8 marzo. Nonna Caterina, 104 anni, bella bandiera della civiltà contadina!
di Domenico
Logozzo *
GIOIOSA
JONICA (Reggio Calabria) - “Ma di che
cosa non sono capaci le donne calabresi? Se fossi al governo le nominerei, in
massa, cavalieresse del lavoro”. A sostenerlo con grande passione e convinzione
nel lontano 1907 era una delle pioniere del femminismo italiano, la scrittrice Clelia Pellicano, che aveva sposato un
marchese di Gioiosa Jonica. Nel
libro-inchiesta “Donne e industrie nella provincia di Reggio Calabria”, 110
anni fa ne esaltava il ruolo fondamentale per “una nuova industria che potrebbe
ben sorgere e prosperare, là dove, in condizioni peggiori, ha potuto fiorire
l’antica”. Intraprendenti, forti, laboriose, coraggiose. Ed anche in questo 8
marzo 2016 la mente torna ai luminosi esempi delle donne calabresi del primo
Novecento. Come la nonnina di Gioiosa Jonica Caterina Papandrea, che il 4 aprile prossimo spegnerà 104
candeline. Una vita non facile la sua. Duro lavoro nei campi. Cinque figli: Rosa,
Maria Grazia, Rocco, Antonio e Salvatore Martino. Purtroppo Rocco e Salvatore
sono morti in due tragiche circostanze. “Lavoro e guai. Se raccontassi la mia
vita…”. E fa un gesto con la mano accompagnato dallo sguardo come ad indicare
il lontano passato, che nella sua mente è sempre lucidamente presente.
Le
chiediamo di raccontare, di sfogliare l’album della memoria. “E che debbo
dire?” Con l’interrogativo riaffiora nell’ultracentenaria la riservatezza alla
quale le ragazze di un tempo venivano educate dalle mamme. “I fatti vostri
teneteli in famiglia. Non raccontateli in giro. A nessuno”. Nonna Caterina si
passa la mano sulla fronte. Chiude per un attimo gli occhi e poi con voce
lenta, intrisa di forte commozione, decide di aprire il libro dei ricordi
iniziando con un confidenziale e famigliare “caro nipote mio”. E poi: “Tante
storie. Non so proprio da dove iniziare. Quante ne ho viste, quante ne ho
passate. Ho cominciato a lavorare in casa da bambina. Appena più grandicella
aiutavo i miei genitori nei campi. A 22 anni mi sono sposata. Lavoro in casa e
in campagna. Poi la guerra, mio marito militare, lontano per 8 anni, prigioniero
in Albania. Sola, con tre bimbi piccoli: Rosa, Maria Grazia e Rocco”. Sofferenze
e paure affrontate con coraggio.
“Raccontategli
quel giorno che siete salita sulla quercia e non riuscivate a scendere…”. Il
suggerimento con l’uso del rispettosissimo “voi”, arriva dalla figlia Maria
Grazia, che il 26 marzo compie 78 anni e che vive con il marito, il notissimo
maestro calzolaio Rocco Totino,92
anni, nel centro di Gioiosa Jonica. Maria Grazia Martino continua ad occuparsi
della campagna, curandola personalmente. “No, la terra non si deve abbandonare. Ora ci
sono le comodità: la strada, guido la macchina, ho il cellulare sempre con me.
Oggi ho piantato venti chili di patate”. All’invito della figlia gli occhi
della nonnina si inumidiscono. “Eravamo negli anni terribili della guerra. Vivevamo
nella contrada Perru, lontana dall’abitato di Gioiosa Jonica”. Praticamente
nell’isolamento totale. Non c’era l’acqua, non c’era la luce, non c’era la
strada. Tanta miseria e 3 bimbi da sfamare”.
E
ci fu un giorno in cui si trovò senza più legna. Non poteva accendere il fuoco
per cucinare. Si arrampicò su una quercia. “Tagliai e buttai giù tanti piccoli
rami”. Quando i figli le dissero “Mamma questi bastano, ora puoi scendere”,
guardò giù e fu presa dal panico. Era salita troppo in alto. “Ho avuto paura. Dio
mio cosa faccio? Aiutami tu! e mi misi a piangere. Disperata.
Non riesco
a scendere, non riesco a scendere! urlavo”. Ma nessuno poteva sentire, nessuno
la poteva aiutare. I bambini erano troppo piccoli per fare qualcosa. “Anche
loro incominciarono a piangere: Mamma scendi,scendi! Immaginate voi che
momenti brutti”. Mamma Caterina trovò il coraggio di affrontare la discesa.
“Abbracciai il tronco. Centimetro dopo centimetro, scivolai lentamente. Ce la
feci! Quando misi i piedi per terra scoppiai a ridere. Anche i bambini si
misero a ridere”. Lieto fine. “Portammo la legna in casa; accesi il fuoco e
cucinai”. I tre bimbi anche quel giorno ebbero un piatto caldo. E fu festa
nell’umile casetta di mamma Caterina, un nido d’amore, dove tre bimbetti
aspettavano con ansia il ritorno di papà, che in Albania si rigirava tra le
mani la foto di famiglia che gli era stata mandata da Gioiosa Jonica. E’ la
bella foto degli affetti. La figlia Maria Grazia ce la fa vedere. Un prezioso
scatto degli anni Quaranta, custodito gelosamente.
Nonna
Caterina ricorda ancora la grande paura provocata dall’aereo che, per un guasto
agli strumenti di bordo, nella notte del 21 marzo 1942 si schiantò contro la
montagna, in località Prunia, non lontano da dove abitava con i suoi tre bimbi.
“E’ passato bassissimo proprio sulla nostra casa”. Morirono tutti gli occupanti
del velivolo militare. “Ricordo come fosse oggi. Un grande bagliore. Una cosa
tremenda, che non si può dimenticare”, dice la figlia Maria Grazia, che allora
aveva 8 anni. Aggiunge: “Tante persone della località Prunia scapparono e
vennero a casa nostra. Mia madre accolse tutti con grande affetto”. Un’altra
significativa testimonianza della solidarietà del mondo contadino.
“I
servizi non erano in casa e nel buio della notte andavamo fuori. Era così in quei
tempi”, dice ancora Maria Grazia. “Una sera ero con mia sorella Rosa che ha
visto qualcosa di strano. “Mamma ci sono due “lumere” (lucette) nel
buio! Vieni, vieni a vedere”. Mia madre arrivò immediatamente. Aveva infatti
capito che un lupo si stava avvicinando a noi. Ci prese in braccio e ci portò
in casa. Chiuse bene la porta, prese il fucile, salì su una sedia, tolse una
tegola e si mise a sparare per aria per far andare via il lupo. L’indomani
trovammo tutte le galline uccise”.
Donna
forte, con un grande cuore. Mamma Caterina andava a prendere l’acqua alla
sorgente. Sentieri pericolosi. Tanto cammino a piedi. Tanta fatica con la
pioggia o sotto il sole cocente. Per prendere fiato, le contadine ed i
contadini diretti in montagna si fermavano sempre nello spiazzo attiguo alla
casetta della famiglia dell’ultracentenaria. Stanchi e assetati. Ricorda Maria
Grazia: “Mia mamma dava da bere a tutti. Dopo anni ho incontrato tante persone
che si erano dissetate a casa nostra. Mi hanno detto: “Abbiamo pensato e
continuiamo a pensare sempre con gratitudine alla bontà, alla generosità di tua
mamma. Si privava dell’acqua che aveva faticosamente portato a casa per darla a
noi”. Mi hanno pure detto di sentirsi in colpa. Come se avessero approfittato
della bontà di mia mamma”.
Donna
di fede. E’ felice che uno dei tantissimi nipoti, Rocco Agostino, si è fatto
prete. “Ha fatto una cosa buona. E’ venuto a trovarmi con il vescovo di Locri
mons. Francesco Oliva e con padre Michele. Mi ha fatto tanto piacere parlare con
il vescovo. Una brava persona”. La fede l’ha aiutata a risollevarsi da tante
avversità. I grandi dolori per la tragica morte di due figli e i problemi di
salute. “Sono stata operata di ulcera, mi sono fratturata la gamba e il femore…
Per due volte i medici mi hanno “licenziata”, mi avevano detto che non c’era
più nulla da fare. Grazie a Dio sono ancora qui”. Da qualche tempo è costretta
a letto per le conseguenze di una caduta. Spera sempre in un nuovo miracolo: “Vorrei
poter ritornare a camminare. Ci sono tanti che hanno superato i 100 anni e
camminano bene”. Non lo dice con invidia ma con ammirazione.
Perché lei è una
donna che ha sempre pensato al bene comune e non egoisticamente al proprio
tornaconto. La nonnina di Gioiosa Jonica ci ha raccontato tanto altro ancora. Una
lunga, commovente, affascinante lezione di vita. Un libro di sofferenza e
saggezza e voglia di fare. Mai un segno di cedimento e di rassegnazione.
Un’altra grande lezione che ci consegna la civiltà contadina.
La
Donne umili della storia scritta con i fatti. Da raccontare, far conoscere e
spiegare alle giovani generazioni. L’hanno fatto illuminate donne di cultura
come Clelia Pellicano che agli inizi del Novecento scrisse così delle
calabresi: “Alla definizione che diede di esse il Courier: Noires dans la
plaine; blanches sur les montagnes; amoureuses partout” aggiungerei
quell’aggettivo di “laboriose” che tanto le onora, e darei loro uno dei primi
posti fra le belle, utili, rigogliose piante femminili (sebbene men coltivate),
di cui il giardino d’Italia si adorna”.
*già Caporedattore TGR Rai







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