Colpa, culpa/vitio, kulpa. di Carlo Forin

Il bacio di Giuda di Caravaggio


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 26,14-25. 
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti
e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento.
Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».
Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».
I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.
Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto». 

Matteo narra il tradimento, che ieri abbiamo visto tramite le parole di Giovanni.
Gesù lo imputò ad uno dei suoi discepoli in modo esplicito prima che accadesse. Nella memoria di Matteo (diversa da quella di Giovanni, più rimeditata) il colpevole avrebbe chiesto: -Rabbì, sono forse io? -. Può essere un ricordo puntualmente falso, dal momento che il colpevole, smascherato, sarebbe stato assalito subito dagli altri apostoli. Tuttavia, mostra una memoria storica ‘iperumana’, dal momento che l’ebraico rabbì radica nel sumero rab-bi:
(gis) rab(3), rap
 ring; clamp; fetter, shakle; stock; pillory; snare (to slide+ open container)[1].
-bi
 possessive suffix, ‘its’, ‘their’, applies to singular and plural inanimate or non personal categories […][2]
Rab-bi significa ‘proprio di quel circolo’. Diverso dal rabbunì di Maria di Magdala[3], che significa Maestro. Infatti, in sumero:
bu (-bu) –i
  n., knowledge, awareness; shoot, scion, offspring (Akk., edutu, nipru).
  v., to grasp, clench; to sprout (cf., bur12/bu; bul(5)/bu(5))[4].
ni2-ir9
  might, power, awesomeness (‘awe’ + ‘strong’)[5].

Rab-bu-nì vel rab-bu-nir significa “potere (del) circolo della conoscenza”.
Il tradimento non è tanto una colpa puntuale, un errore, ma un’azione radicata in un vizio profondo dal punto di vista etico, o della conoscenza radicale. È nel potere di Antasubba, il demone sumero della perdita della conoscenza, che la lettura circolare del zumero rende ba.bu.satan.
Avete eco di Papè Satàn Aleppe, Cronache di una società liquida[6]?



[1] [1] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 218.
[2] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 32.
[3] Gv., 20, 16.
[4] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006: 34.
[5] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006: 196.
[6] Vel: “di merda”?
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