Taranto - Ci apprestiamo all'uscita dell'Addolorata, raccontiamo quel dolore
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| Bartolomeo della Porta 1472 |
Nel mentre a Taranto si è chiusa l’Asta dei Misteri, ci
si appresta alla prima uscita della Madonna Addolorata. Nel decimo libro di
Maria Valtorta, la veggente che ha scritto il "poema dell’Uomo Dio", c’è una
descrizione del dolore di Maria che lascia letteralmente senza fiato come autentico dolore di una madre. Ve ne forniamo un pezzo per immergerci in questa immagine nella
condivisione, sia per devozione religiosa che per un approccio culturale.
“Maria non si stanca di carezzare
quelle membra gelate. Con una delicatezza ancor maggiore che se toccasse
quelle di un neonato, Ella prende le povere mani straziate, le stringe fra le
sue, ne bacia le dita, le stende, cerca di riunire le slabbrature delle ferite
come per medicarle, perché dolgano meno, si appoggia sulle guance quelle mani
che non possono più accarezzare, e geme, geme nel suo dolore atroce. Raddrizza
e unisce i poveri piedi, che stanno così abbandonati, come mortalmente stanchi
di tanto cammino fatto per noi. Ma essi si sono troppo spostati sulla croce, e
specie il sinistro sta quasi per piatto come non avesse più caviglia.
Poi torna al Corpo e lo carezza,
così freddo e già rigido, e quando vede una nuova volta lo squarcio della
lancia che ora, nella posizione supina del Salvatore sulla lastra di pietra, è
aperto e beante come una bocca, lasciante vedere meglio ancora la cavità
toracica - la
punta del cuore appare distintamente fra lo sterno e l'arco costale sinistro, e
due centimetri circa sopra di essa vi è l'incisione fatta dalla punta della
lancia nel pericardio e nel cardio, lunga un buon centimetro e mezzo, mentre
quella esterna al costato destro è di almeno sette -
Maria grida di nuovo come sul Calvario. Sembra che la lancia trapassi Lei,
tanto Ella si contorce nel suo dolore, portando le mani al cuore suo, trafitto
come quello di Gesù. Quanti baci su quella ferita, povera Mamma!
Poi torna al capo riverso e lo
raddrizza, poiché è rimasto lievemente piegato indietro e fortemente a destra.
Cerca di chiudere le palpebre, che si ostinano a rimanere semichiuse, e la
bocca rimasta aperta, contratta, un poco storta a destra. Ravvia i capelli,
solo ieri tanto belli e ordinati, ed ora fatti tutto un groviglio appesantito
dal sangue. Districa le ciocche più lunghe, le liscia sulle sue dita, le
arrotola per ridare ad esse la forma dei dolci capelli del suo Gesù, così
morbidi e ricciuti. E geme, geme perché si ricorda di quando era bambino... È
il motivo fondamentale del suo dolore: il ricordo dell'infanzia di Gesù, del suo amore per
Lui, delle sue cure che temevano anche dell'aria più
viva per la Creaturina divina, e il confronto con quanto gli hanno fatto, ora, gli
uomini.
Il suo lamento mi fa stare male. Ed
il suo gesto quando, gemendo: «Che ti hanno, che ti hanno fatto, Figlio mio?»,
non potendolo vedere così, nudo, rigido, su una pietra, Ella se lo raccoglie in
braccio, passandogli il braccio sotto le spalle e serrandolo sul petto con
l'altra mano e ninnandolo, con la stessa mossa della grotta della Natività, mi
fa piangere e soffrire come se una mano mi frugasse nel cuore.
La Madre è ritta presso la pietra
dell'unzione e carezza, e contempla, e geme, e piange. La luce tremolante delle
torce illumina a tratti il suo volto, ed io vedo dei grossi goccioloni di pianto
rotolare sulle guance pallidissime di un viso devastato. E odo le parole.
Tutte. Ben distinte, per quanto mormorate fra le labbra, vero colloquio di
anima materna coll'anima del Figlio. Ricevo l'ordine di scriverle.
«Povero Figlio! Quante ferite!
... Come
hai sofferto! Guarda che t'hanno fatto! ... Come
sei freddo, Figlio! Le tue dita sono di gelo. E come sono inerti! Paiono
spezzate. Mai, neppure nel sonno più abbandonato dell'infanzia, né in quello
pesante della tua fatica di artiere, erano inerti così... E come sono fredde!
Povere mani! Dalle alla
tua Mamma, tesoro mio, amore santo, amore mio! Guarda come sono lacerate! Ma
guarda, Giovanni, che squarcio! Oh! crudeli! Qui, qui, dalla tua Mamma questa
mano ferita. Che te la medichi. Oh! non ti farò male... Userò baci e lacrime, e
col fiato e con l'amore te la scalderò. Dammi una carezza, Figlio! Tu sei di
ghiaccio, io ardo di febbre. La mia febbre avrà sollievo dal tuo gelo, e il
tuo gelo si mollerà alla
mia febbre. Una carezza, Figlio! Sono poche ore che non mi carezzi, e mi paiono
secoli. Vi furono mesi senza tue carezze, e mi parvero ore perché sempre
aspettavo il tuo venire e di ogni giorno facevo un'ora, di ogni ora un minuto,
per dirmi che Tu non m'eri lontano da una o più lune, ma da solo pochi dì, da
sole poche ore. Perché ora è così lungo il tempo? Ah! strazio inumano! Perché
Tu sei morto. Mi ti hanno morto! Non ci sei più sulla Terra! Più! In qualunque
posto io getti l'anima per cercare la tua e abbracciarsi ad essa, poiché
trovarti, averti, sentirti era la vita della mia carne e del mio spirito, in
qualunque posto io ti cerchi con l'onda del mio amore, non ti trovo più, più
non ti trovo! Di Te non mi resta che questa spoglia fredda, questa spoglia
senz'anima! O anima del mio Gesù, o anima del mio Cristo, o anima del mio
Signore, dove sei? Perché avete levata l'anima al Figlio mio, iene crudeli
congiunte con Satana? E perché non m'avete seco lui crocifissa? Avete avuto
paura di un secondo delitto? (La voce si fa sempre più forte e straziante). E
che era uccidere una povera donna, per voi che non avete esitato ad uccidere
Dio fatto Carne? Non avete commesso un secondo delitto? E non è questo il più
nefando, di lasciare sopravvivere una madre al figlio trucidato?».
I due preparatori hanno finito la
preparazione delle bende.
Vengono alla tavola e denudano Gesù
anche del suo velo. Passano una spugna, mi pare, o un batuffolo di lino sulle
membra in una molto frettolosa preparazione delle membra goccianti da mille
parti.
Poi spalmano tutto il Corpo di
unguenti. Lo seppelliscono addirittura sotto una crosta di manteca. Prima lo
hanno sollevato, nettando anche la tavola di pietra su cui posano la sindone,
che pende per oltre la metà dal capo del letto. Lo riadagiano sul petto e
spalmano tutto il dorso, le cosce, le gambe. Tutta la parte posteriore. Poi
delicatamente lo girano, osservando che non venga asportata la manteca degli
aromi, e lo ungono anche dalla parte anteriore. Prima il tronco, poi le membra.
Prima i piedi, per ultime le mani, che uniscono sul basso ventre.
La mistura degli aromi deve essere
appiccicosa come gomma, perché vedo che le mani restano a posto, mentre prima
scivolavano sempre per il loro peso di membra morte. I piedi no. Conservano la
loro posizione: uno più dritto, l'altro più steso.
Per ultimo, il capo. Dopo averlo
spalmato accuratamente, di modo che le fattezze scompaiono sotto lo strato di
unguento, lo legano con la fascia mentoniera per mantenere chiusa la bocca.
Maria geme più forte.
Poi alzano il lato pendente della
sindone e la ripiegano sopra a Gesù. Egli scompare sotto la grossa tela della
sindone. Non è più che una forma coperta da un telo.
Giuseppe osserva che tutto sia bene
a posto e appoggia ancora sul viso un sudario di lino e altri panni, simili a
corte e larghe strisce rettangolari, che passano da destra a sinistra, al disopra
del Corpo, e tengono a posto la sindone, bene aderente al Corpo. Non è la
caratteristica fasciatura che si vede nelle mummie e neppure nella risurrezione
di Lazzaro. È un embrione di fasciatura.
Gesù ormai è annullato. Anche la
forma si confonde sotto i lini. Sembra un lungo mucchio
di tela, più stretto ai vertici e
più largo al centro, appoggiato sul grigio della pietra.
Maria piange più forte.
MARIA DAVANTI AL SEPOLCRO
Giuseppe d'Arimatea spegne una
delle torce, dà un'ultima occhiata e si avvia all'apertura del sepolcro tenendo
accesa e alta la superstite torcia.
Maria si china ancora una volta per
baciare il Figlio attraverso le sue coperture. E vorrebbe farlo dominando la
sua pena, per contenerla in una forma di rispetto al Cadavere che, già imbalsamato,
non le appartiene più. Ma, quando è prossima al Volto velato, non si domina più
e si abbatte in una nuova crisi di desolazione.
La sollevano di là a fatica, la
allontanano, con ancora maggiore fatica, dal letto funebre. Ricompongono le
tele scomposte e, più portandola di peso che sorreggendola, portano via la povera
Madre, che si allontana col volto girato all'indietro, per vedere, per vedere
il suo Gesù che resta solo nel buio del sepolcro.
Escono nell'ortaglia silenziosa
nella luce vespertina. Già la relativa luce, che si è rifatta dopo la tragedia
del Golgota, si torna ad incupire per la notte che scende. E là, sotto le ramaglie
fitte, per quanto ancora nude di fronde e appena ornate delle bocche bianco
rosa dei meli in boccio, stranamente in ritardo in questo frutteto di Giuseppe,
mentre altrove sono già tutti coperti di fiori aperti e anche già fecondati in
minuscoli pomi, vi è ancora più penombra che altrove.
Viene fatta scorrere la pesante
pietra del sepolcro nella sua cunella. Dei lunghi rami di un rosaio
scapigliato, che si rovesciano dall'alto della grotta verso il suolo, paiono
bussare a quella porta di pietra e dire: «Perché ti chiudi davanti ad una madre
che piange?». E paiono piangere anche loro gocce di sangue coi petali rossi che
si sfogliano, colle corolle che si adagiano lungo la pietra scura, coi boccioli
serrati che battono contro la inesorabile chiusura.
Ma presto altro sangue bagna quella
porta sepolcrale e altro pianto. Maria, fino allora sorretta da Giovanni e
abbastanza quieta nel suo singhiozzare, si svincola dall'apostolo e con un
grido, che io credo abbia fatto tremare anche le fibre delle piante, si getta
contro la porta, si attacca alla sporgenza di essa per respingerla, si scortica
le dita e si spezza le unghie senza riuscirvi, e fa leva fin col capo premuto
contro questa sporgenza ruvida. E il suo gemito ha del ruggito di una leonessa
che si sveni sulla soglia della trappola dove sono chiusi i suoi nati, pietosa
e feroce per amore di madre.
Non ha più nulla della mite vergine
di Nazaret, della paziente donna fin qui conosciuta. È la madre. Solo e
semplicemente la madre, attaccata con tutte le fibre ed i nervi della carne e
dell'amore alla sua creatura. È la più vera «padrona» di quella carne che ha
generato, l'unica padrona dopo Dio, e non vuole le sia rubata questa sua
proprietà. E' la «regina» che difende il suo serto: il figlio, il figlio, il
figlio.
Tutta la ribellione e le ribellioni
che in trentatré anni ogni altra donna avrebbe avuto contro l'ingiustizia del
mondo verso la sua creatura, tutte le ferocie sante e lecite che ogni altra
madre avrebbe avuto durante quelle ultime ore per ferire e uccidere con le mani
e coi denti gli assassini del suo nato, tutte queste cose che Ella per amore
del genere umano ha sempre domate, ora si agitano nel suo cuore, bollono nel
suo sangue e, mite anche nel suo dolore che la fa pazza, Ella non impreca,
Ella non si avventa. Ma solo chiede alla pietra che si apra, che le ceda il
passo, perché il suo posto è là dentro, dove Egli è. Ma solo chiede agli
uomini, impietosi nella loro pietà, di ubbidirle e di aprire.
Dopo avere percosso e sanguinato
con le labbra e con le mani sulla pietra tenace, si volge, si appoggia a
braccia aperte, abbrancando ancora i due orli della pietra, e terribile nella
sua maestà di Madre dolorosa ordina: «Aprite! Non volete? Ebbene, io qui resto.
Dentro no? Qui fuori, allora. Qui è il mio pane e il mio letto. Qui è la mia
dimora. Non ho altre case né altro scopo. Voi andate pure. Tornate nel mondo
che è uno schifo. Io resto dove non è bramosia e odor di sangue».
«Non puoi, Donna!».
«Non puoi, Madre!».
«Non puoi, Maria, cara!».
E cercano di staccarle le mani
dalla pietra, impauriti dì quegli occhi, che essi non conoscono ancora con
quel bagliore che li fa duri e imperiosi, vitrei, fosforici.
La prepotenza non è dei miti, e
gli umili non sanno durare nella superbia... E a Maria subito cade la veemenza
del volere e l'impero del comandare. Torna ad avere il suo sguardo mite di
colomba torturata, perde l'imponenza dell'atto e si curva da capo con atto di
supplica, e congiunge le mani pregando: «Oh! mi lasciate! Per i vostri morti,
per quelli che amate fra i vivi, pietà di una povera madre!... Sentite...
Sentite il mio cuore. Ha bisogno di pace per perdere questo battito crudele.
Esso si è messo a battere così lassù, sul Calvario. Il martello faceva ton, ton, ton... e
ogni colpo feriva il mio Bambino... e mi picchiava nel cervello e nel cuore...
e la testa mi è piena di quei colpi, e il cuore batte veloce così come era quel ton, ton, ton, sulle
mani, sui piedi del mio Gesù, del mio piccolo Gesù... Il mio Bambino! Il mio
Bambino!...».
Le torna tutto il tormento, che
pareva calmato dopo la sua preghiera al Padre presso la tavola dell'unzione.
Piangono tutti.
«Ho bisogno di non sentire urli né
urti. E il mondo è pieno di voci e di rumori. Ogni voce mi sembra il
"grande grido" che mi ha impietrito il sangue nelle vene, e ogni
rumore mi sembra quello del martello sui chiodi. Ho bisogno di non vedere volti
d'uomo. E il mondo è pieno di volti... Io sono quasi dodici ore che vedo volti
di assassini... Giuda... i carnefici... i sacerdoti... i giudei... Tutti, tutti
assassini! ... Via! Via... Non voglio più vedere alcuno... In ogni uomo è un
lupo e un serpente. Io sento ribrezzo e paura dell'uomo... Lasciatemi qui,
sotto questi alberi quieti, su quest'erba fiorita... Fra poco ci saranno le
stelle... Esse sono state le sue amiche e le mie amiche sempre... Ieri sera
esse hanno fatto compagnia alla nostra solitaria agonia... Esse sanno tante
cose... Esse vengono da Dio... Oh! Dio! Dio!...», piange e si inginocchia.
«Pace, mio Dio! Non mi resti che Te!».
«Vieni, figlia. Dio ti darà pace.
Ma vieni. Domani è il sabato pasquale. Non potremmo venire a portarti cibo...».
«Niente! Niente! Non voglio cibo!
Voglio la mia Creatura! Mi sfamo col mio dolore, mi disseto col mio pianto...
Qui... Sentite come piange quell'assiolo? Piange con me, e fra poco piangeranno
gli usignoli. E domani, nel sole, piangeranno le calandre e i capineri e tutti
gli uccelli che Egli amava, e le tortore verranno con me a battere a questa
pietra e a dire, e a dire: "Levati, amor mio, e vieni! Amore che stai nel
crepaccio della rupe, nel nascondiglio del dirupo, lasciami vedere il tuo viso,
lasciami ascoltare la tua voce". Aaaah! che dico! Anche loro, anche loro,
i biechi assassini, me lo hanno interpellato con la parola del Cantico! Sì,
venite, o figlie di Gerusalemme, a vedere il vostro Re col diadema onde lo
incoronò la sua Patria nel giorno del suo sposalizio con la Morte, nel giorno
del suo trionfo di Redentore!».
«Guarda, Maria! Sopraggiungono le
guardie del Tempio. Vieni via, che non ti facciano spregio».
«Le guardie? Spregio? No. Sono
vili. Vili sono. E se io marciassi su loro, terribile nel mio dolore, esse
fuggirebbero come Satana davanti a Dio. Ma io mi ricordo di essere Maria... e
non le colpirò come ne avrei diritto. Starò buona... non mi vedranno neppure.
E, se mi vedranno e mi chiederanno: "Che vuoi?", dirò loro:
"L'elemosina di respirare l'aria imbalsamata che esce da questa
fessura". Dirò: "In nome di vostra madre". Tutti hanno una
madre... l'ha detto anche il ladrone pietoso...».
«Ma queste sono peggio dei ladroni.
Ti insulteranno».
«Oh!... E c'è ancora un insulto che
io non conosca, dopo quelli di oggi?».
È la Maddalena che trova la
ragione capace di piegare la Dolorosa all'ubbidienza. «Tu sei buona, tu santa
sei, e credi, e sei forte. Ma noi che siamo?... Tu lo vedi! I più, fuggiti. I
superstiti, pavidi. Il dubbio, che è già in noi, ci piegherebbe. Tu sei la
Madre. Non hai solo il dovere e il diritto sul Figlio. Ma il dovere e il
diritto su ciò che è del Figlio. Tu devi tornare con noi, fra noi, per
raccoglierci, per rassicurarci, per infonderci la tua fede. Tu lo hai detto,
dopo il tuo giusto rimprovero alla nostra pavidità e miscredenza: "Più
facile sarà a Lui il risorgere se libero da queste inutili bende". Io ti
dico: "Se noi riusciremo a riunirci nella fede nella sua Risurrezione,
più presto Egli risorgerà. Lo evocheremo col nostro amore...". Madre, Madre
del mio Salvatore, torna con noi, tu, amore di Dio, per darci questo tuo
amore! Vuoi dunque che si perda di nuovo la povera Maria di Magdala, che Egli
ha salvato con tanta pietà?».
«No. Ne avrei rimprovero. Hai
ragione. Devo tornare... cercare gli apostoli... i discepoli... i parenti...
tutti... Dire... dire: credete. Dire: Egli vi perdona... A chi l'ho già
detto?... Ah! All'I- scariota... Bisognerà... sì, bisognerà cercare anche
lui... perché è il più grande peccatore...». Maria resta col capo curvo sul
petto, trema come per ribrezzo, e poi dice: «Giovanni, lo cercherai. E me lo
porterai. Lo devi fare.
E io lo devo fare.
Padre, anche questo sia fatto per la redenzione dell'Umanità. Andiamo».
Si alza. Escono dall'ortaglia
semioscura. Le guardie li guardano uscire senza far motto.
La strada, polverosa e sconvolta
dalla fiumana di popolo che l'ha percorsa e percossa con piedi e pietre e
randelli, fa una curva intorno al Calvario per giungere sulla via maestra, che
è parallela alle mura. E qui ancora più intense sono le tracce dell'avvenuto.
Due volte Maria ha un grido e si curva studiando nella mal luce il suolo,
perché le pare vedere del sangue e pensa sia del suo Gesù. Ma non sono che
brandelli di stoffe lacerate nella mischia della fuga. Il
torrentello, che corre lungo la via, mormora piano nel grande silenzio che è da
per tutto. Sembra che la città sia abbandonata, tanto da essa non viene che
silenzio.
Ecco il ponticello che conduce alla
erta via del Calvario. E, di fronte a questo, ecco la porta Giudiziaria. Prima
di scomparire dentro di quella, Maria si volge a guardare la vetta del Calvario...
e piange desolatamente.


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