Hotspot di Taranto: poca accoglienza, poca trasparenza


Riceviamo e pubblichiamo nota di Rifondazione comunista 


La “crisi dei migranti”, ben lungi dall'essere stata affrontata in maniera risolutiva, è aperta e anzi quanto mai attuale, come le cronache e i TG continuano a mostrarci. È ipotizzabile che, con l'arrivo dell'estate e il peggioramento della crisi libica, si avrà un nuovo spostamento delle rotte migratorie verso regioni a noi più vicine, che di recente sono state solo marginalmente interessate dal problema. Se ciò dovesse effettivamente accadere, l’Italia - e le regioni meridionali in particolare, fra cui la Puglia -, si troverebbero a vivere e a cercare di gestire ingenti flussi di migranti in presenza di strutture inadeguate.

A questo proposito è necessario porre in evidenza tutte le disfunzioni dell'hotspot di Taranto. In questa struttura si verifica la sospensione dei diritti più elementari. In primo luogo, non esiste un'adeguata mediazione linguistica, per cui di fatto le persone non sono in grado di capire le procedure a cui sono sottoposte, e da cui dipende la loro permanenza o il loro rimpatrio. E, cosa più grave di tutte, si ricorre all'espulsione sommaria di donne e uomini di certe nazionalità. Questo è successo nei giorni scorsi a centinaia di persone di origine marocchina, accompagnate alla stazione in compagnia del solo foglio di espulsione dall'Italia. Il rischio che queste donne e questi uomini diventino prede della criminalità organizzata, finendo sfruttati come manodopera nei campi per pochi centesimi al giorno, è altissimo.

Questa situazione dimostra tutti i limiti del modello "hotspot" promosso dall'Unione Europea. Tale modello dà luogo ad abusi di qualsiasi tipo, pone molti migranti in una condizione di clandestinità da cui non potranno mai riemergere, stabilisce un rapporto malsano fra le persone giunte in Italia e i territori dove si trovano a transitare, alimentando reciproche incomprensioni e diffidenze. E' un modello fallimentare, che rischia di innescare spirali di intolleranza e di emarginazione.

Queste criticità generali sono esasperate, nel caso di Taranto, da una gestione finora inefficiente della struttura in questione. Ci chiediamo, anzitutto, su quali basi siano stati affidati gli incarichi di mediazione culturale: un compito quanto mai delicato, che non può essere svolto da personale inadeguato.
Apprendiamo inoltre dalla stampa che la Prefettura ha sospeso tutte le assegnazioni di appalti per servizi legati all'hotspot, in attesa di chiarimenti dall'Autorità Nazionale Anticorruzione. Pretendiamo che la cittadinanza venga informata sull'evoluzione di questa vicenda: non si può permettere che qualcuno faccia affari sulla pelle di donne e uomini disperati.

Nei prossimi mesi Taranto sarà attraversata da grandi flussi di persone; se questi saranno gestiti come accaduto fino ad oggi, potremo assistere a pericolosi corti circuiti. In particolare, se non ci sarà un’adeguata risposta delle istituzioni ci troveremo a fronteggiare una crisi sociale innescata dall’impatto delle migrazioni su un territorio già stremato. Per evitare che ciò accada è necessario ridiscutere il modello hotspot. Le istituzioni locali devono porre al governo il problema dell’insostenibilità di quel modello, perché prevalga la soluzione più ragionevole: una programmazione dell’accoglienza su scala europea. L’unica opzione in grado di garantire un'accoglienza dignitosa e una convivenza solidale fra popolazioni residenti e immigrati.   


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