L’anno bisestile
di Luigi Casale
Parliamo del numero dei giorni dell’anno. Essi sono 365. Ma, 366 ogni
4 anni. Sono i cosiddetti anni bisestili. Proprio come questo 2016. Noi
sappiamo che l'anno solare è il tempo che impiega la terra per compiere la sua
orbita intorno al sole. Cioè, il tempo per ritornare alla stesso punto di
partenza. E poiché essa gira anche su se stessa, il periodo di tempo dell'anno
solare è formato dall'alternanza di giorno e notte. Perciò un anno intero, lo
possiamo misurare, o "contare", con il numero dei giorni (cioè:
quante volte la terra gira su se stessa). Tutto è relativo! Allora
possiamo dire che la terra, per percorrere la sua orbita intorno al sole,
impiega 365 giorni (cioè 365 giri su se stessa).
Però - ecco l'inghippo - succede che dopo 365 giri che essa fa a guisa di
trottola mentre gira intorno al sole, alla fine non arriva esattamente al
"punto di partenza". Ma rimane ancora un pezzettino (l'ultimo
tratto di orbita per raggiungere il punto di partenza), equivalente a un po’
meno di sei ore: cioè circa un quarto di giorno. Quindi l'anno solare è
"lungo", o meglio "dura" 365 giorni e "quasi" 6
ore.
Fino al tempo di Cesare, di
questo spezzone di "quasi" 6 ore nessuno ci faceva caso. E così,
a distanza di anni si notava che le stagioni si spostavano, arrivavano sempre
prima. I diversi popoli antichi avevano trovato il loro modo per correggere
questa discrepanza. I Romani in particolare correggevano questa sfasatura
mediante alcuni decreti (estemporanei) emanati dai sacerdoti preposti a questo
compito: essi ogni tanto inserivano nell’anno dei mesi intercalari, ridando
ordine al susseguirsi delle stagioni. Così probabilmente gli altri
popoli.
La riforma di Giulio Cesare –
che, data l’estensione dell’Imperium Romanorum, coinvolse una
vasta area del mondo conosciuto – stabilì, allora, che ogni quattro anni nel
mese di febbraio, dopo il 24° giorno (che si chiamava “sextus ante
Kalendas martias”, cioè: “sesto giorno prima del 1° marzo”,
sestultimo di febbraio) si inserisse un giorno in più (il bis-sextus: cioè il
"sestultimo" per la seconda volta). Questo perché dopo quattro orbite
intere che la terra compie intorno al sole, la somma dei (quattro) pezzettini –
un po’ meno di sei ore – corrisponde quasi alla durata di una giornata. E
poiché il 24 febbraio, secondo il modo di chiamare i giorni che avevano i
Romani, era detto “sesto giorno [diem sextum] prima delle Calende di marzo”, il secondo “diem sextum” fu detto “bis-sextum”.
Da ciò l’aggettivo bisestile che andò a denominare l’anno che conteneva questo
giorno aggiunto. Oggi che chiamiamo i giorni diversamente, negli anni bisestili
invece di ripetere il 24 febbraio, aggiungiamo la giornata del 29.
Però con il provvedimento di Cesare
il punto di partenza dell'orbita solare della terra veniva superato (anche se
solo di un poco, in quanto il pezzettino che mancava era - come ho detto - meno
di sei ore). Perciò restava comunque un inconveniente, per quanto piccolo: alla
distanza sarebbe stato - ancora - necessario sottrarre (questa volta) qualche
giorno, per mettere l‘anno alla pari e far coincidere così (di nuovo) le
stagioni. A correggere questa (piccola) sfasatura intervenne la riforma
del Papa Gregorio XIII (nel XVI
sec.). Si decise infatti che in occasione di determinati anni bisestili
(quelli centenari) non si aggiungesse la giornata in più.
E allora per recuperare tutta la eccedenza accumulatasi negli anni già
trascorsi dal tempo di Cesare a quello di Gregorio, fu necessario eliminare dal
calendario 11 giorni. Così in quell’anno 1582, anno della riforma
"gregoriana" del calendario, dopo il 4 ottobre si passò direttamente
al 15 ottobre. In seguito solo gradualmente la riforma fu accettata in
tutta Europa.

Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente