L’Ambasciatore Boris Biancheri: il diplomatico e lo scrittore. Un ritratto in mosaico
Perché dedicare oggi un libro a Boris Biancheri, un ambasciatore scomparso quindici anni fa?
di Pietro Antonini
È proprio questa
doppia personalità dell’Ambasciatore Boris Biancheri il cuore del libro. Ma il
volume non vuole essere, e non è, un ricordo sterile o un’agiografia; al
contrario: è un esempio molto significativo per chi voglia capire che cosa
significhi davvero fare il diplomatico.
Il volume nasce da
una giornata di studio organizzata dal Ministero degli Affari esteri e della
cooperazione internazionale e tenutasi il 26 giugno 2025 al Casale di Villa
Madama, a Roma, e raccoglie le voci di chi Biancheri lo ha conosciuto da
vicino: colleghi, collaboratori, amici, la moglie Flavia Arzeni Biancheri. Ne
esce non un ritratto ufficiale. Ogni testimone porta la propria tessera; il
soggetto prende forma nell'insieme. E l’insieme restituisce uno dei diplomatici
più interessanti della fine del secolo scorso.
Capace di leggere la
realtà
Ambasciatore a
Tokyo, Londra e Washington, Segretario Generale della Farnesina, poi Presidente
dell’ANSA e dell’ISPI, Biancheri ha attraversato un’epoca di cambiamenti
profondi: la guerra fredda e la sua fine, l’ascesa economica del Giappone, la
ridefinizione del rapporto transatlantico, la trasformazione dell’informazione
globale. In ognuno di questi passaggi ha lasciato un’impronta profonda, non con
il clamore ma con il metodo.
Proprio il suo
metodo è il filo rosso che attraversa tutte le testimonianze del libro: la
doppia dimensione di azione e riflessione. Biancheri sapeva agire, negoziare,
decidere; ma sapeva anche fare un passo indietro per leggere la realtà,
osservarla con il distacco necessario a comprenderla. Non a caso il volume
ripubblica, nella sua quarta parte, il rapporto di fine missione dal Giappone
del 1983: un documento che si legge ancora oggi come un manuale di metodo
diplomatico, dove l’analisi precede e fonda l’azione.
Autorevole, non
autoritario
Dai contributi
raccolti nella prima parte emerge la figura di un capo che non aveva bisogno di
alzare la voce. Autorevole, mai autoritario: la sua leadership nasceva dalla
competenza e da una naturale capacità di attrazione, quella qualità che fa sì
che i collaboratori non eseguano soltanto, ma vogliano dare il meglio. Non è un
caso che dalle pagine del volume traspaia tanto affetto: Biancheri non è
ricordato solo con stima, ma con un calore che le carriere brillanti, da sole,
non bastano a spiegare.
A questa autorevolezza si accompagnavano due virtù che il mestiere diplomatico esige e che Biancheri possedeva in misura non comune: la curiosità e la discrezione. Curiosità verso i Paesi, le culture, le persone. Discrezione nel maneggiare informazioni, rapporti, confidenze. Insieme, le due qualità disegnano l’equilibrio perfetto del diplomatico: sapere molto, mostrare il necessario.
L’uomo oltre la Farnesina
La seconda parte
esplora l’uomo oltre la professione. La terza propone una selezione ragionata
dei suoi scritti: narrativa e saggistica. Insieme, restituiscono lo scrittore. Chi
era, dunque, Biancheri scrittore? Nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Autore di romanzi e di riflessioni sulla diplomazia nell’età globale.
Qui il mosaico si
completa. Biancheri era una persona con una visione non solo della politica
estera italiana, ma anche del mondo che cambiava e del posto che l’Italia
poteva occuparvi. Una visione che non si irrigidiva mai in dogma: sensibile
alla modernità, sapeva essere flessibile quando serviva, senza per questo
smarrire la coerenza di fondo che tutti gli riconoscono.
C’è infine, in molte testimonianze, un altro esempio della sua capacità di saper combinare levitas e serietà. La leggerezza del tratto, l’ironia, il gusto della conversazione e della pagina ben scritta non erano mai frivolezza, così come la serietà dell’impegno non era mai pesantezza.
Tokyo, lo specchio perfetto
Non è un caso, allora, che il volume si chiuda con la quarta parte, dedicata alla sua esperienza di ambasciatore in Giappone. Perché nessun Paese poteva raccontare Biancheri meglio del Giappone: l’elegante discrezione, la nobiltà d’animo, la sovrapposizione costante di forma e sostanza sono i tratti stessi dell’uomo e del diplomatico. E lui, a sua volta, capì in profondità il Paese che lo ospitava, leggendone l’ascesa e le logiche interne con una lucidità che il suo rapporto di fine missione documenta ancora oggi.
Non un cavaliere del passato
Il rischio di questo tipo di libro era di presentarsi come un’agiografia, un rimpianto per una diplomazia che non esiste più. Il volume non è niente di tutto ciò. Biancheri non viene presentato come un cavaliere di un mondo scomparso, ma come un modello per i nuovi diplomatici. La sua lezione non appartiene a un’epoca conclusa, ma resta una possibilità concreta per chi voglia servire lo Stato con competenza e dignità. Una lezione fatta di unità di pensiero e azione, di autorevolezza senza esser autoritari, di curiosità unita a discrezione, di levitas personale e serietà lavorativa.
È questa, in fondo,
la scommessa del curatore e della collana in cui compare il libro: trasformare
la memoria in strumento. Il volume, che è anche disponibile gratuitamente in
versione digitale (https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri), andrebbe quindi
letto dai giovani che si affacciano alla carriera diplomatica e da tutti coloro
che si interessano di Relazioni internazionali.

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