Elezioni 2027: tra nostalgie naziste e degrado morale

 


Il fenomeno Vannacci, pur destinato probabilmente a restare una meteora della destra più destra, contribuirà senza dubbio ad alimentare un clima euforico di scontro e veleno, simile a quello che favorì la vittoria del No al referendum costituzionale.

La “remigrazione”, cavallo di battaglia degli oltranzisti vannacciani, è un concetto privo di fondamento giuridico e carico di pulsioni xenofobe, in linea con le derive etniche della politica MAGA di Donald Trump.

Come accadde per il “blocco navale”, slogan ricorrente della Meloni nella sua scalata a Palazzo Chigi, anche la “remigrazione” finirà per scontrarsi con il muro della Costituzione e delle norme europee.

Sarà una brutta campagna elettorale dove il palcoscenico vede l’assenza del centrosinistra che diventa titolo in terza pagina e che rischia di vincere grazie a Vannacci.

 

di Alessadro Trocino (Corriere della Sera) 

Ascoltando le parole di Roberto Vannacci, viene in mente una frase di Bertolt Brecht: «Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati».

Naturalmente è un’oscenità accostare il grande drammaturgo tedesco costretto all’esilio dall’avvento di Hitler a un generale in pensione che straparla cercando scandalo e consensi. Così come è osceno l’uso di «Futura» di Lucio Dalla nel congresso di Futuro nazionale. Però ci consente di provare a capire la logica politica delle ultime uscite vannacciane.

La feccia

Il generale della Folgore si è davvero messo in testa di rappresentare quelli che negli ultimi decenni sono stati dalla parte del torto (non perché considerati tali da una società ipocrita e ingiusta, come nel caso di Brecht). Non a caso l’altro giorno ha detto: «Vorranno dimostrare che noi tutti siamo la feccia, lo scarto. Voglio tranquillizzarli: noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento abbiamo la sporca dozzina, fuori ci siamo noi, i figli di nessuno, contenti e fieri, fierissimi, di esserlo». Poi cita Fabrizio De André, con un’altra appropriazione particolarmente indebita: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». È chiara la postura vittimistica e prometeica. Voi ci considerate feccia, la sentina dell’umanità, e noi eroicamente assumiamo su di noi quest’accusa. Viene in mente un’altra frase, pronunciata in Parlamento: «Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere». È il rovesciamento simbolico e retorico del discorso di Benito Mussolini dopo l’omicidio Matteotti. Suggestioni, non paragoni: per fortuna Vannacci non è Mussolini. Ma il vittimismo eroico è una costante delle destre populiste. Giorgia Meloni ha alimentato il mito dell’underdog e ha costruito le sue fortune anche sulla marginalizzazione del Movimento Sociale e della destra post fascista, per molti anni esclusa dall’arco parlamentare. Il riscatto, insieme al risentimento per i presunti torti subiti, sono un’arma potente. E Vannacci la agita per motivare quella parte del popolo di destra che il movimento di lotta per il superamento delle diseguaglianze ha messo nell’angolo.

«Io sono un maschio» e le tre destre

Vannacci potrebbe urlare, con lo stesso tono stentoreo di Meloni: «Io sono Roberto, sono un maschio, sono un padre, sono italiano, sono cristiano».

La rappresentazione delle tre destre, raccontata da Ezio Mauro domenica su Repubblica, è perfetta. Meloni ha condotto una campagna elettorale all’insegna di parole d’ordine e slogan estremi, tra remigrazione, attacchi a Lgbtq, ammiccamenti contro l’Europa, che poi ha dovuto accantonare, una volta entrata a Palazzo Chigi e costretta dentro la severa armatura della Costituzione e delle norme europee e internazionali. Neutralizzata la sua carica urticante, è stato il turno della Lega a provare a impugnare la bandiera dell’eversione parolaia, con lo stesso approccio estremo, la postura filo-russa e anti-europea, le suggestioni Maga, le incursioni contro il recinto costituzionale e l’accusa implicita a Fratelli d’Italia di essersi normalizzata. Ma il gioco, alla lunga, non funziona, se sei anche tu dentro il recinto governativo, che ti consente di evocare l’eccezione antidemocratica, ma non di metterla in pratica, se non con un autodafè finale. E così è entrata in campo la terza destra, quella di Vannacci, che gioca con le stesse armi degli altri, ma può farle roteare minacciosamente, non avendo per ora alcun vincolo esterno. E così rivolge le stesse parole urticanti e trasgressive contro chi le ha create e non le può più usare.

Una destra identitaria, irresponsabile, radicale, nostalgica e senza compromessi. Che per poter sopravvivere deve alzare ogni volta l’asticella del dicibile. Per scandalizzare i borghesi di sinistra e per mettere con le spalle al muro le marsine governative della destra. Così si spiegano le uscite sul femminicidio e sul lavoro minorile. Uscite violente e insidiose, perché come sempre lavorano per inquinare il pensiero, pescando anche in terreni già arati.

Il reato di femminicidio e il lavoro minorile

Sul reato di femminicidio sono molte le voci tecniche di giuristi, anche di sinistra, che in passato si sono espressi criticamente. Contestando il «diritto penale delle intenzioni», che è comprensibile ma rischia di essere discriminatorio, e soprattutto contestando l’uso simbolico del diritto penale, cioè il tentativo di usare le norme come strumento pedagogico da una parte e dall’altra come un modo «facile» di conquistare consenso popolare trasversale, tra chi vuole difendere le donne dalle violenze e chi chiede pene sempre più dure. Ieri, tra i comunicati di indignazione, ce n’era uno interessante, firmato da Laura Castelli, ex viceministra dei 5 Stelle, che chiedeva semmai di «inasprire ulteriormente le pene» per i femminicidi. Considerando che una delle ragioni per le quali è stato creato questo reato è quello di applicare in modo tassativo l’ergastolo (anche era possibile prima, come dimostra il caso di Filippo Turetta), come si potrebbero inasprire ulteriormente le pene? Con la tortura? La pena di morte?

Considerazioni che però bisogna mettere da parte, perché non hanno nulla a che fare con le parole di Vannacci. Una delle tecniche più subdole del populismo è quella di lanciare slogan semplificatori, che si rivolgono a una quota dell’elettorato che si sa essere sensibile a un tema, disinteressandosi della sostanza di quel che si dice, della ragionevolezza, della sensatezza, della verità. Quel che conta è lanciare un messaggio. E raggiungere la pancia di quegli elettori che non si sentono rappresentati nella loro rabbia, nella loro frustrazione, nelle loro avversioni. C’è una parte della popolazione che è cresciuta culturalmente in quello che per comodità oggi si chiama patriarcato, in una dimensione nella quale i maschi avevano il potere e lo esercitavano, che si sente minacciata e offesa dalla battaglia delle donne per riavere i loro diritti. Non parliamo solo di maschi violenti e sopraffattori: la feccia, per esprimersi come Vannacci. Ma di maschi che hanno sempre trovato normale, e lo trovano tuttora, godere di un privilegio di fatto nel mondo del lavoro e nella società. E che ora sono dalla parte del torto.

Aiuto bagnino a 14 anni

Due parole soltanto sul lavoro minorile. Vannacci ha poi aggiunto una serie di considerazioni che si possono definire «reazionarie» senza tema di smentita. Ha chiesto che la scuola sia «dura come la vita», e quindi «più selettiva», ha difeso il crocefisso in Aula e chiesto di abbassare l'età lavorativa da 16 a 14 anni. Bersaglio simbolico perfetto: colpisce in un colpo solo l'intellettualismo della sinistra e la «casta» dei laureati e rievoca nostalgicamente il passato. Si pone anche in scia, ma più estrema, con la tendenza del ministro Valditara, che ha ridotto gli anni di formazione dell'istituto tecnico da 5 a 4. Dice Vannacci: «Perché un ragazzo a 14 anni non può fare il cameriere o l’aiuto bagnino? Spiegatemi il perché, io non ci arrivo». Perché studiare non è un hobby della sinistra, dovrebbe essere una precondizione di una società civile, per una cittadinanza consapevole dei suoi diritti e che possa avere poi gli strumenti per scegliere un lavoro adeguato, senza essere sfruttato già dall'adolescenza. L'elogio del lavoro minorile e dei bei tempi di una volta è particolarmente respingente. Peraltro, vi mettereste nelle mani di un aiuto bagnino quattordicenne, se foste in difficoltà in acqua?

Le affirmative action

Torniamo alla questione di genere e al femminicidio. Vannacci dice che «non c’è bisogno di proteggere» le donne, perché «uomini e donne sono uguali». È un sofisma scorretto, perché l'eguaglianza è sulla carta, mentre le diseguaglianze reali sono ancora enormi. È il principio delle «affirmative action»: favorire gli sfavoriti per ottenere una parità reale. Il principio contestato da Donald Trump, che ha smantellato tutto il sistema. Poi Vannacci dice un’altra enormità: «Non esiste il femminicidio». Qui confonde volutamente il diritto con il fenomeno sociale. Bisognerebbe portarlo a colloquio con i parenti delle 97 donne uccise per odio nel 2025. La minimizzazione, anzi la negazione del fatto che ci sono uomini che uccidono le donne per odio, discriminazione, prevaricazione, è un modo rozzo e brutale per mettersi dalla parte degli uomini che non vogliono sentirsi responsabili per delitti commessi da altri e che non considerano le diseguaglianze sociali, e il loro atteggiamento maschilista, un terreno di coltura per questi delitti.

Dice Vannacci: «Perché non mettiamo le quote rosa per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti?». Naturalmente, la questione è che non c’è una discriminazione nei lavori manuali o meno ambiti, mentre c’è nelle posizioni di potere. «Così come c'è la violenza sulle donne c'è quella sugli anziani e non c'è un anzianicidio». Altra baggianata: non risulta una piaga dilagante di reati di odio contro gli anziani. 

Il patentino da antifascisti

Ma l’obiettivo è sempre quello, parlare a chi è stufo di sentirsi dalla parte del torto o a chi, non avendo gli strumenti per passare da quello della ragione, rivendica con orgoglio il suo essere «feccia» e «figlio di nessuno». La «sporca dozzina» vannacciana rischia di crescere numericamente molto, anche sulla scia di queste esternazioni. Qualcuno consiglia di ignorarle, per non dare loro troppa importanza. Lo scrittore Giuseppe Culicchia ha detto che Vannacci «è un fascista creato dagli antifascisti». Può darsi. Ma ignorare le pulsioni fasciste può essere pericoloso. Vannacci ha già dato segno di ammiccare al Ventennio, definendo Mussolini «uno statista» (l’aveva fatto anche la premier, ma in gioventù). Con David Parenzo, che all’Aria che tira gli chiedeva se definirebbe il fascismo un crimine, Vannacci ha svicolato: «È già stato giudicato dalla storia, perché lo chiede ora a me?».

Ed eccoci all’antifascismo. La manifestazione romana «Più libri più liberi», dopo le polemiche sulla partecipazione di Altaforte a Torino e di «Passaggio al bosco» (che ammiccava al nazismo oltre che al fascismo), ha pensato di far firmare alle case editrici una nuova liberatoria antifascista. Subito un dubbio: ma se Passaggio al bosco avesse firmato la dichiarazione, per convenienza, chi si sarebbe preso la briga di impugnare la liberatoria e di decidere se i loro testi sono abbastanza antifascisti o no? Un apposito comitato di saggi? Forse è da ripensare la formula della manifestazione: non più inviti automatici, per far cassa con gli stand, ma una selezione basata su una linea editoriale. E a quel punto si invita chi vuole.

La premier, comunque, è subito intervenuta per stigmatizzare il «patentino»: «È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica».

L’antifascismo è un valore assoluto. È vero, come è vero che il fascismo non è un’opinione come le altre. Ma è anche vero che la libertà di opinione è garantita dalla Costituzione e parlare di fascismo diventa reato solo se integra le condizioni previste dalla legge (la Scelba e la Mancino). In quel caso interverrà la magistratura. L'impressione è che la parola «antifascismo» a volte venga brandita come un feticcio per censurare qualcuno o per escludere chi la pensa diversamente. La richiesta preventiva di un certificato di purezza ideologica dovrebbe sempre allarmare. E soprattutto per una manifestazione culturale è controproducente (così come è stato sbagliato chiedere l’esclusione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo da «Libro possibile»). 

Detto questo, l’intervento di Meloni arriva proprio da quella parte politica che fatica a dirsi antifascista: e per una classe politica di governo, questo sì che dovrebbe essere un discrimine necessario, una pregiudiziale obbligatoria. Vannacci ha subito approvato le parole di Meloni e a chi gli diceva che la Costituzione è antifascista, ha risposto: «No, non mi risulta. Mi dice l'articolo nel quale c'è scritto?». La XII disposizione transitoria e finale, che vieta la ricostituzione del partito fascista. Ma tutti e 139 gli articoli della Costituzione sono antifascisti e sono intinti nel sangue della Resistenza (comunista, liberale, cattolica e azionista) e di chi ha combattuto contro un regime criminale, razzista e dittatoriale.

Nordio e l’orgoglio per il codice di Mussolini

A completare il dibattito, è arrivata nel pomeriggio l’ennesima esternazione estemporanea del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che dirama un comunicato quanto meno sorprendente: «Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il codice penale, reca la firma di Mussolini». Parla del Codice penale di Alfredo Rocco, suo predecessore fascista, che nella Repubblica è stato emendato più volte e purgato - anche grazie alla Corte costituzionale - dalle parti più razziste e violente. Alcune, purtroppo, sono rimaste, vedi certe definizioni lombrosiane. E vedi l'articolo 222, che - ci segnala Mauro Palma, presidente del Centro di ricerca European Penological Center dell'Università Roma Tre - prevede il manicomio giudiziario obbligatorio nel caso di proscioglimento per sordomutismo.

Evidentemente qualcuno deve aver fatto notare al ministro che la frase, detta così, era un po' forte, e così ha pensato a un'aggiunta, che cambia poco: «È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini». 

Non un vanto, comunque, soprattutto nella forma originaria pensata da Rocco e firmata da Mussolini. Secondo l’eminente giurista Giovanni Fiandaca c’era una «sostanziale continuità» tra il codice liberale Zanardelli (1889) e il codice Rocco (1930). Non era molto d’accordo con lui il caustico docente di diritto penale alla Statale Giorgio Marinucci, e non solo perché già quel vecchio codice esprimeva un liberalismo autoritario, ma perché il codice Rocco introdusse elementi pesantemente repressivi su diverse materie: i delitti contro la personalità dello Stato su tutti, che reprimevano chiunque osasse manifestare contro il pensiero unico del partito fascista. Ma c'era anche la pena di morte (l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro fu l’ultimo pm a chiederla, pur scongiurando la Corte di non concederla, prima dell’abolizione). E c'erano quelli che Marinucci (nel manuale «Diritto penale in trasformazione») definisce «i livelli astronomici» delle pene del codice Rocco, che inclinavano verso «il terrore statuale». Poco di che essere fieri. Il codice non venne mai abolito, perché una parte strutturale era ed è ancora valida, ma è stato molte volte emendato e migliorato. Richiedere una patente di antifascismo a una casa editrice può essere esagerato, ma esibire un attestato di lode giuridica a Mussolini, e definire di fatto il nostro codice penale come «fascista», suona ancora più stridente. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Taranto - Con il caldo arrivano le blatte...che fare?

Taranto - Volontari hanno pulito San Vito e Marechiaro - foto

Taranto - Lo scempio di Viale Magna Grecia per un' opera inutile