Le Unioni Civili, la Costituzione e il Vangelo
di Michele Di Schiena
Per il Presidente della Conferenza
Episcopale Italiana, Cardinale Bagnasco, la legge sulle Unioni Civili
“sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se
si afferma che sono cose diverse” perché “in realtà le differenze sono
solo dei piccoli espedienti nominalisti o degli artifici giuridici facilmente
aggirabili, in attesa del colpo finale - così già si dice pubblicamente-
compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile
profittando di condizioni di povertà”. Parole nette pronunciate con una
relazione all’Assemblea della CEI nel corso della quale Bagnasco ha citato la
dichiarazione congiunta che Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill
firmarono il 12 febbraio scorso all’Avana definendo il matrimonio un “atto
libero d’amore di un uomo e di una donna” e ha richiamato l’attenzione della
politica sui gravi problemi del nostro Paese dove “la platea dei poveri si
allarga inglobando il ceto medio di ieri, la porzione della ricchezza cresce e
si concentra sempre di più nelle mani di pochi, purtroppo anche attraverso la
via della corruzione personale o di gruppo”.
Si può essere d’accordo o meno con
la presa di posizione del Presidente della CEI sulla legge che disciplina le
Unioni Civili ma è certo che egli, come tutti i cittadini, ha il diritto di
esprimere il parere suo e della Conferenza che presiede in forza dell’art. 21
della nostra Costituzione. Egli ha poi sicuramente ragione quando richiama
l’attenzione del Parlamento sui gravi fenomeni di povertà e sulle stridenti
disuguaglianze sociali. Non va però sottaciuto che le parole di Bagnasco hanno
fatto seguito (in senso temporale e non eziologico) all’atteggiamento baldanzoso
e iattante del premier Renzi che ha così commentato il varo della nuova
normativa: “ho giurato sulla Costituzione non sul Vangelo”. Una battuta
ad effetto ma largamente priva di senso e tale da dare adito alle più diverse
interpretazioni.
Il Presidente del Consiglio, che
per la precisione non ha giurato “sulla Costituzione” ma - come dice la
formula rituale - di “essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente
la Costituzione e le leggi”, ha inopportunamente citato in chiave antitetica
il nostro Statuto e il Vangelo quasi che sulle Unioni Civili la partita si
stesse giocando fra la fedeltà al messaggio evangelico e la fedeltà al nostro
Statuto. Nulla di più sbagliato perché la laicità dello Stato è uno dei
“principi supremi” del nostro ordinamento costituzionale fatto ormai proprio
dalla coscienza democratica dell’intero Paese e perché la Costituzione e il
Vangelo sono due testi che, pur essendo di natura intrinsecamente diversa, sono
l’uno e l’altro considerati punti essenziali di riferimento da milioni di
cittadini italiani per il filo spirituale che li lega. Lo stesso filo che faceva
dire allo storicismo agnostico di Benedetto Croce, nel saggio del 1942 dal
titolo “Perché non possiamo non dirci cristiani”, che la rivoluzione del
cristianesimo ha dato all’umanità “una nuova qualità spirituale che prima ad
essa mancava”.
Sarà la Corte Costituzionale,
qualora venisse interpellata nei modi previsti dall’Ordinamento, a dire se la
legge sulle Unioni Civili sia in linea o meno con il nostro Statuto che all’art.
2 “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” e all’art. 29
afferma che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio” aggiungendo che “il matrimonio è
ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”. E toccherà al
Parlamento valutare l’opportunità o meno di apportare al testo della legge
eventuali modifiche così come spetterà ai cittadini elettori esprimere la loro
volontà sui quesiti di un possibile referendum abrogativo. E sarà infine il
tribunale della storia a distribuire, con le sue sentenze pronunciate secondo le
regole della democrazia, i torti e le ragioni in ordine alla delicata e discussa
riforma. Ma almeno su di una cosa è auspicabile che vi sia una assai larga
convergenza di giudizi: sul fatto che la surrogazione di maternità, denominata
anche “utero in affitto”, è fonte di offese alla dignità della donna, di
sfruttamento della povertà femminile e di gravi discriminazioni sociali. E a
tale riguardo va ricordato che il 2 febbraio scorso si è svolto a Parigi un
qualificato convegno, organizzato dalle associazioni femministe francesi e
patrocinato dal Parlamento di quel Paese, che si è concluso con “la richiesta
dell’abolizione universale della surrogazione di maternità” ritenuta una
pratica “disumanizzante” e contraria alla dignità e ai diritti delle
donne e dei neonati.
Resta il fatto che ancora una volta
il Premier ha dato prova della sua propensione ad assumere atteggiamenti che
poco concedono al dubbio, all’ascolto e all’incontro e appaiono rivolti più a
fare per menar vanto dell’opera (buona, mediocre o cattiva che sia) che a
costruire il meglio con la più ampia collaborazione possibile, più a dettare
prescrizioni che a concordare soluzioni, più a mortificare i dissenzienti che a
trarre vantaggio dalle loro critiche per correggere possibili errori, più a
dividere che a unire. Atteggiamenti che presentano peraltro una nota costante:
quella di una infastidita intolleranza nei confronti di quelle “formazioni
sociali” (sindacali, culturali, religiose) nelle quali si svolge, come dice il
citato articolo 2 della Costituzione, la personalità dei cittadini. Ne viene
fuori una politica povera di seri progetti ma ricca di colpi di scena, guidata
da un protagonista che fa e disfa (alleanze e intese), afferma e nega (come la
trasformazione del referendum costituzionale in un plebiscito sulla sua
persona), elargisce e sottrae (come i vari bonus e il Jobs Act che sta
dimostrando tutti i suoi limiti e tutti i suoi errori), spinge davanti e torna
indietro (come l’andirivieni della politica estera specialmente per la Libia).
Una politica “pirotecnica” che, come è destino di tutti i fuochi d’artificio, fa
molto rumore e propone aspetti accattivanti ma finisce per lasciare
nell’ambiente un buio più cupo di prima per i densi fumi e gli acri odori
sprigionati dalle provocate esplosioni.

Commenti
Posta un commento
Commenti non moderati comportarsi civilmente