L’emigrazione italiana e la Ciociaria
Nella plurisecolare
vicenda della storia dell’Italia la emigrazione ne rappresenta l’evento più
terribile e traumatico e allo stesso tempo più glorioso e importante: si
calcola che negli anni a partire dalla seconda metà del 1800, circa
trenta milioni di italiani hanno abbandonato le loro terre: una cifra
spaventosa che nessun’altra nazione registra di siffatta
colossale entità! E’ quando ha scritto Michele Santulli,
docente universitario e studioso della ciociaria sul ‘Il Corriere Nazionale
– www.corrierepl.it,
Calcolando i successori e gli eredi di tutta questa umanità disperata ma
intrepida e coraggiosa, all’estero è presente, oggi, un’Italia numerosa una
volta e mezzo quella originaria! La nemesi altrettanto terribile e sconfortante
vuole che questi circa ottanta-novanta milioni di originari italiani sparsi in
tutto il pianeta, specie quelli in qualche modo sentimentalmente ancora
legati alle antiche radici, in questi ultimi anni sono obbligati a
costatare, con umiliazione e mortificazione, che l’Italia di oggi risulta
collocata ai primi posti nelle graduatorie internazionali per corruzione
e latrocini e privilegi ed inefficienza e agli ultimi per
investimenti nella cultura nella ricerca nell’arte. Un fallimento e una
distruzione di immagine imperdonabili.
E la Ciociaria nel
gigantesco fenomeno della migrazione occupa il primo posto. Infatti
tutto cominciò da qui, dalla Valcomino, inizialmente da alcuni paesini e loro
frazioni i cui nomi sono scritti, anzi dovrebbero essere scritti, a
caratteri cubitali nella storia nazionale della emigrazione:
Picinisco e le sue frazioni di San Gennaro, di San Giuseppe, di Immoglie, di
Serre; San Biagio Saracinisco, Vallerotonda e la sua frazione di Cardito nota
in tutto il mondo,Villalatina e le sue frazioni di Vallegrande e di
Agnone. Tutto è nato qui, tra queste montagne ai piedi del
Monte Meta, già nelle ultime decadi del 1700. Gli avamposti, sempre più numerosi,
anno dopo anno, fino a divenire un flusso continuo, furono dapprima i padri di
famiglia, poi i giovani ed adolescenti, armati dei loro strumenti: il piffero,
la zampogna, l’organetto, il cane ammaestrato, i più fortunati il pappagallo o
la scimmia, qualcuno anche con il povero orso marsicano e poi i
mestieranti: ombrellaio, vasaio, arrotino, impagliatore, calzolaio… tutta
questa umanità, disperata e affamata, abbandonò la propria patria ingrata, il
Regno di Napoli, e si riversò nello Stato Pontificio, uno stato straniero ma
sostanzialmente ricettivo: qui si disperse in tutto lo sconfinato latifondo
romano andando a procacciarsi di che sostentarsi perfino nelle mefitiche
e mortali Paludi Pontine, altri, migliaia, si insediarono a Roma medesima, altri
ancora prolungarono il loro cammino fino al di là delle Alpi e dopo mesi
di marcia, misero piede a Londra, in Scozia, poi a Parigi, a Berlino,
Duesseldorf…
Dalla Valcomino
la diaspora si estese ad altre località: gli abitanti di Terelle, per esempio,
un comune a circa mille metri di altitudine ai piedi del Monte Cairo, si
riversarono a Terracina in una zona al limitare delle Paludi e lì si
stanziarono: i loro successori sono ancora in molti nel medesimo luogo della
città. Particolari contingenze storiche del momento furono motivo dell’esodo
anche da altre località dello Stato Pontificio medesimo verso
la Ciociaria Pontina cioè da Boville Ernica all’epoca Bauco, da Monte S.Giovanni
Campano, da Veroli, da Ceccano, da Morolo, da Patrica, da Sora medesima…E uno
dei luoghi di destinazione di queste creature in cerca del proprio pane o
di migliori condizioni, fu una zona della città di Sezze e cioè la Valle
di Suso, particolarmente amena e fertile: in questa località già agli inizi
del 1800 si contavano circa tremila immigrati provenienti sia dallo Stato
Pontificio e sia dal Regno di Napoli: la semplice scorsa all’elenco telefonico
dei paesi e cittadine sui monti Lepini, Ausoni, Aurunci, anche di Terracina,
Anzio, Nettuno, Velletri, senza calcolare Roma città, darà una idea
incredibile di quanta e quale sia stata la entità di tali presenze dei
secoli precedenti! E quanto avviene a Suso di Sezze è specialmente degno di
attenzione: già ai primi anni del 1820, anni terribili in tutta la zona in
quanto infestata da pericolose bande di briganti, la Chiesa sentì la esigenza
di offrire a questa umanità sofferente e abbandonata la possibilità almeno del
conforto della pratica religiosa per cui il sensibile promotore di tale
iniziativa, più tardi papa Gregorio XVI, ordinò la costruzione di
una chiesa, la cosiddetta Chiesa Nuova, che ancora si leva nei
medesimi luoghi: doveva essere uno spettacolo unico vedersi levare una chiesa
in mezzo ad una distesa di centinaia di misere capanne a forma di cono.
Il valore simbolico ma soprattutto storico della Chiesa Nuova
è completamente sfuggito all’attenzione degli studiosi e degli esperti della
materia ma anche, e più semplicemente, delle istituzioni ciociare in generale:
in effetti ci troviamo di fronte al vero e fino ad oggi unico memoriale
della emigrazione italiana!
E’ senza dubbio alcuno
motivo di rammarico che lo Stato non si sia fatto fino ad oggi iniziatore
e promotore di un simulacro commemorativo della gigantesca diaspora di
italiani al di là delle Alpi e dell’Oceano, diaspora che, tra il
tanto altro, per anni ed anni è equivalsa ad una sensibile fetta di
prodotto interno lordo, grazie alle rimesse! Eppure, nulla e niente. E una parvenza,
a mio parere una parvenza, di museo nazionale dell’emigrazione si è registrata
solo un pugno di anni addietro, al Vittoriano di Roma: una parvenza
perché si fa iniziare il fenomeno migratorio solo dopo l’unità nazionale,
perché è da quegli anni che assunse progressivamente dimensioni imponenti tali
da spopolare mezza Italia, ma viene ignorata ed omessa la transumanza
umana di cento anni prima, vicenda che ha impresso ai luoghi interessati
marchi e tracce oggi più vivi che mai sia in Ciociaria e a Roma e sia nelle
località transalpine più sopra ricordate. Vano è stato ogni nostro tentativo
presso i responsabili di rivedere ed ampliare i contesti narrativi ed
esplicativi: a dirla ancora più semplicemente, il Museo Nazionale della
Emigrazione di Roma ignora o non conosce la Ciociaria: in effetti è dunque un
museo regionale! E la Chiesa Nuova di Suso di Sezze rappresenta
oggi, dunque, il solo simbolo commemorativo reale della emigrazione ciociara
prima, nazionale dopo.

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