Salute: l’algoritmo del profitto sulla pelle dei cittadini
È questo il baricentro de L’industria della salute. Farmaci, privatizzazioni e affari. Ecco perché un’altra medicina è necessaria, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto con una prefazione di Silvio Garattini (Edizioni Paper First)
Nell’ era del business globale, l’“industria della
salute” cerca privatizzazioni e potere economico.
La democrazia non si misura solo dal diritto di voto, ma
dalla trasparenza con cui uno Stato tutela i corpi e le vite dei propri
cittadini. Quando la cura della salute cessa di essere un presidio sociale e si
trasforma in un segmento ad altissima resa finanziaria, il patto costituzionale
si rompe.
L’articolo 3 della Costituzione italiana rappresenta il
principio fondamentale dell’uguaglianza, non si limita quindi a proclamare
un’uguaglianza formale, ma pone le basi per una società in cui ogni individuo
sia tutelato allo stesso modo dall’ordinamento giuridico.
L’articolo 32 riguarda invece la tutela della salute,
riconosciuta come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della
collettività.
Nel loro insieme, gli articoli 3 e 32 sono strettamente
collegati: il diritto alla salute può essere effettivamente garantito solo se
tutti i cittadini sono posti in condizioni di uguaglianza sostanziale
nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari. Essi esprimono quindi la visione
di uno Stato che tutela la dignità della persona e promuove il benessere
collettivo attraverso l’uguaglianza e la solidarietà sociale.
In questa prospettiva, un aumento smisurato delle spese
militari può essere visto come problematico se sottrae risorse a sanità e
politiche sociali. Inoltre, il rischio di escalation nucleare rappresenta una
minaccia diretta alla salute, alla vita e alla dignità umana. Per questo, i
principi costituzionali richiamano l’importanza di perseguire la pace, la
cooperazione internazionale e il disarmo, affinché la sicurezza non sia fondata
sulla corsa agli armamenti ma sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone.
È da questa faglia profonda che si sviluppa L’industria
della salute, il nuovo saggio di Vittorio Agnoletto. Frutto di un lavoro di
ricerca e documentazione durato più di due anni, il libro si presenta come
un’opera di controinformazione necessaria; un testo che affronta scientemente
quei nodi politici ed economici che il giornalismo mainstream tende a
derubricare a fatalità o a tecnicismi per addetti ai lavori. Agnoletto, con la
lucidità del medico militante e la precisione dell’attivista globale, firma una
radiografia spietata del declino del Servizio Sanitario Nazionale, offrendo al
lettore una bussola per orientarsi nei complessi meccanismi che operano
all’ombra della salute pubblica.
Il volume ha il grande pregio della chiarezza
divulgativa, una scelta stilistica che non è mai banalizzazione, ma un atto di
profondo rispetto per il lettore: spiegare con parole semplici la ragnatela di
interessi che determina il nostro destino biologico significa, intrinsecamente,
fornire ai cittadini gli strumenti per difendersi. L’impianto del libro si
muove costantemente su un doppio binario, connettendo la dimensione locale dei
tagli alle strutture territoriali con le dinamiche della geopolitica del farmaco.
La tesi di fondo è netta: la distruzione della sanità
pubblica non è il frutto di un’inefficienza cronica o del destino cinico e
baro, ma il risultato di una precisa strategia di privatizzazione strisciante e
di una subalternità culturale e politica della classe dirigente nei confronti
dei colossi farmaceutici transnazionali.
L’analisi più densa e strutturata del saggio si concentra
sul fenomeno del conflitto d’interessi sistemico, un virus invisibile che
infetta la neutralità della ricerca scientifica. Agnoletto solleva la pesante
cortina che avvolge le società scientifiche, ovvero quegli organismi composti
da specialisti a cui è affidata la stesura delle linee guida terapeutiche.
Queste linee guida non sono semplici raccomandazioni teoriche, ma vere e
proprie indicazioni terapeutiche che stabiliscono quale farmaco debba assumere
una persona malata.
L’autore documenta come la vicinanza economica tra queste
società e le multinazionali farmaceutiche possa alterare la definizione stessa
dei parametri di salute. Abbassare la soglia clinica di una patologia cronica,
come l’ipertensione o l’ipercolesterolemia, significa convertire
istantaneamente milioni di individui sani in malati cronici da sottoporre a
terapia. In questo modo, la scienza medica rischia di abdicare alla propria
missione per farsi braccio esecutivo di strategie di marketing, capaci di orientare
i flussi finanziari globali e di allargare a dismisura i mercati di Big Pharma.
Un altro fronte di approfondimento cruciale riguarda i
meccanismi di immissione in commercio e di rimborsabilità dei farmaci, gestiti
a livello europeo dall’EMA e in Italia dall’AIFA. Agnoletto svela un paradosso
regolatorio che rasenta l’assurdo: per essere approvato, un nuovo farmaco deve
dimostrare di essere sicuro e superiore a un placebo, ma quasi mai le normative
impongono che sia più efficace dei farmaci già presenti sul mercato. Si assiste
così all’invasione di farmaci cosiddetti «me-too», prodotti fotocopia
leggermente modificati nella molecola o nella modalità di somministrazione, che
non portano alcun reale beneficio terapeutico aggiuntivo ma che vengono immessi
sul mercato a prezzi astronomici.
Il saggio decostruisce le trattative negoziali sul prezzo
del farmaco, evidenziando come spesso gli Stati falliscano nel far valere il
principio dell’economicità: anziché vincolare il rimborso pubblico alla reale
innovazione o alla scelta del prodotto meno costoso a parità di efficacia, il
sistema cede alle pressioni industriali, drenando risorse preziose che vengono
sottratte ai servizi di base, alla prevenzione e al personale ospedaliero.
Le pagine più severe sono indubbiamente quelle dedicate
al ruolo dell’Italia all’interno dello scacchiere internazionale. Agnoletto
risponde alla domanda scomoda sul perché il nostro Paese sia stato uno dei più
proni ai desideri delle multinazionali. L’autore ripercorre le scelte della
diplomazia italiana e dei ministeri competenti, in particolare durante la crisi
pandemica, quando l’Italia si è allineata alla difesa a oltranza dei diritti di
proprietà intellettuale e dei brevetti sui vaccini, rifiutando di sostenere le
moratorie internazionali che avrebbero permesso la liberalizzazione della
produzione nei paesi del Sud del mondo.
Questa sudditanza non è solo geopolitica, ma strutturale:
l’Italia è diventata il principale hub manifatturiero farmaceutico
d’Europa, con una leadership particolarmente marcata nella produzione per
conto terzi (CDMO), che rappresenta uno dei pilastri del settore e che ha
finito per creare un ricatto occupazionale ed economico. Il potere di veto
esercitato dalle lobby del farmaco sui decisori politici ha paralizzato ogni
tentativo di riforma e ha accelerato la privatizzazione del welfare sanitario,
spingendo le famiglie verso la spesa privata o verso la rinuncia alle cure.
Eppure, L’industria della salute evita
le secche del fatalismo e del complottismo sterile. La denuncia, per quanto
radicale, è sempre il preludio a una proposta. Nella parte conclusiva del
volume, Agnoletto articola una piattaforma di proposte concrete per un modello
alternativo di medicina. Si parla della necessità di rifondare una farmaceutica
pubblica, di slegare la formazione dei medici e il finanziamento della ricerca
dai budget delle aziende private, e di rimettere al centro la prevenzione, la
medicina del territorio e i determinanti sociali della salute (l’ambiente, il
lavoro, lo stile di vita).
Il libro di Vittorio Agnoletto è un testo prezioso e
militante, un invito a non rassegnarsi all’idea che la salute sia un bene di
lusso. È un saggio che merita di essere letto, discusso e utilizzato come
strumento di mobilitazione politica e sociale, perché ci ricorda che difendere
la sanità pubblica significa, in ultima analisi, difendere la nostra stessa
libertà e la nostra dignità umana.

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