Si presenta “Le date del mare non finiscono” a Pulsano


Giovedì 14 aprile, la Libreria Mandacurù, in Via Roma #45 a Pulsano (TA), ospita, a partire dalle ore 18.00, la presentazione del romanzo edito da Scorpione “Le date del mare non finiscono”, opera postuma di Salvatore De Rosa (attivista socio-politico sin dagli anni ’70, tra i militanti a Genova durante il G8 del 2001), finalista al Premio Letterario Nazionale Città di Taranto 2015.
Le letture delle pagine più significative sono affidate a Daniela Delle Grottaglie e Luigi Pignatelli (in sostituzione di Giovanni Di Lonardo). Giancarlo Girardi, curatore dell’opera, dialogherà con Rosanna De Rosa, sorella dell’autore (scomparso prematuramente nel 2012 per i postumi di un incidente domestico) e prefatrice dell’opera, e con Silvana Pasanisi.
La partecipazione è libera e gratuita.


A seguire, alcuni passaggi tratti dalla recensione di Giancarlo Girardi.
“Le date, alle quali Salvatore De rosa lega le sue riflessioni e stati d’animo, rappresentano la cronologia del suo corpo e della sua anima. Il titolo che lui avrebbe dato, qualora avesse raccolto tutti i suoi scritti in questa “agenda del mare”, è quello che oggi leggiamo: “Le date del mare non finiscono”. Rappresentano il suo rapporto intimo con il mare “perché la terra non mi dà emozioni pari a quelle che mi dà il mare” come egli affermerà successivamente.
Un percorso in cui scopre che: “Saper nuotare è una qualità dell’anima, un completamento importante per il carattere”. È nel mare che Salvatore trova anche la forza di combattere la sua battaglia sociale, quella che lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza, oltre quelle inevitabili che la vita riserva ad ognuno di noi. Sente il piacere del mare che è per lui “donna”, “femmina che lo accarezza e seduce”, che “lava i pensieri e semplifica le cose”, anche se in certi momenti sembra avere un “alito pesante, disperante, come quello che si leva dall’acqua corrotta” che circonda la nostra città. Racconta la sua voglia di conoscere nel suo peregrinare sulla costa e nel mare del Salento, poi della Sardegna, successivamente della Toscana, Liguria, Ostuni, Bari vecchia, la costa Normanna con Le Havre. Posti bellissimi, ma è Saturo che ha nel cuore, da lui tanto frequentato in vita, il luogo reso sacro prima ai Greci e successivamente sito di una villa romana, tanto sontuosa da apparire “arrogante”, con i suoi mosaici sopravvissuti quasi duemila anni prima di essere rimossi e conservati. Poi luogo di una torre antisaracena e nell’ultimo secolo di una casamatta militare, sui cui fianchi ancora oggi si leggono frasi scolorite dal tempo e promesse d’amore per le quali egli afferma: “Mi viene da supporre che quella torre possa aver agevolato più sogni agli innamorati di quanti abbia guastati ai saraceni”. Taranto Vecchia per cui si chiede se oggi “l’Isola non sembra avere più rabbia; pare come se aspetti una fine per vecchiaia” o sarà per lei, si chiede, necessario che “per rinascere deve prima morire?”. O la sensazione che lui prova quando “al risveglio sente di trovarsi in fondo alla Penisola, in fondo alla Storia, in fondo ad un disastro ecologico e culturale che continua”. Della città vecchia afferma: “Il tempo le scava le rughe, tragiche sino ai crolli, dipinge alcuni muri con tinte calde di autunno ed il legno, meno paziente della pietra, cede e scompare negli esterni, lasciando orbite vuote al posto degli infissi che, con l’ulteriore trascorrere del tempo, a volte si rallegrano di vegetale vivo.”. Il suo è un viaggio attraverso anche “sedimenti” letterari del pensiero di importanti poeti e scrittori che hanno parlato della nostra città e decantato la sua bellezza e che ispirano un suo percorso immaginario, il quale parte dal luogo antico dov’è l’attuale città moderna verso quella sacra ai greci, l’attuale isola. Con parole di straordinaria bellezza egli si augura che altri possano frequentare quel luogo della mente allo stesso modo. Nell’agosto 2006 la morte del padre e prima ancora quella della madre lo mettono a dura prova. Per otto giorni la sua storia si sospende nel tempo di “un lutto lento come il gocciolare dell’umido di una grotta”. Il nono giorno è il mare che gli si offre per riprendere il suo sogno e rigenerarsi insieme alla realtà del suo ritorno alla vita normale ed il trasferimento, allora, in una nuova abitazione della città “più vicina al mare”. Parla della moria di migranti avvenuta nel segno della “disumanità del lavoro che comincia dal mare”, che non potrà mai definirsi cimitero per questo. Il 4 settembre 2010 termina un quadro ad olio, il più importante della sua vita, il paesaggio della copertina del suo libro. Sembra voler finire le sue date con la riflessione del sito a lui, forse, più caro: Taranto Vecchia, il luogo di asperrime battaglie, “prua della nave Occidente, che si spopola e crolla”, mentre a vecchie divisioni nella città si prospettano nuove determinate dal come “distribuirsi la morte tra l’inquinamento che uccide, il lavoro in fabbrica pure, la disoccupazione può farlo”.

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