L’Europa non è un condominio
(anche se qualcuno insiste a portarsi dietro le ciabatte) Tra veti, distinguo e fughe solitarie, l’Unione rischia di sembrare un’assemblea di litiganti più che una comunità di destino
C’è un equivoco di fondo che, come certi rumori notturni nei
palazzi mal amministrati, continua a disturbare il sonno dell’Europa: l’idea
che l’Unione sia un elegante condominio dove ciascuno può fare ciò che vuole,
salvo poi lamentarsi dell’odore di fritto altrui. Non è così. O, almeno, non
dovrebbe esserlo.
L’Unione Europea nasce, sulla carta, come un’unione di Stati
che condividono non solo regole, ma anche una direzione politica, una visione,
un minimo sindacale di coerenza internazionale. Non è il club del “faccio come
mi pare purché pago le spese comuni”, né una riunione di scapoli geopolitici in
cerca d’autore.
E invece, a giudicare dagli ultimi sviluppi, l’aria che tira
somiglia più a quella dell’“Armata Brancaleone”: ognuno per sé, Dio per tutti
e, se possibile, qualche corsia preferenziale per i propri mercantili.
Prendiamo il caso della Spagna di Pedro Sánchez. Mentre
il resto dell’Occidente cerca faticosamente una linea comune su crisi e
sicurezza, Madrid si distingue per una certa creatività diplomatica: dialoga
con l’Iran, ottiene garanzie di transito nello stretto di Hormuz, si smarca
dalla missione europea “Aspides” e, già che c’è, si dichiara contraria
all’aumento della spesa NATO. Il tutto con la grazia di chi, invitato a cena,
decide di portarsi da casa il proprio menù.
Il risultato? Teheran elargisce riconoscimenti selettivi:
passaggio sicuro per i mercantili spagnoli “perché Madrid rispetta il diritto
internazionale”. Una formula elegante, che suona più o meno come: “voi siete
diversi dagli altri”. E quando qualcuno inizia a essere “diverso” in politica
estera, di solito significa che qualcosa si è incrinato.
Ora, sia chiaro: il rispetto del diritto internazionale,
quello vero, non quello a geometria variabile, non è materia negoziabile. Il
regime di libero transito negli stretti, sancito dalla UNCLOS, non si
contratta come un saldo di fine stagione. È una regola, e le regole o si
rispettano tutti o diventano carta decorativa.
Ma il punto non è giuridico. È politico. È strategico. È, in
ultima analisi, esistenziale per l’Europa.
Si può, nel pieno di una tensione globale crescente, restare
contemporaneamente dentro l’Unione Europea, nella NATO e nel sistema
delle Nazioni Unite, e poi comportarsi come un battitore libero? Si può essere
“non allineati” quando si è, per definizione, allineati a un sistema di
alleanze?
La risposta, se si vuole essere onesti, è no. O meglio: si
può fare, ma ha un prezzo. E di solito non lo paga solo chi gioca da solista.
E qui entra in scena l’altro convitato di pietra,
l’Ungheria, che da tempo interpreta l’appartenenza europea come una forma
d’arte contemporanea: astratta, incomprensibile e spesso provocatoria. Due casi
non fanno ancora una regola, ma fanno certamente un problema. Anzi, due.
“Huston, abbiamo un problema”, verrebbe da dire. Ma non è un
guasto improvviso: è un difetto di fabbrica mai corretto. L’Europa ha tollerato
troppo a lungo l’ambiguità, scambiandola per pluralismo. Ha accettato il
dissenso strategico come fosse una sfumatura culturale. Ha confuso la libertà
con l’arbitrio.
Eppure, la realtà è meno filosofica e più brutale: non si
può stare con due piedi in una scarpa. È scomodo, e prima o poi si cade.
Se l’Unione vuole essere qualcosa di più di un mercato ben
arredato, deve decidere cosa essere: una potenza rispettabile o una riunione di
condòmini rumorosi. Non esiste una terza via fatta di comunicati prudenti e
malumori sussurrati.
Chi condivide le regole resta e le rispetta. Chi non le
condivide ha tutto il diritto di andarsene, o il dovere degli altri di
accompagnarlo gentilmente alla porta. Non per cattiveria, ma per igiene
istituzionale.
Perché, alla fine, il vecchio adagio non sbaglia: se osservi
abbastanza a lungo il problema, scoprirai che il problema sei tu.
E l’Europa, a forza di guardarsi allo specchio, dovrebbe
averlo capito. Ma continua a pettinarsi. E intanto, fuori, il mondo bussa. Non
sempre con buone intenzioni.
Giuseppe Arnò

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