L'occidente ha dichiarato guerra all'ambiente
Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente dichiara guerra all’ambiente
Inquadramento del convegno di Ecoresistenze che si
svolgerà a Bologna il 20 di giugno.
La fase storica che stiamo attraversando non è una crisi
congiunturale né una semplice somma di emergenze. È una crisi strutturale del
modo di produzione capitalistico, che investe simultaneamente il piano
economico, sociale, militare e ambientale. Una crisi segnata da un’accentuata
aggressività occidentale, che determina la tendenza al conflitto economico
sempre più apertamente bellico.
Le contraddizioni che oggi esplodono non sono incidenti, ma
l’espressione matura di limiti interni al modello di sviluppo capitalistico,
che si manifestano con crescente violenza sui territori, sulle condizioni di
lavoro, di vita e sull’equilibrio ecologico del pianeta.La corsa al riarmo e il
proliferare dei teatri di guerra sta compromettendo gravemente il quadro
ambientale, arrivando ad incidere fino al 7% delle emissioni globali.
Le ultime vicende (dal rapimento di Maduro in Venezuela
all’attacco israelo-statunitense all’Iran) mostrano l’utilizzo della guerra non
solo come strumento di riaffermazione di un’egemonia statunitense al tramonto,
ma anche per “sbloccare” l’attuale condizione di distribuzione delle risorse.
Parliamo in questo caso di risorse fossili, ma anche di terre rare e acqua
dolce. Siamo insomma di fronte al precipitato di contraddizioni accumulate da
un sistema insostenibile, fondato sul profitto, incapace di gestire gli effetti
sociali e ambientali di uno sviluppo irrazionale, rendendo evidente la
contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali, ovvero
tra ciò che si potrebbe fare e ciò che viene fatto.
È in questo quadro che si realizza una frattura metabolica
“Umanità-Natura”, più precisamente “società capitalista-pianeta terra”, non
come fattore esterno o incidente storico, ma come vincolo oggettivo e
definitivo per un sistema fondato sulla crescita illimitata in un pianeta
finito. La finitezza delle risorse – fossili, minerarie, idriche e agricole –
entra in contraddizione diretta con un modo di produzione che necessita di
un’espansione continua della produzione e dei consumi.
Di fronte a questa crisi complessiva nel nostro continente
l’Unione Europea, sull’onda di consenso delle oceaniche mobilitazioni
ambientaliste, nel 2019 ha lanciato il programma “Green Deal europeo” che, a
fronte di tante, inconsistenti promesse sugli obbiettivi della neutralità
climatica, tentando il rilancio economico attraverso il volano di una
cosiddetta “Green Economy” che nulla aveva di green, ma che veniva piuttosto
sfruttata (come nel caso della tassonomia europea) come paravento per
legittimare le scelte politiche della locomotiva franco-tedesca. Il Green Deal
veniva presentato come nuova strategia di sviluppo e come strumento di
competizione intra-capitalistica, fondato su un mix di elettrificazione,
“greening” della finanza e su una ristrutturazione produttiva affidata ai
grandi gruppi industriali e finanziari. L’operazione cercava di trasformare la
crisi climatica in una nuova occasione di profitto, lasciando la transizione
nelle mani del mercato e delle multinazionali. Il risultato è stato un’accelerazione
delle disuguaglianze, della speculazione e della devastazione dei territori.
Questa illusione oggi si è definitivamente infranta.
La competizione economica si è progressivamente trasformata
in competizione bellica, accompagnata da politiche protezionistiche,
frammentazione del mercato globale e riarmo generalizzato. In questo contesto,
l’Unione Europea ha convintamente imboccato la strada del keynesismo militare
in cui la guerra e l’industria bellica diventano il principale motore della
crescita, e relegando la narrazione sulla sostenibilità a momenti convenienti.
Infatti, la Green Economy non scompare, ma viene mantenuta come testa d’ariete
ideologica per legittimare processi accelerati di ristrutturazione, si veda ad
esempio la questione energetica che, tra pantano ucraino ed il boomerang
dell’aggressione all’Iran, ha posto le basi del RePowerEU e il rilancio del
nucleare, con un’inquietante funzione dual use.
Così come i processi di consumo del suolo, di terra agricola
o edificabile, nella città da spremere per la valorizzazione economica, dove i
fondi di investimento allungano le mani dietro la retorica della “rigenerazione
urbana”, fino alle grandi opere e le infrastrutture considerate strategiche e
spesso funzionali alla logistica militare. Oppure, all’agricoltura, il cibo,
ridotto a merce sottomessa alle esigenze della grande distribuzione e della
sovrapproduzione, con un modello agricolo fondato sull’omologazione delle
coltivazioni, sulla riduzione della diversità genetica e sulla subordinazione
dei territori e del lavoro alle catene globali del valore, dove le nuove
Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), presentate come soluzioni “naturali” e
innovative, riproducono e aggravano le stesse dinamiche già viste con gli OGM,
aprendo la strada a profitti enormi per le multinazionali dell’agrotech e a un
ulteriore attacco alla biodiversità e alla sovranità alimentare.
L’approccio cerchiobottista di cercare una convivenza
impossibile tra un indirizzo politico-economico strutturalmente ecocida e la
tutela dell’ambiente ha prodotto un proliferare di conferenze, summit e forum
internazionali sempre più duramente contestate, come recentemente accaduto
anche in occasione della COP30 di Belém, per ipocrisia, arretratezza delle
sintesi che raggiungono e l’inefficacia nel perseguire gli obiettivi.
A fronte di una crescente sensibilità mondiale, bisogna però
registrare che alle nostre latitudini il baratro ecologico e gli effetti del
cambiamento climatico vengano ancora affrontati come ambiti separati,
“battaglie specifiche”, estranee alle dinamiche complessive del mondo in cui
viviamo.
Vogliamo dunque lavorare alla costruzione di un momento
nazionale di riflessione e dibattito per indagare la radice del problema, dare
un nome ai responsabili e rifiutare le strumentalizzazioni, con l’obbiettivo di
mettere in campo un’organizzazione e una pratica politica capace di leggere la
crisi ecologica come terreno decisivo dello scontro di classe e attrezzarsi di
conseguenza.
Su queste basi, apriamo l’invito a singoli, realtà
organizzate e movimenti consapevoli dell’urgenza di agire per fermare la deriva
ecocida in corso.
Il Programma del convegno
CONVEGNO
NAZIONALE DI ECORESISTENZE – PROGRAMMA

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