La Sicilia che tutti vogliono bellissima, ma nessuno vuole ascoltare
L'Italia non è un souvenir: IBLA smonta l'ipocrisia del turismo rapace, del paesaggio da copertina e della superficialità contemporanea in “Sikelìa”
La Sicilia che tutti vogliono bellissima, ma nessuno vuole ascoltare: IBLA trasforma l’isola in una donna violata dal desiderio altrui in “Sikelìa”, elevandola a paradigma della superficialità e del consumo rapido dei nostri tempi
Tutti la vogliono bellissima. Immobile, possibilmente.
Da fotografare al tramonto, da attraversare in estate, da
pubblicare sui social quando serve una pietra greca, un mare abbacinante, una
processione, una promessa di Sud. Poi, quando la terra trema, quando crolla,
quando brucia, quando si svuota, quando viene lasciata sola davanti alle sue
ferite croniche, lo sguardo si volge altrove. Resta una cartolina sbiadita,
consumata da un turismo rapace che capitalizza la bellezza e lascia fuori la
realtà sociale dell’isola.
Un’ipocrisia culturale che IBLA colloca in
“Sikelìa”, il suo nuovo singolo disponibile in tutti i digital store
per 1901studio con distribuzione Believe. Un brano
folk/elettronico che trasforma l’antico nome della Sicilia in una donna
desiderata, sfruttata, offerta allo sguardo e poi abbandonata al proprio
destino.
L’uscita arriva in uno dei momenti più rilevanti del
percorso dell’artista agrigentina: il nuovo progetto discografico di prossima
uscita è stato infatti selezionato tra i vincitori di “Per Chi Crea”, il
programma promosso da MiC - Ministero della Cultura e SIAE a sostegno della
creatività italiana, mentre il precedente singolo “Rituale” è entrato tra i 10
finalisti Big del Premio Amnesty International 2026. Due riconoscimenti che
chiariscono la portata del lavoro di IBLA: una ricerca in cui suono, scrittura
civile, matrice popolare e identità mediterranea trasformano la Terra del Sole
da immagine consumata a lingua musicale contemporanea e pienamente spendibile
su scala internazionale.
“Sikelìa” nasce contro questa riduzione della Trinacria a
prodotto d’immagine. La Valle dei Templi, il mare, le processioni, il dialetto,
la tradizione greca e popolare dell’isola non sono sfondi da usare quando
servono bellezza e storia pronta all’uso; sono sacrificio, identità,
stratificazione. IBLA prende il racconto più comodo sul Sud — quello che lo
celebra quando può venderlo e gira la testa quando quella stessa terra presenta
il conto — e lo spezza dall’interno, trasformando la Sicilia in una donna che
non accetta più di essere desiderata senza essere compresa.
Attraverso la lente di ingrandimento del brano, lo sguardo
di IBLA si allarga così a una critica generazionale profonda, intercettando la
superficialità bulimica del nostro tempo. L'isola diventa il paradigma di una
società contemporanea abituata a consumare tutto in pochi secondi — che si
tratti di un territorio, di un'opera d'arte o delle esistenze altrui —
riducendo la complessità della storia a puro contenuto da scrollare velocemente
sullo schermo. Non è solo la denuncia di un saccheggio geografico, ma un
j'accuse contro la perdita di attenzione e la totale assenza di responsabilità
verso ciò che continuiamo a estetizzare senza mai prendercene cura.
Nel testo, Sikelìa è una figura femminile quasi divina,
«scolpita dalla marea, con il sale e col sudore», così bella da diventare
ossessione persino per Dio. Ma istantaneamente, quella bellezza viene
consegnata al ricatto del possesso: «vende agli uomini il suo cuore», anche
solo per due lire, se qualcuno promette un po’ d’amore. Senza cedere ad una
facile edulcorazione allegorica, IBLA canta una Sicilia desiderata per ciò che
offre, consumata da chi arriva a prendere, lasciata sola quando smette di servire.
Una regione che si mette in fila davanti al santo che piange lacrime d’oro, mentre «la terra crolla» e nessuno guarda davvero, e una richiesta - «chistu vonnu a sta città, una bella cartolina» - che svela un consumismo feroce fondato sul culto dell’immagine, sull’ossessione per gli scenari vendibili e, soprattutto, sulla perdita di responsabilità davanti a ciò che si continua a chiamare incanto senza prendersene mai cura.
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