Custodire chi cura: dentro il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari
Intervista a Patrizio Rossi, dirigente Inail
La violenza non è una fatalità: può essere
significativamente ridotta attraverso strategie integrate che agiscono sulla
cultura organizzativa, sulla progettazione degli spazi, sui sistemi di
mediazione, sulla tutela psicologica e su un investimento solido nelle risorse
umane”.
Un’analisi a più strati, che va oltre la cronaca dell’aggressione e scava nelle dinamiche organizzative, sociali e ambientali che trasformano i luoghi di cura in contesti potenzialmente ostili. Oggi 12 marzo, in occasione della Giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari e socio-sanitari, abbiamo intervistato il dottor Patrizio Rossi, Sovrintendente sanitario centrale Inail, che ci guida attraverso numeri, responsabilità e leve di prevenzione.
Dott. Rossi, partiamo dai dati: qual è oggi la dimensione reale della violenza in sanità?
La dimensione è tutt’altro che marginale. Nel corso del 2024
l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni
sanitarie (ONSEPS), di cui l’Inail è componente, ha registrato un
coinvolgimento di oltre 22.000 operatori tra medici, infermieri, tecnici,
educatori e operatori socio‑sanitari in episodi di aggressione nelle diverse
aree assistenziali. Quello delle aggressioni è un fenomeno radicato, non
episodico, che attraversa tutta la filiera dell’assistenza, i numeri esprimono
molto più di singoli episodi di aggressione: delineano un problema sistemico,
capace di incidere direttamente sulla qualità del lavoro e sulla sicurezza
delle cure. Gli episodi di violenza – dai quali conseguono lesioni
fisiche e/o psichiche con assenza dal lavoro o pregiudizio permanente
alla salute della persona – sono tutelati dall’Inail come infortunio sul lavoro
o malattia professionale.
Quali contesti risultano più esposti e perché
Lei parla di fenomeno sistemico: quali sono gli strumenti più efficaci per affrontarlo
Entriamo nel merito: cosa significano interventi di prevenzione primaria in un contesto sanitario?
Gli interventi di prevenzione primaria si focalizzano sulle
condizioni che possono favorire l’insorgere di tensioni, intervenendo sui
fattori che predispongono all’emergere di dinamiche conflittuali. Un elemento
fondamentale è la promozione di una cultura del rispetto, sostenuta da una
comunicazione chiara e trasparente rivolta ai cittadini, che li aiuti a
orientarsi all’interno dei percorsi assistenziali, a comprendere le modalità di
accesso ai servizi e ad acquisire una percezione informata e consapevole dei
tempi di erogazione delle prestazioni.
In questa stessa prospettiva si colloca la necessità di
rendere pienamente operative le misure di tutela previste dalla Legge n.
113/2020 e di affrontare con un approccio strutturale le difficoltà
organizzative, come la carenza di personale, il turnover e la continuità dei
servizi, che possono influire sulla capacità delle équipe di gestire situazioni
complesse.
Un ulteriore pilastro riguarda la corretta valutazione dei
rischi attraverso il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), strumento
essenziale per individuare i punti di vulnerabilità all’interno delle strutture
e orientare l’adozione di misure preventive mirate e proporzionate.
Infine, un ruolo determinante è svolto dal layout degli
spazi: progettare ambienti sicuri significa favorire la visibilità, garantire
vie di fuga, rendere leggibili i percorsi e predisporre sistemi di allerta e di
sorveglianza nelle aree più sensibili. Un ambiente ben concepito non elimina
completamente il rischio, ma lo riduce in modo significativo, contribuendo ad
accrescere il senso di sicurezza e protezione degli operatori sanitari.
Passiamo agli interventi di prevenzione secondaria: quali elementi la caratterizzano?
Gli interventi di prevenzione secondaria si concentrano
sulla capacità di riconoscere tempestivamente le situazioni a rischio, così da
intervenire prima che si trasformino in episodi di aggressività conclamata. In
questo ambito, la formazione assume una connotazione altamente specialistica:
non si limita alla trasmissione di nozioni teoriche, ma mira a sviluppare
competenze operative fondate sull’analisi dei comportamenti predittivi, sulla
lettura dei segnali precoci di alterazione relazionale, sulla modulazione della
comunicazione in condizioni di tensione e sull’impiego di tecniche strutturate
di de‑escalation. Si tratta dunque di percorsi formativi orientati alla
pratica, calibrati sui contesti maggiormente esposti e finalizzati a rafforzare
la capacità degli operatori di prevenire l’escalation attraverso interventi
tempestivi e proporzionati.
Un elemento innovativo, già introdotto in alcune realtà
sanitarie come quelle dell’emergenza‑urgenza, è la presenza della figura del
facilitatore: un professionista con competenze specifiche nella mediazione e
nella gestione dei conflitti. La sua funzione risulta particolarmente preziosa
nei setting ad alta intensità emotiva, poiché consente di intercettare
precocemente potenziali criticità e di intervenire prima che la dinamica
interazionale degeneri.
La natura neutrale e specializzata di questa figura offre un
supporto concreto agli operatori, che spesso si trovano a fronteggiare
simultaneamente esigenze cliniche complesse e manifestazioni di disagio
relazionale da parte degli utenti o dei loro familiari. Se adeguatamente
riconosciuta e sistematizzata all’interno dell’organizzazione, tale figura
potrebbe rappresentare un autentico valore aggiunto, fungendo da ausilio
strutturale nei processi assistenziali e contribuendo in modo significativo
alla prevenzione delle situazioni conflittuali e al contenimento delle
escalation.
Qual è invece il ruolo degli interventi di prevenzione terziaria?
Esistono iniziative o strumenti specifici che Inail ha messo in campo per sostenere gli operatori sanitari esposti o vittime di aggressioni?
Sì, negli ultimi anni l’Inail ha sviluppato un insieme
articolato di iniziative che si integrano con le tre dimensioni della
prevenzione e rafforzano la tutela degli operatori sanitari. In primo luogo, è
stato attivato un servizio di sostegno psicologico dedicato ai lavoratori
infortunati o ammalati a causa del lavoro, disponibile presso tutti gli
ambulatori dell’Istituto; tale servizio ha supportato anche numerosi operatori
sanitari vittime di aggressioni, offrendo un accompagnamento specialistico nei momenti
immediatamente successivi all’evento e durante il percorso di rientro.
L’Inail ha inoltre promosso un piano di formazione
nazionale, articolato in corsi regionali specificamente dedicati alla
conoscenza e gestione delle aggressioni. Dopo una fase iniziale di
sperimentazione, accompagnata da una verifica di efficacia con esito positivo,
il programma è stato implementato in modo capillare e prevede anche una fase di
re‑training periodico per consolidare le competenze acquisite.
Un ulteriore strumento operativo è rappresentato dal flusso
di segnalazione degli eventi sentinella, tra i quali rientrano gli episodi di
aggressione ai danni del personale sanitario; tale sistema consente un
monitoraggio approfondito delle dinamiche e offre una base informativa
essenziale per orientare interventi mirati.
Sul versante della prevenzione primaria, l’Istituto ha
inoltre elaborato una proposta di rimodulazione del layout degli spazi
sanitari, finalizzata a garantire condizioni di maggiore tutela per operatori
sanitari e socio‑sanitari attraverso interventi progettuali ispirati alla
sicurezza ambientale.
Infine, l’Inail conduce un monitoraggio costante del
fenomeno, anche mediante survey strutturate rivolte al proprio personale
sanitario e socio‑sanitario, strumenti che permettono di intercettare criticità
emergenti e di comprendere il vissuto degli operatori, affinando così i modelli
predittivi e l’efficacia degli interventi di prevenzione.
Dott. Rossi, in definitiva: la violenza nei confronti degli operatori sanitari è davvero prevenibile
La prevenzione è possibile, e non si tratta di un auspicio
astratto. Non siamo di fronte a una fatalità né a un fenomeno ineluttabile. È
un obiettivo realistico, purché si adotti un approccio basato su evidenze e su
un’analisi rigorosa del fenomeno. Lo studio sistematico degli episodi, delle
loro ricorrenze e dei contesti in cui si verificano permette infatti di
individuare pattern ricorrenti e fattori predittivi utili a intervenire prima
che le situazioni degenerino. La violenza non è, appunto, una fatalità: può
essere significativamente ridotta attraverso strategie integrate che agiscono
sulla cultura organizzativa, sulla progettazione degli spazi, sui sistemi di
mediazione, sulla tutela psicologica e su un investimento solido nelle risorse
umane. Ma serve soprattutto una capacità di lettura strutturata dei dati,
perché solo ciò che si conosce in profondità può essere prevenuto in modo
efficace. È un approccio che richiede coerenza, metodo e soprattutto la
consapevolezza che sicurezza degli operatori e qualità delle cure sono due
facce della stessa medaglia.
Quindi proteggere chi cura è anche un modo per proteggere la qualità dei servizi
Assolutamente sì. E direi di più: tutelare gli operatori
significa anche riconoscere che l’analisi del fenomeno è parte integrante della
qualità assistenziale. Attraverso sistemi di monitoraggio costante, la raccolta
delle segnalazioni e lo studio delle dinamiche che precedono l’aggressione, le
organizzazioni possono sviluppare modelli predittivi capaci di orientare
decisioni gestionali, politiche di personale e interventi mirati. In altre
parole, conoscere la violenza in modo strutturato consente di anticiparla e di
modellare ambienti di lavoro più sicuri, che favoriscono decisioni cliniche più
efficaci e una maggiore continuità delle cure.
Proteggere chi cura, dunque, non è solo un atto etico: è una
strategia che rafforza la qualità dell’assistenza e la fiducia dei cittadini.
Ed è una responsabilità plurale, che chiama in causa istituzioni,
organizzazioni sanitarie e comunità, tutte coinvolte nella costruzione di
luoghi di cura realmente protettivi, dove chi assiste possa lavorare con
serenità e chi riceve cure appropriate possa sentirsi accolto e accompagnato.
D’altronde, è proprio nei momenti di maggiore fragilità che
la persona manifesta non soltanto un bisogno di cure, ma anche un bisogno
profondo di attenzione, di ascolto e di protezione: esigenze che possono essere
soddisfatte solo in un sistema capace di tutelare, in modo integrato, sia chi
cura sia chi è curato.


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