Ospedali a rischio chiusura
di Mariangela Amato
Si paventa nuovamente la possibilità di chiusure e riconversioni di ospedali “minori”. Tale tipo di trasformazione, che spesso non rappresenta un episodio isolato, si colloca all’interno di un più ampio processo di riorganizzazione del sistema sanitario, che ha interessato numerose regioni italiane negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008.
Sin da allora, le politiche di contenimento della spesa pubblica hanno
inciso notevolmente sulla rete ospedaliera, determinando la chiusura, la
riconversione o il ridimensionamento di molti presidi.
Sul piano teorico, questa tipologia di interventi viene spesso giustificata o letta alla luce di criteri di efficienza: concentrare i ricoveri in ospedali di maggiori dimensioni, dove poter aumentare i volumi di attività, razionalizzando l’impiego delle risorse per migliorare la qualità delle prestazioni raggiungendo nel contempo economie di scala e di scopo.
Tuttavia, una simile impostazione non è esente da conseguenze, soprattutto
quando riguarda interi territori comunali che vedono svanire la possibilità di
accedere rapidamente a un presidio ospedaliero in caso di emergenza.
Tra i contributi più rilevanti e recenti su questo tema citiamo
lo studio di Simone Ghislandi, Anna-Theresa Renner e Nirosha Elsem Varghese,
pubblicato nel 2025 sul Journal of Health Economics con il titolo The
impact of budget cuts on individual patient health: Causal evidence from
hospital closures. Il lavoro molto interessante che esamina gli effetti
delle chiusure ospedaliere sugli esiti di salute dei pazienti in Italia,
concentrandosi in particolare sugli individui colpiti da infarto miocardico
acuto nel periodo compreso tra il 2008 e il 2015.
Utilizzando i dati amministrativi relativi ai ricoveri
ospedalieri e applicando un modello econometrico di tipo difference-in-differences,
gli autori hanno confrontato gli esiti dei pazienti residenti in comuni colpiti
dalla chiusura del proprio ospedale di riferimento con quelli dei pazienti
provenienti da aree non interessate da analoghi processi di chiusura o
riconversione.
I risultati hanno dimostrato che la chiusura degli ospedali
è associata a un aumento tutt’altro che trascurabile della mortalità
intra-ospedaliera nei pazienti colpiti da infarto: circa 0,7 punti
percentuali, equivalente ad un incremento di circa il 10% rispetto al
tasso medio di mortalità osservato. Lo studio ha rilevato inoltre un
aumento della durata media della degenza di circa 0,3 giorni.
L’elemento più importante del lavoro, tuttavia, non risiede soltanto nella quantificazione dell’effetto, ma soprattutto nell’individuazione del meccanismo causale che produce tale effetto. Gli autori dimostrano infatti che il principale fattore alla base dell’aumento della mortalità è rappresentato dall’incremento del tempo necessario per raggiungere l’ospedale più vicino.
In altre parole, quando un ospedale viene chiuso o
riconvertito e perde la propria funzionalità per le acuzie, i pazienti
impiegano più tempo per arrivare nel presidio in cui possano ricevere le cure
adeguate. E nel caso dell’infarto il tempo è decisivo: anche ritardi
relativamente contenuti possono incidere in modo rilevante sulla sopravvivenza
del paziente e sull’esito complessivo del ricovero.
Lo studio suggerisce inoltre che una parte degli effetti
negativi potrebbe aversi ancora prima dell’arrivo in ospedale. Infatti,
dopo la chiusura di un presidio si osserva una lieve riduzione del numero di
pazienti che riescono a raggiungere il ricovero. Si tratta però di
un’osservazione che va interpretata con cautela: non si tratta di una
misurazione diretta della mortalità pre-ospedaliera, ma di una differente
ipotesi formulata dagli autori come spiegazione plausibile, ma indiretta, di
una parte del fenomeno.
Un ulteriore aspetto di grande rilievo riguarda la
distribuzione degli effetti. Le conseguenze delle chiusure ospedaliere,
infatti, non si hanno in modo uniforme tra tutti i pazienti. Lo studio
evidenzia che l’aumento della mortalità risulta più marcato tra gli anziani,
tra le donne e nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia dove l’incremento delle
distanze e dei tempi di percorrenza verso le strutture ospedaliere tende ad
essere maggiore. Pertanto le politiche di razionalizzazione dell’offerta
sanitaria, se non adeguatamente bilanciate, rischiano di amplificare le disuguaglianze
territoriali e demografiche già esistenti.
Osserviamo che le politiche di riorganizzazione ospedaliera
devono certamente tener conto della sostenibilità economica del sistema
sanitario, ma non possono essere valutate esclusivamente in funzione del
contenimento della spesa. Tra i parametri decisionali far rientrare, con pari
forza, anche l’accessibilità effettiva alle cure di emergenza.
Non tutti i ricoveri sono programmabili. Non tutte le
patologie consentono attese, trasferimenti o la concentrazione dei reparti in
pochi grandi presidi ospedalieri. In alcune situazioni anche pochi minuti
possono fare la differenza tra la vita e la morte, annullando la
significatività dei modelli teorici di efficienza, quando questi non considerino
un’adeguata tutela dell’accesso alle cure.
Per tale ragione, una riduzione eccessiva della densità ospedaliera sul territorio può determinare costi molto elevati in termini di salute pubblica e, in particolare, di vite umane, soprattutto nel caso delle patologie acute per le quali il tempo è cruciale. Pertanto il problema non è più soltanto tecnico o economico, ma diventa inevitabilmente anche una questione civile e politica.
Il costo umano di simili scelte, anche se ritenuto compatibile con un’astratta analisi costi-benefici, resta difficile da accettare. E lo è ancora di più se si smette di analizzare il fenomeno come una semplice serie di dati statistici e lo si considera per ciò che realmente è: un rischio concreto che potrebbe riguardare chiunque di noi.

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