Taranto - Il weekend di Hermes Academy tra cineforum LGBT e differenze
Sabato 12 e
domenica 13 marzo Luigi Pignatelli, presidente dell’Associazione Culturale
Hermes Academy Onlus, cellula provinciale Arcigay Taranto, sarà a Bari, assieme
ad alcuni componenti del direttivo, per prendere parte al corso di formazione
promosso da Arcigay. Ciononostante, le attività associative non subiscono
rallentamenti.
XXVII Villaggio
delle Differenze
Sabato 12 marzo, come è ormai consuetudine da diversi mesi,
torna, con la XXVII edizione, “Il Villaggio delle Differenze”, patrocinato
moralmente, sin dalla prima edizione del 16 e 17 maggio 2015, da Comune di
Taranto e Ufficio Provinciale della Consigliera di Parità. Dalle ore 10.30 alle ore 12.30 e
dalle ore 17.30 alle ore 20.30, come ogni sabato, Piazza Giordano Bruno (più nota come Piazza
Maria Immacolata) si tinge dei colori dell’arcobaleno e diviene
scenario di diversi momenti di aggregazione intergenerazionale, tesi alla
diffusione della cultura delle differenze, con improvvisazioni di arti
sceniche, estemporanee di scrittura creativa, letture drammatizzate di favole
sulla diversità per grandi e piccini, al fine di raccontare ad ascoltare il sé
e l’altro da sé e condividere occasioni di confronto in una maniera sana,
divertente e formativa con amici di ogni età. Attivisti, artisti, soci e
simpatizzanti portano in piazza le campagne #LoStessoSì (per il matrimonio
egualitario), #FigliSenzaDiritti (promossa da Famiglie Arcobaleno),
#SvegliatItalia, #DirittiAllaMeta e la campagna di prevenzione, verso giovani e
meno giovani, a malattie a trasmissione sessuale, a fenomeni di
omo-trans-bifobia, xenofobia, violenza di genere e cyber bullismo.
Carol al Cineforum LGBT
Domenica 13 marzo,
l’Associazione Culturale Hermes Academy Onlus, cellula provinciale Arcigay
Taranto, invita i proprio soci presso la sede in Via Pupino #90, all’interno della quale, per il ciclo Cineforum
LGBT, a partire dalle ore 21.00
verrà proposto “Carol”, film del 2015 diretto da Todd Haynes, prodotto da una sceneggiatura di Phyllis
Nagy basata sul romanzo The
price of salt (conosciuto anche come Carol)
della scrittrice americana Patricia
Highsmith. Il film è interpretato da Cate
Blanchett, Rooney Mara, Sarah
Paulson e Kyle
Chandler. Ambientato nella New York del 1952, il film segue la storia di una
giovane aspirante fotografa, Therese Belivet, e il suo rapporto con un’incantevole donna, Carol
Aird, alle prese con un difficile divorzio.
A
seguire, la recensione di Marzia Gandolfi. New
York, 1952. Therese Belivet è una giovane donna impiegata in un grande
magazzino di Manhattan. Richard vorrebbe sposarla, Dannie vorrebbe baciarla ma
lei ha occhi solo per Carol, una cliente distinta, rapita da un trenino
elettrico e dal suo interesse. Un guanto dimenticato e un trenino acquistato
dopo, Carol e Therese siedono affamate in un café. Carol ha un marito da cui vuole divorziare
e una bambina che vuole allevare, Therese un pretendente incalzante e un
portfolio da realizzare. Sole dentro il rigido inverno newyorkese e congelate
dalle rigorose convenzioni dell’epoca,
Carol e Therese viaggiano verso Ovest e una nuova frontiera, che le scopre
appassionate e innamorate. Nell’America
della Guerra Fredda, che considerava l’omosessualità come un disturbo sociopatico della personalità, Carol e
Therese sfideranno i giudizi morali e scioglieranno l’'inverno nel cuore. Erede della bellezza artificiale di Douglas Sirk, Todd Haynes guadagna ai suoi
melodrammi una dimensione (socio)politica, svolgendo temi che all’'epoca di Sirk non potevano essere trattati
direttamente. L’omosessualità,
latente nel cinema dell’autore
tedesco, emerge sulla superficie splendente del cinema di Haynes che come Sirk
confida (sempre) in un personaggio femminile. Quello del titolo, interpretato
da Cate Blanchett, e quello sottaciuto dal titolo ma rivelato dal film,
incarnato da Rooney Mara. Incontrate a New York e a un passo dal Natale del
1952, Carol e Therese sono costrette a incarnare l’immagine perfetta di un sistema di valori.
Nondimeno, contro la dittatura della società americana e della cultura
domestica degli anni Cinquanta, cercano irriducibili l’affrancamento e l’amore. Ma i sentimenti, come i colori, in un
melodramma non sono mai cosa semplice, è sempre una questione di caldo e di
freddo che interagiscono in ogni immagine traducendo la complessità emozionale
e le ambivalenze di una storia d’amore (im)possibile. Come Viale del tramonto, citato e fruito in Carol, la vicenda sentimentale è svolta dal lungo flashback di Therese,
diventando un omaggio sentito al cinema del passato. Ma Carol è altro e oltre, è un melodramma intimo, che
scorre quasi interamente di dentro, si nasconde dietro ai volti e in un segreto
che non può essere detto. Perché fuori piove un mondo freddo a cui Haynes fa sottile allusione,
scegliendo di nuovo la maniera di Sirk e sigillando ermeticamente le
protagoniste. Tutto è claustrofobico in Carol, non ci sono (quasi) radio o televisioni a dire del mondo e dov’è il mondo, Haynes ammette solo film da
guardare, dischi da (ri)ascoltare, fotografie da sviluppare. Da convenzione del
genere, ciascun personaggio è definito dal luogo che occupa e in quel luogo è
confinato, Carol nella sua grande villa di mattoni di un sobborgo benestante,
Therese nel suo piccolo appartamento in città, come se le protagoniste non
avessero altra vita che quella accordata dal posto che abitano.
In questo
contesto, la trasgressione dello spazio, il viaggio delle due donne verso
Ovest, produce il dramma e precipita il film. Quello che cercano lontano dal paradiso è un luogo che non gli è permesso, un punto
di vista più comprensivo, una società che consideri tutte le eterogeneità e
tutte le differenze. Ancora una volta, Todd Haynes mette in scena una relazione sentimentale
contraria alla (buona) morale e sviluppata su due piani. Piani sociali, perché
Carol appartiene alla borghesia e Therese al popolo, piani di genere, perché l’uomo ha una scelta che alla donna è negata.
Dentro questa sorte e dentro questo scarto il dolore prende forma. Carol,
considerata madre indegna da una clausola morale, deve rinunciare alla custodia
della figlia, sopportando l’umiliazione
di controlli medici che inibiscano la sua omosessualità. Specchio ideale di
questo sordo tormento è il volto di Cate Blanchett, che sotto la pelle diafana
lascia indovinare il desiderio divorante per Therese. Lauren
Bacall, Cate Blanchett si fa carico del suo sguardo blu e glaciale,
che costringe ad abbassare gli occhi incrociandolo o a esistere.
Concentrato sul suo sembiante tutto il glamour del mondo, la sua Carol fa brillare la
Therese di Rooney Mara, derivata dall’Arianna di Audrey
Hepburn e invaghita
di una donna più grande di lei. Creatura celeste e acerba, Rooney Mara esprime
magnificamente una fisionomia dove tutto è sotto controllo, un'espressività
minima per nascondersi e restare ben educate in superficie. Sotto lo sguardo
caustico della Blanchett e quello sensibile di Haynes, la sua silhouette si
affina e il suo personaggio si schiude, rivelando un mistero che propone un
senso senza imporlo. Diversamente da Lontano dal paradiso e il suo quadro di vita idealmente
immobile, Carol accende cuore e motore, avanzando contro le
apparenze e lungo un’America
che l’autore non esita a
mostrare quietamente crudele, puritana, razzista e assediata dalla fobia di
tutto quello che è diverso. Le cose sono naturalmente cambiate dagli anni Cinquanta ma Haynes è
interessato a quello che non cambia mai. Sotto la perfezione, la bellezza tirannica e
le mode che diventano codici oppressivi, indaga e smaschera l’orrore
del sistema, riconfermando la poetica (e l’estetica) del suo cinema in un gesto: la mano sulla spalla. Quella che
Cathy allunga sulla spalla di Raymond (Lontano dal paradiso),
quella che Carol indugia su quella di Therese. Una dichiarazione totale in un
mondo di apparenze, ricreato da un grande stilista che detesta la frivolezza e
va dritto al cuore della commedia sociale.





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