sfrutta e poi li smonta, perché il vero obiettivo è mantenere la primazia politica ed economica manipolando il campo di gioco internazionale.

Tuttavia, l'operazione non sempre regge all'analisi geopolitica dei fatti. Le campagne militari e le crisi diplomatiche espongono debolezze strutturali. La gestione della crisi iraniana ha dimostrato che la forza apparente può rapidamente mutare in perdita strategica e in tracollo d'immagine. 

Quando un attore regionale non si piega, quando individua le crepe del potere globale e le sfrutta, la narrativa dell'onnipotenza implode. 

La sfera mediatica occidentale può costruire illusioni, stralci di dichiarazioni reinterpretati per far credere a una resa o a una riapertura dello Stretto, ma la realtà sul terreno rimane. Lo Stretto può restare chiuso, le rotte commerciali bloccate, e la leva energetica e geopolitica rimanere nelle mani degli oppositori.

Le borse, poi, sono ormai teatri di finzione: reagiscono a impulsi informativi, applaudono la speculazione, ma non riflettono l'economia reale. Sono cabine di regia per grandi capitali e fondi che traggono profitto dal tumulto; il loro oscillare è spettacolo, non bussola strategica.

La Babele è oggi uno strumento geopolitico deliberato. Serve a rimodellare sistemi monetari, dalla divisa Fiat alle Stablecoin garantite dal sottostante, ricomporre relazioni di forza, frantumare coesioni democratiche. Il rischio per le democrazie è non tanto militare quanto strutturale; soccombere agli shock programmati, perdere sovranità economica e culturale, e vedere la politica ridotta a palcoscenico per interessi sovranazionali.

Maurizio Compagnone 

Analista Geopolitico

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