All'Ipercoop Mongolfiera per parlare di Alzheimer

 


Una giornata all’Ipercoop, tra le compere di un sabato di dicembre 2025, allestiamo lo spazio per divulgare la presenza di una "Casa dei ricordi" per l’Alzheimer.

Angela, la volontaria, diffonde con garbo e gentilezza il volantino, mi dice: “la maggior parte mi ringrazia, comprendono il messaggio, altri invece si allontanano frettolosamente dicendo - non abbiamo quella malattia -”

Per anni l’Alzheimer è stata una malattia infame da nascondere: ricordo un coriaceo comunista come il famoso Peppone di Guareschi, segretario di una sezione di quartiere. Scomparso da anni dalla vita pubblica un giorno incontrai il figlio che mi disse che l’avevano segretato in casa per l’Alzheimer. La perdita dei ricordi creava una vergogna da occultare.

Sin dal mattino e poi nel pomeriggio, l’affluenza all’ipermercato è modesta; non noto persone particolarmente felici, piuttosto tutti appaiono un po’ di fretta e vanno solo per acquistare qualcosa di essenziale. In questo ambiente si percepisce la sensazione di crisi tarantina. Una donna si avvicina, raccontando di avere problemi con la cognata: “è una bella donna giovane, non capisco come mai”. Poi si allontana, prende un volantino e lo piega come fosse una ricetta. Più tardi, un signore chiama dicendo che verrà in sede con il padre durante la settimana.

Sante, Cavaliere di Malta, offre il volantino invitando a leggerlo con attenzione perché importante. Mi racconta della sua associazione: “Io ho sposato il CISOM”. Il suo volontariato si riflette nelle stellette che indossa, simbolo dei suoi impegni sociali. Da cronista, considero questo un aspetto significativo della giornata.

Bisogna liberarsi dagli orpelli della paura, va creata una comunità libera da pregiudizi e stereotipi. Ne è convinta Daniela che mi dice: “a marzo creiamo un evento pubblico con medici? Sarebbe bello parlare del ruolo del medico di famiglia, che possa da prima cogliere i segni della malattia e offrire percorsi che sono prima sociali che sanitari”

Davvero il primo stadio può essere questo, il medico di base è più vicino alla famiglia, può essere l’approdo che squarci il velo della disperazione e crei più serenità, le associazioni assolvono questo ruolo.

In serata finisce l’evento, colgo un nostro amico che parla mi avvicino e filmo i suoi gesti mentre lo ascolto. Ecco anche questo modo pacato di far parlare, qualunque cosa dicano è importante perché si sentano partecipi, in famiglia, rendere normale l’anormale. Con dolcezza, con affetto, con amicizia. Un cocktail di serenità che assumiamo andando via. Come sempre.

Roberto De Giorgi

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