il Nulla non è mai vuoto

 

Anche il Nulla non è mai vuoto: una riflessione sulla coscienza nella Filosofia Sethiana

by Krishan Chand Sethi

 

Il proverbio “nulla nasce dal nulla assoluto” non è, nella Filosofia Sethiana, una semplice proposizione contemplativa, ma un fatto che può essere vissuto e osservato. Esso mette in discussione una convinzione molto radicata nella mente umana: l’idea che il vuoto significhi assenza totale, e che il nulla sia un vuoto in cui non esiste alcuna presenza. Secondo questa prospettiva filosofica, ciò che comunemente consideriamo “nulla” non è una non-esistenza, ma una presenza più sottile, che non può essere percepita attraverso una percezione ordinaria, poiché non è formata, identificata o posseduta. L’essenza di questa intuizione risiede nella teoria della continuità silenziosa della consapevolezza: un filo di silenzio ininterrotto su cui si costruisce ogni esperienza.


Gli esseri umani ricorrono spesso alla meditazione nella ricerca di significato e pace, convinti che l’obiettivo finale sia raggiungere uno stato di vuoto. Questo vuoto viene solitamente immaginato come la fine di ogni pensiero, la scomparsa di tutte le identità e dell’io stesso, come un’assenza indeterminata. Tuttavia, questa è un’ipotesi che il pensiero sethiano invita a riconsiderare. Se uno stato di nulla assoluto potesse davvero essere raggiunto, non ci sarebbe nessuno a esserne consapevole. La stessa consapevolezza del vuoto annulla l’idea di un’assenza totale. Anche nel silenzio più profondo esiste qualcosa: non come oggetto, non come “qualcosa” definito, ma come coscienza

Questa consapevolezza non va e viene come i pensieri o le emozioni. È silenziosa e collega ogni momento al successivo. È questa continuità che rende coerente l’esperienza umana. Senza di essa, sarebbe impossibile percepire, ricordare o provare un senso di identità. Questa comprensione si rivela spesso, nella Filosofia Sethiana, attraverso la semplice osservazione della vita quotidiana. Si consideri una stanza completamente silenziosa. Entrandovi, si potrebbe pensare che non vi sia nulla. Ma osservando più a fondo, si comprende che questa affermazione è limitata: la stanza non è vuota nel senso assoluto. Esiste lo spazio, esiste il silenzio e, soprattutto, esiste la consapevolezza di quel silenzio. 

Ciò che appare come nulla è, in realtà, una presenza delicata, una presenza percepibile solo quando il rumore dell’attività si placa. Questa comprensione va oltre la meditazione e si estende all’intero ambito della conoscenza umana. Nulla esiste in isolamento. Idee ed esperienze acquisiscono significato attraverso la relazione. La verità, ad esempio, è spesso considerata assoluta, ma viene riconosciuta in relazione alla falsità. Senza la possibilità della menzogna, la verità non assumerebbe lo stesso valore. Allo stesso modo, il bene è compreso in relazione al male, l’autenticità rispetto all’imitazione e la realtà rispetto all’irreale. 

Questa natura relazionale non diminuisce il valore delle idee, ma ne rivela la struttura: il significato emerge attraverso il contrasto e la relazione, non in isolamento. Anche il silenzio è percepito grazie al suono. L’immobilità è riconosciuta grazie al movimento. In questo senso, nulla è completamente indipendente: ogni esperienza implica una relazione. Tuttavia, all’interno di questa interdipendenza, la consapevolezza occupa un ruolo speciale. Non necessita di opposizione per esistere. È presente nella verità e nella falsità, nella comprensione e nell’incomprensione. Non cambia in base a ciò che osserva: è stabile, testimone silenzioso del flusso di pensieri ed emozioni. 

Questo si chiarisce attraverso un’esperienza personale:

Ricordo una sera in cui sedevo da solo dopo una giornata lunga e difficile. Nella stanza regnava un silenzio quasi inquietante. Un pensiero attraversò la mia mente: “Qui non c’è nulla.” Ma subito sorse un’altra intuizione: se davvero non ci fosse nulla, come potrei saperlo? Il fatto stesso di esserne consapevole non poteva essere negato. Non era qualcosa di evidente o rumoroso, ma c’era. In quel momento compresi che il silenzio non è assenza, ma uno spazio in cui la consapevolezza diventa più evidente. Queste intuizioni, pur semplici, sono profonde. Rivelano che ciò che appare come vuoto è in realtà una porta verso la comprensione della continuità della consapevolezza. 

Questa continuità è evidente anche nelle reazioni emotive. Gli esseri umani tendono a identificarsi con pensieri ed emozioni. La Filosofia Sethiana propone un cambiamento sottile: dall’identificazione all’osservazione

Un’altra esperienza lo chiarisce:

Durante una conversazione, ricevetti una critica inaspettata. La reazione fu immediata: difesa, irritazione, il desiderio di proteggermi. In passato, questa reazione avrebbe definito completamente il mio stato mentale. Ma questa volta fu diverso. Oltre alla reazione, vi era anche l’osservazione della reazione. Essa era presente, ma non era più l’intera esperienza. Esisteva uno spazio di consapevolezza silenziosa che non reagiva. La reazione non scomparve, ma cambiò il mio rapporto con essa.

Questa distinzione tra esperienza e consapevolezza è essenziale. La consapevolezza non elimina pensieri o emozioni, ma offre uno spazio in cui essi possono esistere senza totale identificazione. 

In questo senso, il concetto di “non possesso” assume un significato più profondo. Non implica il rifiuto del mondo materiale, ma l’abbandono dell’attaccamento psicologico a oggetti, pensieri e ruoli. Il possesso, quindi, non riguarda solo la proprietà, ma la relazione. Un oggetto può essere utilizzato senza diventare fonte di identità. Lo stesso vale per pensieri ed emozioni: quando osservati, diventano esperienze temporanee nella consapevolezza. 

Questo principio si estende al senso di identità. L’identità non è fissa, ma dinamica, influenzata da esperienze, relazioni e memoria. Tuttavia, al suo interno esiste una continuità: la coscienza che osserva il cambiamento. Questa continuità permette di collegare passato e presente. Senza di essa, l’esperienza sarebbe frammentata e priva di significato. 

Essa si manifesta anche in momenti comuni come l’attesa. Ciò che sembra vuoto spesso genera ansia. Ma osservando attentamente, si scopre che non è vuoto: vi sono sensazioni, suoni, movimenti sottili e, soprattutto, la consapevolezza che li unisce. 

Quando l’attenzione si sposta dall’attesa all’osservazione, il momento cambia qualità. L’attesa diventa presenza silenziosa. Questo cambiamento è ciò che la Filosofia Sethiana definisce “direzione implicita dell’essere”. Non è frutto di sforzo, ma emerge naturalmente quando la coscienza è chiara. Così, la vita trova un senso spontaneo. Come un seme cresce senza sforzo consapevole, anche l’essere umano possiede una naturale capacità di comprensione. Tuttavia, questo flusso viene spesso ostacolato da pensieri e attaccamenti. 

In presenza della consapevolezza, anche le decisioni diventano più semplici. Le azioni si armonizzano non per controllo, ma per chiarezza. Questo non implica inattività, ma un’azione più consapevole, equilibrata e priva di conflitto inutile. Ritornando all’idea che nulla esiste isolatamente, la Filosofia Sethiana riconosce la natura relazionale dell’esistenza, pur individuando nella consapevolezza la continuità che la sostiene. Verità, bontà e realtà possono essere comprese per contrasto, ma la consapevolezza non dipende da opposizioni. Non necessita di condizioni. È una dimensione stabile dell’esperienza. 

Pertanto, l’affermazione che nulla nasce dal nulla assume un significato più profondo: tutto è vissuto nella coscienza. Anche quando si cerca il vuoto, ciò che si incontra è una presenza sottile. La meditazione, dunque, non mira al nulla, ma alla consapevolezza di ciò che rimane quando tutto il resto svanisce. 

In conclusione, la Filosofia Sethiana propone un cambiamento di prospettiva: dall’isolamento alla relazione, dal vuoto alla presenza, dall’identificazione all’osservazione. La vita non è una serie di eventi scollegati, ma un flusso continuo sostenuto dalla coscienza. Nulla esiste in isolamento. La relazione genera significato. E al centro di questa rete vi è una presenza silenziosa e costante. Riconoscerla non significa apprendere qualcosa di nuovo, ma rendersi conto che è sempre stata lì. E in quella percezione non si trova un vuoto sterile, ma una quiete profonda: una vita consapevole, una quiete pienamente cosciente. 

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