Taranto - Gianni Liviano e il suo ultimo libro tutto sull'amore che diventa confronto col bene comune
Resoconto incontro di presentazione presso la Città che Vogliamo
“La gente ama sentirsi folla, io ti auguro di essere
uomo” o, ancora, “Perdonare è facile, più’ difficile è dimenticare perché
questo non ci appartiene”. Pillole di saggezza che danno il senso di quanto
contenuto in “Del nostro meglio - Lettera a un figlio” (Radici future edizioni,
12 euro), ultima fatica letteraria di Gianni Liviano, solide esperienze nel
sociale e in politica - attualmente è consigliere regionale e consigliere
comunale a Taranto.
Centosessanta pagine da leggere tutte d’un fiato nelle
quali verbi come amare e educare si intrecciano fino a diventare un tutt’uno.
“L’amore - ha spiegato lo stesso autore nel corso della presentazione del suo
libro, avvenuta in due tempi: martedì scorso al Salone di rappresentanza della
Provincia di Taranto; venerdì 10 nella sede dell’associazione Le città che
vogliamo - non può essere chiuso all’interno di se stessi, non è mai esperienza
intimistica e individualista”. Al contrario perchè, ha aggiunto Liviano, quando l’amore è vero “apre le porte del
cuore e di casa, fa risvegliare le passioni, fa vedere i volti, fa ascoltare
con attenzione le voci e mette in relazione le persone”.
A confrontarsi con l’autore sono stati, martedì sera,
l’avvocato Cesare Paradiso, don Antonio Panico,
vicario episcopale per le Problematiche sociali e la salvaguardia del
Creato, il prof.Fabio Mancini, docente e pedagogo; venerdì sera, invece, è
toccato a don Luigi Pellegrino, Giovanni Guarino, operatore culturale, e
Massimo Calò, vicepresidente dell’associazione Le città che vogliamo.
“Leggendo il libro - ha spiegato nel suo intervento
l’avv. Paradiso - mi sono reso conto che il titolo della canzone di Niccolò
Fabi, Ha perso la città, potesse attagliarsi benissimo al lavoro dell’amico
Gianni Liviano. Andando, poi, al cuore dei contenuti mi sono reso conto di come
questo scritto dia il senso del plurale all’interno di un contesto che è, al
tempo stesso, diaristico ed epistolare, dove il personaggio centrale è il
figlio e nel quale ritorna molto la parola amore scritta sempre con la a maiuscola.
Non manca, poi, - ha concluso Paradiso - la parte in cui Liviano racconta
l’incontro con la politica che definisce, prendendo in prestito le parole di
don Tonino Bello, arte nobile e difficile. Politica che, però, inciampa quando
crede che debba essere concentrata in poche mani mentre, al contrario, l’idea
di politica che ha Liviano, e che nel libro cerca di insegnare al figlio, e
quella di una politica che sia plurale”.
Passione e sogno, questi i binari lungo i quali corre la
narrazione fino ad incontrarsi con la riflessione valoriale di chi intende
metterci la faccia al servizio del bene comune, unico costruttore di bellezza e
felicità.
Un libro, ha successivamente spiegato il prof. Fabio
Mancini, dove emerge chiaro come “l’educazione è si per sè amore. Un percorso
che segna un chiarimento concettuale dei verbi amare (inteso come possedere,
amare gli amici, con accezione donativa) e educare (allevare, sostenere). Se
non abbiamo nulla da dare - ha aggiunto Mancini - l’educazione si inficia.
Insomma, nel libro emerge l’aspetto dell’educazione come costruzione di una
comunità educante. Si diventa educatori e formatori nel momento in cui si
accompagna qualcuno in un percorso di crescita”.
Un taglio piu’ legato alla dimensione religiosa e
teologica del libro ha dato don Antonio Panico. “Liviano - ha spiegato il
vicario episcoplae - utilizza l’escamotage di Dio e della relazione che con
esso ha. In Del nostro meglio c’è un testo piu’ profondo rispetto al suo ultimo
lavoro (Volevo fare il sindaco, ndc), dal quale emerge come la radicalità
evangelica può arrivare a sposarsi con l’impegno politico. E sul versante
dell’impegno poliico - ha concluso don Antonio Panico - se c’è un nemico che
Gianni ha voluto combattere questo è stato l’egoismo. C’è chi preferisce le
poltrone e un ruolo ma poi perde identità rispetto a chi, invece, si mette in
gioco. Scelte difficili che, però, vanno condivise con i compagni di strada. E
qui ritorna lo slogan “Diamoci del noi” da Gianni utilizzato in campagna
elettorale. Condividere pienamente senza retropensieri perchè è dolorosissimo
essere da soli quando si è insieme”.
Un libro a tutto tondo, quello di Liviano, che “al
momento esperenziale alterna quello dell’insegnamento, che invita alla ricerca
della felicità e che, pur parlando di amore, parola utilizzata piu’ di cento
volte, sottolinea come amare non è un’arte facile”, ha sottolineato invece
Massimo Calò, vicepresidente dell’associazione Le città che vogliamo,
intervenuto insieme a Giovanni Guarino, operatore culturale, e don Luigi
Pellegrino, nella seconda serata di presentazione del libro. E proprio Giovanni
Guarino ha fatto presente, nel ricordare come avvenuto l’incontro con Gianni
Liviano, suo grande amico oltre esserne stato testimone di nozze, come “nel
‘92, con la sua associazione Le Sentinelle, già attuavamo quello che oggi si
chiama alterità: farsi altro e non sostituirsi all’altro”.
Di “sforzo di re-cuperazione” ovvero di “recupero del
passato per portarlo ai giorni d’oggi”, ha parlato don Luigi Pellegrino, che ha
sottolineato come “quello che ci capita, non ci capita, lo viviamo” prima di
evidenziare i quattro punti chiave del libro: “interpretazione, dare senso ai
fatti, connessione, azione. Quello che troviamo nel libro - ha poi concluso - è
il recupero del valore del racconto e dell’ascolto. Come in una favola per
adulti, che fa piacere ascoltare”.


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