Acciaio "verde" in Italia, WWF: Segnali positivi
Wwf, acciaio “verde” in Italia: segnali positivi ma la decarbonizzazione profonda resta una sfida aperta
È quanto emerge dalla seconda edizione del report di WWF Italia “Acciaio verde: a che punto siamo in Italia?”, che analizza le strategie e le performance delle principali aziende elettro-siderurgiche del Paese, sulla base dei bilanci di sostenibilità e dei report ESG pubblicati nel 2025 e riferiti all’anno fiscale 2024.
Dagli interventi di efficientamento alle applicazioni
dell'economia circolare, dai consumi idrici alle emissioni della supply chain:
la nuova analisi WWF fornisce un quadro completo su dove sta andando davvero
l’acciaio italiano.
I dati dichiarati dalle aziende evidenziano come il comparto
– caratterizzato da elevati consumi energetici e significativi impatti
ambientali – si presenti in evoluzione: migliora la qualità della
rendicontazione, si rafforzano le strategie industriali e aumentano gli
investimenti in efficienza energetica e fonti rinnovabili. Anche per quanto
riguarda i principali indicatori ambientali si dichiarano avanzamenti positivi:
la somma delle emissioni di gas serra generate fisicamente dai processi
produttivi (classificate come Scope 1) e di quelle generate per produrre
l’energia consumata da tali processi (Scope 2) si riduce in media del 15%;
l’intensità energetica cala del 5,6%; resta elevato l’utilizzo di materiale
riciclato (circa 86,7%) e il recupero dei rifiuti (oltre 77%).
Tuttavia, il quadro rimane disomogeneo. Accanto ad
aziende con piani industriali concreti e obiettivi misurabili, persistono
realtà in cui le iniziative sono ancora parziali, poco quantificate o non
pienamente verificabili. Le principali criticità individuate dal monitoraggio
sono state raggruppate in cinque categorie:
Efficienza energetica e decarbonizzazione. Crescono
gli interventi su forni, sistemi di combustione e recupero del calore, e
aumenta il ricorso alle energie rinnovabili. Le emissioni Scope 1 e
Scope 2 migliorano, ma i progressi restano incrementali. Tecnologie
strategiche come l’idrogeno, il ferro preridotto senza usare il carbone (DRI) e
la “Carbon Capture and Utilization - CCU” sono ancora in fase sperimentale,
senza benefici emissivi quantificati. Positivi i segnali sui PPA (contratti a
lungo termine) per l’acquisto di energia da fonti rinnovabili, ma vanno
implementate anche soluzioni strutturali di riduzione delle emissioni nel lungo
periodo.
Economia circolare, risorse idriche e biodiversità. L'utilizzo
del forno elettrico e dell'acciaio da rottame conferma la vocazione circolare
del settore. Permangono però lacune nella tracciabilità dei materiali,
nella valorizzazione dei sottoprodotti e nella gestione idrica, con forti
disparità tra aziende. La biodiversità resta un tema secondario, ancora
privo di target e indicatori di impatto territoriale.
Organizzazione aziendale e supply chain. I
criteri ESG (Environment, Social e Governance) sembrano acquisire una maggiore
attenzione in azienda grazie alla costituzione, in diverse delle sigle
analizzate, di comitati dedicati e ai primissimi tentativi di mappare e
mitigare le emissioni classificate di Scope 3 (= emissioni indirette generate
lungo la catena del valore, sia a monte che a valle). Tuttavia, mancano
target quantitativi verificabili, soglie ambientali minime per i fornitori e
risultati misurabili sulle emissioni indirette.
Certificazioni ambientali. Il quadro
certificativo migliora, ma resta disomogeneo. Le certificazioni di sistema sono
diffuse, mentre strumenti più robusti come l’EPD (Dichiarazione ambientale di
prodotto) e la norma ISO 14067 — verificati da terzi — garantiscono maggiore
trasparenza sulla carbon footprint. Autodichiarazioni e rating reputazionali
non possono essere considerati prove sufficienti di sostenibilità.
Policy aziendali e progetti. Molte imprese
dichiarano piani di decarbonizzazione e obiettivi climatici ambiziosi, ma il
livello di maturità è, anche in questo caso, molto vario. La criticità
principale rimane la distanza tra ambizione, monitoraggio dei risultati
nel tempo e verificabilità.
Secondo Andrea Mio, ricercatore del Centro
Interdipartimentale Giacomo Ciamician su energia, ambiente,
trasporti dell’Università degli Studi di Trieste, che ha curato l’analisi:
“Il vantaggio tecnologico del forno elettrico non è sufficiente, da solo,
a garantire una traiettoria pienamente compatibile con gli obiettivi
climatici. La riduzione delle emissioni dirette,
l’approvvigionamento di energia rinnovabile addizionale e di rottame di
qualità, l’uso di DRI eventualmente prodotto con idrogeno rinnovabile e la
gestione dello Scope 3 rappresentano le principali leve da presidiare nei
prossimi anni”.

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