Nuovo rapporto “Don’t Bank on the Bomb”
La nuova edizione del Rapporto “Don’t Bank on the Bomb” (promosso da ICAN e PAX e pubblicato ogni anno dal 2014 e dal titolo “Investing in the Arms Race”) mostra che 301 istituzioni finanziarie nel mondo hanno una significativa esposizione finanziaria verso aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari, un aumento del 15% rispetto ai risultati precedenti.
Dopo un calo costante a partire dal 2021, per la prima volta il numero di investitori torna a crescere.
Sullo sfondo di tensioni globali crescenti e di livelli record di spesa militare, il valore di borsa di molti grandi contractors della difesa è aumentato sensibilmente. Si è inoltre intensificata la pressione dei governi (in particolare europei) sugli investitori affinché abbandonino le restrizioni etiche sugli investimenti nelle aziende del settore militare.
Di fronte alla minaccia
della Russia e ai timori che gli Stati Uniti non possano più essere considerati
un alleato affidabile in un eventuale conflitto con Mosca, alcuni governi hanno
sostenuto che investire nel riarmo europeo non debba essere limitato da
considerazioni etiche, spingendosi persino ad affermare che si tratti di un
dovere morale.
I maggiori investitori globali
I tre maggiori investitori in produzione di armi
nucleari per valore di azioni e obbligazioni sono Vanguard, BlackRock e Capital
Group. I tre principali erogatori di prestiti sono Bank of America,
JPMorgan Chase e Citigroup. Il rapporto identifica 25 aziende coinvolte nella
produzione di armi nucleari: General Dynamics, Honeywell International e
Northrop Grumman sono quelle con i contratti attivi di maggior valore, con
importi potenziali rispettivamente di almeno 28, 75 e 16 miliardi di dollari.
Tra le aziende con contratti miliardari figurano anche BAE Systems,
Bechtel, Leonardo, Lockheed Martin e RTX.
“Mentre gli esperti avvertono contro una nuova corsa alle armi nucleari, le istituzioni finanziarie di tutto il mondo continuano a investire nelle aziende coinvolte nella modernizzazione o nell’espansione degli arsenali nucleari. Essere legati alla produzione di armi nucleari comporta rischi significativi in termini di diritti umani.
Invece di investire in questa industria dannosa, le istituzioni finanziarie dovrebbero esercitare la propria influenza per promuovere comportamenti aziendali responsabili”, evidenzia Alejandra Muñoz di PAX, autrice principale del Rapporto. “Per la prima volta da anni, il numero di investitori che cercano di trarre profitto da una corsa agli armamenti è in aumento: si tratta di una strategia a breve termine e rischiosa, che contribuisce a una pericolosa escalation. È impossibile trarre profitto da una corsa agli armamenti senza alimentarla.
Gli investitori hanno una scelta, e
scommettere su una corsa agli armamenti è rischioso sia per i portafogli che
per il mondo” aggiunge inoltre Susi Snyder, Direttrice dei Programmi della
International Campaing to Abolish Nuclear Weapons (ICAN, Premio Nobel per la
Pace 2017).
Il Trattato TPNW e il disinvestimento
I nove Stati dotati di armi nucleari stanno modernizzando e/o espandendo i propri arsenali, alimentando la domanda per queste armi.
Negli anni precedenti, nonostante il generale aumento del valore
degli investimenti in aziende del settore armiero dopo l’invasione russa su
larga scala dell’Ucraina, il numero totale di istituzioni finanziarie con una
significativa esposizione verso i produttori di armi nucleari era in
calo. Quest’anno, per la prima volta dal 2021, tale numero è tornato ad aumentare.
Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW),
entrato in vigore oltre cinque anni fa, ha generato una nuova norma
internazionale che ha avuto un effetto stigmatizzante sulle armi nucleari,
inducendo molte istituzioni attente alle considerazioni ambientali, sociali e
di governance (ESG) a voltare le spalle alle armi nucleari – e ad altre armi
controverse. Il valore totale degli asset gestiti da istituzioni che evitano di
investire nelle aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari supera oggi
i 4.000 miliardi di dollari, e molte di queste istituzioni citano
esplicitamente il TPNW come ragione di tale scelta.
Focus Italia: nove banche per 5,7 miliardi con un leggero calo rispetto all’anno scorso
Tra gennaio 2023 e settembre 2025, nove istituzioni
finanziarie italiane hanno avuto rapporti sostanziali di finanziamento o
investimento con aziende produttrici di armi nucleari, erogando
complessivamente oltre 5,74 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni.
Il dato va letto in controluce rispetto a quello dell’edizione precedente: nel
rapporto 2024 erano otto gli istituti italiani coinvolti, per un totale di 6,3
miliardi di dollari. Il che significa che, pur aumentando di un unità il numero
di banche presenti nella lista, il volume complessivo dei finanziamenti è sceso
di circa 560 milioni di dollari.
Al vertice della classifica si conferma UniCredit, che rimane di gran lunga il principale finanziatore italiano del settore con 2,84 miliardi di dollari complessivi tra prestiti e sottoscrizioni (cifra comunque in netto calo rispetto ai 4,5 miliardi dell’anno precedente) e rapporti finanziari con un ampio ventaglio di produttori: Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus.
Intesa Sanpaolo segue con 718 milioni (contro gli 885 milioni del 2024), con esposizioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Le altre sette banche – Banco BPM (271 milioni), BPER Banca (200 milioni), Cassa Depositi e Prestiti (110 milioni), Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca (88 milioni ciascuna) – risultano coinvolte esclusivamente per i loro rapporti finanziari con Leonardo, unica azienda italiana presente tra le 25 produttrici di armi nucleari identificate nel rapporto.

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