Referendum Trivelle, vicenda più oscura del profondo mare e rapporti affaristici di Erasmo Venosi
La vicenda referendum trivelle cresce di tono e di
spessore caratterizzandosi sempre più come vicenda opaca che evidenzia rapporti
affaristici a danno dell’ambiente e del rispetto delle norme poste a presidio
della legalità.
Mi riferisco al fatto che quasi la metà delle concessioni
collegate a piattaforme di estrazione di gas e petroli sono sprovviste di
valutazione di impatto ambientale. Sprovviste quindi delle prescrizioni
all’esercizio e soprattutto del piano di monitoraggio che è lo strumento idoneo
a rendere compatibile l’estrazione con l’ecosistema.
La valutazione d’impatto ambientale è stata istituita con
la direttiva 337 di 31 anni fa ed è stata recepita in Italia nel 1986 con legge
349. A causa delle pressioni delle lobby di affari sul legislatore i decreti
attuativi per la Via videro la luce due anni dopo e comunque la legge di
recepimento escludeva alcune opere che la direttiva elencava. Ora l’affaire
idrocarburi si arricchisce di nuovi eventi più o meno collegati alle trivelle.
Emerge la potente lobby affaristica collegata alla nomina dell’autorità
portuale di Augusta per la gestione di siti di stoccaggio del petrolio, alla
legge navale da 5,4 mld di euro con connessi subappalti, allo sblocco delle
opere connesse a Templa Rossa riclassificate come opere strategiche e infine
alla gestione dello sminamento del poto di Napoli.
Un ulteriore inquietane elemento che non mi sembra sia
emerso sul piano mediatico, è l’accordo bilaterale segreto tra il Governo
italiano e quello maltese per la ricerca d’idrocarburi in cambio di rifugiati.
La notizia è stata resa pubblica da un sito finanziario statunitense che
riprende la risposta della Commissione UE all’interrogazione di un’europarlamentare
italiana, Elisabetta Gardini. Denuncia resa pubblica dal capo dell’opposizione
di Malta Busuttil. L’accordo segreto prevede la rinuncia di Malta ai diritti di
esplorazione su un’area offshore oggetto di “scontro” con l’Italia e in cambio
l’Italia si assume la quota di migranti recuperati in mare assegnati a Malta.
Scambio petrolio migranti? Lo scorso anno 142 mila persone sono partite
dalle coste nordafricane e solo 100 con destinazione Malta. Appena due anni
prima erano approdati a Malta più di 2 mila migranti.
Alcune settimane fa la Commissione ha risposto di “non
essere al corrente di alcun accordo bilaterale riguardo le operazioni di Search
and Rescue nel Mediterraneo”. L’affaire maltese è rilevante considerato che
nella zona di prospezione si stima un potenziale di 260 milioni di barili. Di ieri è invece la decisione del ministro
dell’ambiente del governo francese Segolene Royal di vietare da subito le
ricerche di idrocarburi nel Mediterraneo. Divieto che scatta da subito nelle
acque territoriali francesi. Il ministro chiederà l’estensione della moratoria
a tutto il Mediterraneo, nel quadro della Convenzione di Barcellona sulla
Protezione dell’Ambiente Marino e del Litorale Mediterraneo. Insomma un
ministro coerente con quanto discusso e sottoscritto nel mese di dicembre alla
21 Conferenza tra le Parti sui Cambiamenti Climatici.
Tornando al referendum appare necessario chiarire alcuni
aspetti e cifre terroristiche che probabilmente le varie combriccole spacciano
come informazione. Il referendum riguarda come noto il rinnovo delle concessioni
in scadenza entro le 12 miglia che sono 17 e inizieranno a scadere dal
2017. Queste concessioni hanno generato
lo scorso anno 1,21 mld di metri cubi di gas che rappresentano l’1,8% dei
consumi di gas 2015 ( 67 mld di metri cubi) e il 17,8 % della produzione
nazionale (6,77 mld di metri cubi comprensivo delle perdite (Fonte MISE- DGSAIE
, Direzione Generale per la Sicurezza
dell’Approvvigionamento e le Infrastrutture Strategiche
). Queste 17 concessioni in caso di
vittoria del “ si” non saranno più prorogate. Si osserva che il massimo di
produzione (picco di estrazione geologico) si è avuto per queste concessioni
che potrebbero essere colpite dagli esiti del referendum nel 1998 e che di
queste una produce il 45% del gas estratto. Le concessioni che riguardano il
petrolio entro le 12 miglia e ancora non scadute sono 4 con produzione pari a
500 mila tonnellate che corrispondono a circa 5 milioni di barili.
Se vincono quindi i “si” la perdita di produzione di gas
sarà pari a 1,21 mld di mc ed economica per circa 170 milioni di dollari (valutato
il gas a 5 dollari per Mbtu ) e per il petrolio 258 milioni di dollari (barile
valutato a 50 $) . Sull’occupazione dopo che nel settore delle rinnovabili gli
ultimi tre governi, hanno distrutto almeno 25 mila posti di lavoro non si può
strumentalmente usare questo argomento senza essere tacciati di cinismo sociale. Un superesperto come il prof Leonardo Maugeri ha ricordato che il settore dell’estrazione
d’idrocarburi è ad alata intensità di capitale e a bassa intensità di lavoro e
quindi impiega un numero basso di persone supespecializzate. A fronte di questi
effetti tutto sommato marginali intermini sociali si contrappone negativamente
l’assenza di garanzie bancarie o il versamento di un escrow account temporaneo
per eventuali danni ambientali prodotti. Incredibile che nessuno sia
intervenuto sulla concessione alla Petroceltic che ha disponibilità finanziarie
per 25 mln di dollari e debiti per 218 mln (Maugeri).
Chi paga il conto se succede un disastro nella
prospezione? Un’ultima osservazione sulle concessioni entro le 12 miglia e che riguarda i 39 impianti (piattaforme ) su 88
che non producono nulla (8 non operative e
31 classificate” non eroganti”.
Sono piattaforme da smantellare e praticare il ripristino del sito con
costosi esborsi e per questo si preferisce chiedere la proroga della
concessione? Infine la capacità delle infrastrutture d’importazione italiana
è oggi così ripartita: a) due gasdotti via terra: il Tag e il Tenp che
trasportano gas dalla Siberia, il primo, e dal Mar del Nord, il secondo per una
capacità complessiva di 57,8 miliardi di mc/anno; b) due gasdotti via mare: il
TransMed e il Greenstream, che convogliano gas rispettivamente dall’Algeria e
dalla Libia con capacità cumulata di 44 miliardi di mc/a; c) tre rigassificatori, rispettivamente a Panigaglia
,Rovigo e Porto Empedocle per un totale
di 19,5 miliardi di mc/a). La capacità totale è oggi di 121,3 miliardi di mc/a.
A queste infrastrutture dovrebbero aggiungersi il gasdotto Galsi
(Algeria-Sardegna-Italia, capacità 8 miliardi di mc/a) e il collegamento Sud, il Tap che, passando per l’Albania,
collegherebbe Puglia e Grecia (capacità 10 miliardi di mc/a ; più 10).
Considerando solo quelli che hanno ricevuto parere favorevole in fase
d’istruttoria Via, ci sarebbero almeno altri tre rigassificatori, per
complessivi altri 24 miliardi di mc/a.
Tutte queste nuove infrastrutture porterebbero la
capacità d’importazione dell’Italia, a un totale di 163/173. miliardi di mc/a.
In sostanza realizzando tutta la capacità d’importazione autorizzata avremmo
145 miliardi di mc/a e con le autorizzazioni Galsi e Tap si arriverebbe a
163/173. In uno scenario prodotto da Enea, il fabbisogno di gas (importazioni
nette più produzione interna), per l’Italia è stimato pari a 86,2 miliardi di
metri cubi nel 2020 e 91,9 miliardi nel 2030. Scenario ottimistico rispetto ai
dati di domanda contenuti nel “Piano Decennale di Sviluppo delle Reti di
Trasporto di Gas Naturale 2015/2024”. di Snam Rete Gas . Eccedenza oggi
rispetto alla domanda interna di gas al 2020 di 35 mld di mc /a rispetto, a quanto già autorizzato . La realizzazione
del Tap, del Gasli e dei tre rigassificatori determinerebbero rispetto al 2020
una eccedenza di gas pari a 77 mld di mc.. Nel 2014 le importazioni di gas sono
state di 55,35 mld d mc. Italia hub del
gas per l’Europa per la gioia di Eni ed Edison ? Un’Eni per un terzo dello
Stato e una Edison completamente del monopolista francese Edf ? I guadagni per
i cittadini? Nulla considerato il costo dell’energia in Italia e la misera
percentuale del 7% di royalties versata dai concessionari allo Stato!

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