Omotransfobia, Arcigay presenta il report: “In Italia è ancora un fenomeno letale”
Centoquattro
avvenimenti riportati in dodici mesi dai mass media. Ci sono anche due suicidi e
due omicidi.
Ci
sono 104 episodi di omotransfobia nel report stilato da Arcigay in occasione
della Giornata Internazionale contro Omofobia, Transfobia e Bifobia, che si
celebra il 17 maggio in tutto il mondo.
Il
report si basa sul monitoraggio delle fonti giornalistiche e riporta unicamente
avvenimenti segnalati sui mass media nel periodo intercorso tra il 17 maggio
2015 e il 16 maggio 2016. Il numero degli eventi intercettati, perciò,
rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno quotidiano, martellante:
riportiamo solo gli episodi denunciati, in cui è evidente il movente
omotransfobico e che hanno superato il filtro della notiziabilità. Ciò significa
che questo report fotografa solo la parte visibile, se non addirittura evidente
del fenomeno. C’è sicuramente tantissima omotransfobia che sfugge allo sguardo
di questo monitoraggio e che rende il dato numerico, in quanto solo
proporzionalmente indicativo, decisamente preoccupante.
“Abbiamo
scelto di raccontare un anno di omotransfobia – spiega Gabriele Piazzoni,
segretario nazionale di Arcigay – lasciando a questo racconto la sua dimensione
qualitativa, affinché non fosse solo chiaro il numero delle discriminazioni e
delle violenze che le persone lgbt hanno subito nel nostro Paese, ma perché si
cogliesse anche il modo tremendo, umiliante, spesso inaspettato, in cui queste
violenze si producono ed esplodono. Nel nostro report ci sono fatti molto
diversi tra loro, al punto che alcuni non sembrano quasi avere nulla a che fare
con altri: lo abbiamo fatto appositamente per sottolineare da un lato la
molteplicità di maschere che l’omotransfobia indossa per manifestarsi,
dall’altro per rendere evidente il filo rosso di odio e intolleranza che lega
assieme tutti questi avvenimenti. Quello che ci lasciamo alle spalle non è un
anno qualunque: durante gli ultimi dodici mesi il Parlamento e il Paese hanno
attraversato in maniera profonda il dibattito sulle unioni tra persone dello
stesso sesso, fino all’approvazione di una legge appena una settimana fa. La
radicalizzazione di questo dibattito è sicuramente una delle chiavi di lettura
che bisogna tener presenti nel leggere il rapporto, quantomeno per l’analoga
esperienza che gli attivisti e le attiviste lgbti dei Paesi che si sono già
dotati di quella legge da anni riportano. Ma questo non è un alibi, semmai è
un’aggravante: è compito dello Stato intercettare e affrontare l’ondata di
ostilità che le persone lgbti in Italia stanno subendo quasi fosse il prezzo del
riconoscimento di un diritto. Va detto, inoltre, che abbiamo scelto di non
riportare in questa fotografia alcuni aspetti di questa radicalizzazione, che
avrebbero fatto esplodere le cifre: non abbiamo quindi menzionato la discesa in
campo delle Sentinelle in Piedi, i Family Day, i sedicenti terapeuti che
promettono di “guarire” l’omosessualità, le campagne dei fanatici del “no
gender” e nemmeno le mostruosità emerse durante il dibattito parlamentare.
Abbiamo scelto, insomma, di raccontare l’omotransfobia al netto delle sue
manifestazioni più ricorrenti e metodiche. Una scelta di metodo, naturalmente,
ma non di merito: per noi non esiste alcun dubbio che anche in quei casi – anzi:
in quei casi senza alcun dubbio – si tratti di omotransfobia. Fatte tutte queste
premesse è il caso di fare alcune considerazioni sul ritratto che il report
traccia: innanzitutto di omofobia e transfobia in Italia si muore ancora, lo
testimoniano i due omicidi e i due suicidi che compaiono nel rapporto,assieme a
tutti gli altri sommersi, invisibili. Non solo: le persone lgbti sono
socialmente fragili, esposte a pericoli peculiari della loro condizione. Le
persone omosessuali e transessuali sono bersagli privilegiati di rapine,
pestaggi, stupri. Inoltre, gay e lesbiche quando non visibili (cioè quando
indotte dall’omofobia ambientale a nascondere il proprio orientamento sessuale)
diventano bersagli di ricatti ed estorsioni. E, come le persone trans, sono di
frequente fatte oggetto di derisione, di insulti, di limitazioni alle libertà
personali, di discriminazioni, di bullismo a scuola, di mobbing sul lavoro. Non
esiste, poi, un identikit dell’omofobo: nel nostro report ci sono omofobi
appartenenti alla classe dirigente, politici, funzionari pubblici, commercianti,
studenti e studentesse, padri e madri di famiglia. Sono italiani o stranieri,
indistintamente. E soprattutto sono giovani (talvolta anche giovanissimi) o
vecchi. L’omofobia, insomma, non ha età, ruolo sociale, provenienza geografica,
estrazione economica o culturale. È ovunque e colpisce le persone lgbti
indistintamente, da sole, in coppia o in gruppo, nei luoghi affollati e in
quelli isolati, di notte o in pieno sole. È un ritratto desolate insomma, nel
quale ogni pennellata rappresenta un rischio di marginalizzazione e
autoesclusione, se non addirittura un pericolo, per tutte le persone omosessuali
e trans. Ed è un ritratto che va lasciato aperto, perché è nella contaminazione
con tutte le altre forme di discriminazione (per provenienza geografica, censo,
genere, credo politico o religioso, età, aspetto fisico) che se ne intravede il
peso e la drammaticità. Servono leggi, sicuramente. La prima è quella contro
l’omotransfobia, che da decenni chiediamo, in vigore in tantissimi Paesi
d’Europa e del mondo e che giace immobile da oltre 300 giorni alla Commissione
Giustizia del Senato. Ma servono anche azioni culturali e di welfare, per
sgretolare il pregiudizio e sostenere le persone fatte bersaglio dei crimini e
delle parole d’odio. Non solo a Roma, quindi, ma in tutti i luoghi istituzionali
del nostro Stato va aperta una discussione seria e concreta sulle azioni che è
necessario mettere in campo. Questo è l’auspicio che rinnoviamo in occasione
della Giornata Internazionale contro l’Omotransfobia e che consegniamo alle
istituzioni, assieme al pensiero per tutte quelle vittime, soprattutto per
quelle che non ci sono più, che hanno atteso invano fino oggi che l’Italia
cambiasse, migliorasse. A loro dobbiamo tenacia, fiducia ed efficacia. Anche per
loro dobbiamo trasformare l’Italia in un Paese migliore”, conclude
Piazzoni.
In
occasione della Giornata Internazionale contro l’Omotransfobia 2016, Arcigay ha
promosso una campagna di comunicazione con quattro immagini rappresentanti
altrettante persone lgbti provenienti da Paesi in cui esiste un legge che
persegue e sanziona l’omotransfobia. Le quattro immagini sono state riprodotte
in banner per i canali web e i social network e in cartoline e locandine in
distribuzione nelle 53 città italiane in cui Arcigay è presente. Sui banner e
sui materiali stampati le immagini sono accompagnate dallo slogano “L’omofobia,
la bifobia e la transfobia non sono un’opinione”.


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