La trappola del consenso nel nuovo singolo di mAledetto
mAledetto e il nuovo singolo sul punto cieco della dipendenza affettiva: quando non restiamo per amore, ma per non perdere l’ultima conferma da cui abbiamo fatto dipendere il nostro valore
«Ho visto l’apice del mondo per conoscere il senso di una vita spesa solo ricercando un consenso>». Consenso. Una parola che oggi sembra appartenere soprattutto alla nostra dimensione pubblica, quella dei social, delle metriche dell’approvazione, della necessità continua di piacere, essere guardati, confermati, riconosciuti. Una parola che misura reputazioni, orienta comportamenti, decide spesso il valore percepito di ciò che siamo prima ancora di ciò che facciamo. >Ma il consenso non vive soltanto nello spazio visibile delle piattaforme. Esiste una sua forma più intima e privata, molto più difficile da disinnescare: quella che cerchiamo nei legami che ci consumano, nelle persone sbagliate a cui continuiamo a credere, negli sguardi che diventano misura del nostro valore, nelle dinamiche da cui non riusciamo a uscire perché perderle significherebbe affrontare il vuoto che lasciano.
E perché «Ci fidiamo troppo spesso di persone a cui
crediamo perché non vogliamo stare male», in una fiducia che non è una
scelta pulita, né un atto nobile, ma una difesa, una corazza. Crediamo per non
crollare, restiamo per non perdere l’ultima conferma disponibile, rimandiamo la
verità perché affrontarla significherebbe riconoscere di essere rimasti troppo
a lungo nel posto sbagliato.
“Il peggio di me” che dà il titolo al pezzo trova senso
proprio nell’impossibilità di parlare senza perdere il controllo. «Se parlo
tiro fuori il meglio del peggio di me» non è un verso scritto per suonare
efficace, ma quello in cui il brano mostra cosa accade quando il silenzio è
durato troppo e parlare non serve più a sistemare le cose. Dire le cose, qui,
non significa infatti chiarire, liberarsi, rimettere ordine. Significa,
piuttosto, lasciar fluire, far sfogare tutto insieme: rabbia, orgoglio,
stanchezza, bisogno, frasi ed emozioni rimaste troppo a lungo senza voce e
senza posto.
Per questo il ritornello sceglie quel «rimaniamo soli a
bere qualcosa». Un bicchiere, una pausa, un discorso che potrebbe
finalmente arrivare al dunque e invece resta poco prima della verità. Non
sempre si evita un confronto fuggendo. A volte si resta seduti, si parla
d’altro, si prende tempo, si lascia la parte più importante fuori dalla
conversazione. In un «nascondiamo la vita» che non è un’omissione
qualunque, né un dettaglio taciuto per paura, ma l’esistenza stessa che resta
fuori campo. E con lei, tutto quello che si prova, quello che si sa già, quello
che si continua a non dire perché dirlo obbligherebbe a scegliere. Un silenzio
che non protegge più nessuno, ma permette soltanto di rimandare una decisione.
A rendere ancora più stretto quel silenzio c’è la paura del giudizio, che nel brano attraversa ogni esitazione. Parlare significherebbe esporsi allo sguardo dell’altro proprio nella parte meno difendibile: quella che ha creduto troppo, aspettato troppo, sbagliato strada pur sapendo di farlo. Non è soltanto il timore di perdere qualcuno; è la paura di vedersi restituita un’immagine di sé più fragile e meno composta, un’immagine più difficile da sostenere. Per questo la verità resta sulla soglia della frase: perché dirla vorrebbe dire accettare anche il modo in cui verrà guardata.
La seconda parte del testo sposta lo sguardo su un’altra
forma di resa, quella verso i propri desideri. «Saremmo in grado di campare
dietro alle emozioni, ma grazie a Dio che un giorno ci ha lasciato le illusioni»:
le illusioni, nel brano, non vengono trattate come un errore ingenuo da
correggere, ma come un riparo provvisorio, a volte necessario, quando guardare
la realtà senza filtri sarebbe troppo.
Subito dopo, con «Viviamo di paranoie accoltellando i
sogni, facciamo tutto per riuscire a chiamarli bisogni», l’artista allarga
il discorso oltre il legame sentimentale e tocca qualcosa che ha a che fare con
il modo in cui molte persone imparano a ridurre ciò che desiderano prima ancora
che qualcuno lo neghi. Un sogno diventa ingombro, una paura prende la forma
della prudenza, una rinuncia viene presentata come scelta adulta pur di non
chiamarla sconfitta.
Anche per questo “Il peggio di me” non si configura come uno
sfogo rabbioso, ma come il tentativo di ricostruire tutto ciò che si accumula
quando non si riesce a dire la verità in tempo. La produzione di Lorenzo
Mazzia, che firma anche mix e master presso music.it, segue questa direzione, lasciando che la voce di
mAledetto resti protagonista.
Resta un bicchiere sul tavolo, una frase taciuta, una verità che non trova ancora il coraggio di uscire. “Il peggio di me” non è rottura né accusa, e nemmeno liberazione, ma quell’istante in cui si è già capito tutto e si resta comunque. Perché a volte non è l’amore a tenerci fermi, ma il bisogno di essere ancora scelti dalla persona che ci sta facendo male.
Biografia.
mAledetto, nome d’arte di Alessandro Marchese, è un artista classe 2005 della periferia sud-est di Roma. La musica entra nella sua vita fin da subito, inizialmente come una presenza discreta, destinata però a diventare nel tempo il suo principale spazio di espressione. Tra i tredici e i quattordici anni inizia a studiare pianoforte con il maestro Gianluca Ricciardi e, poco dopo, comincia a scrivere le prime canzoni. La scrittura diventa per lui una forma di sfogo e di confronto personale, un modo per dare voce a pensieri, fragilità e contraddizioni che trovano nella musica una possibilità di forma. Le sue canzoni nascono prima di tutto da un’urgenza intima, lontana dall’idea di rivolgersi immediatamente a un pubblico. Solo con il tempo Alessandro comprende che quelle parole, nate da un dialogo personale, possono raggiungere anche altre persone e diventare un luogo di riconoscimento. Da questa consapevolezza prende forma il suo percorso cantautorale, fondato sul desiderio di trasformare una necessità privata in una voce capace di arrivare agli altri.

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